Overshoot Day 2020: alcune riflessioni

di Maurizio Pallante

Il Global Footprint Network ha comunicato che nel 2020 l’overshoot day, il giorno del Sovrasfruttamento della Terra, è il 22 agosto, 24 giorni più tardi del 2019, quando era arrivato il 29 luglio. Questa inversione di tendenza è una conseguenza della diminuzione della produzione e del consumo di merci causata dalle misure restrittive adottate dai governi per contrastare la pandemia del Covid-19. L’impronta ecologica si è ridotta del 10 per cento, ma l’umanità continua a usare le risorse ecologiche come se vivesse su un pianeta più grande di 1,6 volte.

Il ritardo dell’overshoot day non è il primo dato che conferma la relazione lapalissiana tra la riduzione del Pil e la diminuzione dell’impatto ambientale. Già alla fine di febbraio la Nasa aveva diffuso delle foto satellitari che mostravano come il cielo sopra le zone industriali più fittamente popolate della Cina fosse tornato azzurro, perché le limitazioni poste alle attività produttive e il blocco della circolazione automobilistica avevano ridotto le emissioni di biossido di carbonio che lo rendevano giallo. Lo stesso cambiamento è stato registrato dai satelliti nel cielo della Pianura padana appena dieci giorni dopo l’istituzione della zona rossa in tutta Italia, mentre tornava limpida e trasparente l’acqua dei canali di Venezia, dei canali di Livorno e del Golfo di Napoli. Anche le emissioni di anidride carbonica sono diminuite e, secondo le previsioni, alla fine dell’anno si saranno ridotte del 5,5 per cento. Un risultato irraggiungibile se il Pil avesse continuato a crescere, o fosse rimasto stazionario, ma comunque insufficiente, perché per rispettare gli accordi stipulati a Parigi nel 2015, al termine della Cop 21, sarebbe necessario ridurle del 7,9 per cento all’anno nei prossimi 10 anni. Non per abbassare il riscaldamento della Terra, ma per fare in modo che nel 2100 il suo aumento non superi di 1,5 °C la temperatura media nell’epoca pre-industriale.

Le riduzioni di questi fattori della crisi ecologica non ci sarebbero state se il Pil non fosse diminuito e questo è un fatto positivo, ma oltre a non essere sufficienti, non sono consolidate e non sono selettive. E questi limiti le rendono estremamente precarie.

Il fatto che non siano sufficienti è più grave di quanto si possa pensare perché, se si sono oltrepassati i limiti della sostenibilità ambientale, la riduzione di un aumento è pur sempre un aumento, ovvero un aggravamento della crisi.

Il vero fattore di svolta è una diminuzione in valori assoluti.

Inoltre, queste riduzioni dei fattori della crisi ambientale sono precarie, perché non sono le conseguenze volute di scelte politiche motivate e ponderate, ma l’esito di una decisione presa per contrastare una zoonosi scoppiata improvvisamente e dilagata rapidamente in tutto il pianeta.

Una volta che la fase acuta della pandemia sia stata superata grazie all’adozione di misure che riducono al minimo le attività produttive e confinano in casa le persone, si manifesteranno spinte sociali molto forti a rimuoverle per riavviare le attività produttive e ridare un’occupazione alle persone che l’hanno persa. Si moltiplicheranno le voci di chi sosterrà che il pericolo è ormai scampato, che bisogna smetterla di prendere precauzioni troppo rigide, che se la produzione non riparte morirà molta più gente di fame di quanta non ne sia morta di Covid, che per far ripartire la produzione e creare occupazione bisogna sostenere la domanda e riprendere gli stili di vita consumisti pre-pandemia.

Se l’urgenza di contrastare la diffusione del virus ha costretto a tagliare indiscriminatamente tutte le attività produttive, la gestione della ripresa dovrà basarsi su una scelta accurata dei settori produttivi in cui indirizzare gli investimenti pubblici, messi a disposizione dal bilancio statale e dall’Unione europea col Recovery Fund per far ripartire l’economia.

E se non si vuole ricadere nella situazione precedente la pandemia che ha preparato le condizioni della pandemia, la scelta non potrà avere che un criterio di riferimento in cui se ne fondono due: i settori produttivi che consentono di ridurre in valori assoluti le cause della crisi ecologica, che sono quelli con «maggiori possibilità di suscitare una reazione positiva in termini di offerta», come ha scritto in articolo pubblicato dal Financial Times il 27 luglio, l’economista l’economista anglo-iraniano Reza Moghadam, ex direttore del dipartimento Europa del FMI, attualmente chief economic adviser alla Morgan Stanley.

La ripresa economica non sarà duratura se le attività produttive non contribuiranno a ridurre i fattori della crisi ambientale. Le attività produttive che contribuiscono a ridurre i fattori della crisi ambientale non saranno durature se non saranno economicamente remunerative. L’economia del post-pandemia non potrà non essere molto diversa dall’economia del pre-pandemia.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento, consigliamo il sito overshootday.org, che da anni segue questo fenomeno, e che ha un suo decalogo di proposte e soluzioni dietro una semplice ma quanto mai disarmantemente attuale frase d’esordio:

La nuova pandemia di coronavirus ha causato la contrazione dell’impronta ecologica dell’umanità. Tuttavia, la vera sostenibilità che consente a tutti di prosperare sulla terra può essere raggiunta solo con la pianificazione, non con il disastro

 

Anche noi sosteniamo e promuoviamo le soluzioni proposte della campagna #movethedate tra cui:

  • passare ad una dieta vegetale
  • viaggiare in modo sostenibile
  • evitare gli sprechi di cibo
  • provare a coltivare e autoprodurre il parte del proprio cibo
  • evitare i mezzi alimentati a combustibile fossile
  • cercare di influenzare la comunità in modo attivo

Ognuno di noi deve diventare parte attiva e prendersi la propria responsabilità verso il futuro per fare in modo che esista ancora, domani, un pianeta per cui lottare.

Scheda
A che punto è la crisi economica?

Secondo alcuni autorevoli economisti la crisi economica innescata dal coronavirus Sars-Cov-2 è la più grave dall’inizio del modo di produzione industriale nella seconda metà del Settecento.

Nel secondo trimestre del 2020 il prodotto interno lordo di tutti i Paesi ha avuto un tracollo, particolarmente pesante negli Stati Uniti, dove ha fatto registrare una diminuzione del 9,5 per cento sul trimestre precedente, ma del 32,9 per cento su base annua, anche se non è stato imposto un lockdown a livello nazionale. In Gran Bretagna è diminuito del 20,4 per cento sul primo trimestre, sebbene le persone siano state confinate in casa e le attività produttive siano state bloccate una settimana dopo che in Spagna, dove la riduzione del Pil è stata del 18,5 per cento, e in Francia, dove si è fermata al 13,8 per cento, mentre in Italia, dove il blocco era stato decretato 15 giorni prima, il Pil si è ridotto del 12,4 per cento.

Contrazioni così grandi del prodotto interno lordo non si erano mai verificate.

L’anomalia dipende dal fatto che questa non è una crisi di sovrapproduzione come le altre che l’hanno preceduta. Non è stata causata da un’insufficienza della domanda a fronte di un’offerta crescente di merci, che abbia costretto a ridurre la produzione e a licenziare la manodopera eccedente, provocando una ulteriore diminuzione della domanda. È stata causata dal fatto che la chiusura in casa delle persone e il blocco delle attività produttive per contenere la diffusione della pandemia, hanno comportato una diminuzione sia della produzione, sia della domanda di merci. E, ulteriore anomalia, il prodotto interno lordo è diminuito di più nei Paesi che hanno messo meno limiti alla circolazione delle persone e alle attività produttive.

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