Pasolini: Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.

Di Maurizio Pallante




Nella silloge Poesia in forma di rosa (1961-64), Pier Paolo Pasolini ha inserito una poesia scritta il 10 giugno 1962, in cui afferma:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.

Questa dichiarazione, così controcorrente in quegli anni di esaltazione del progresso, della mo-dernità e della crescita economica, Pasolini la fa ripetere a Orson Welles mentre interpreta il ruolo del regista nel suo cortometraggio La ricotta, uno dei quattro episodi riuniti in un film del 1963 intitolato Rogopag, dalle iniziali dei nomi dei quattro registi che li hanno scritti e diretti: Rossel-lini, Godard, Pasolini e Gregoretti. In quel clima di entusiasmo per le magnifiche sorti e progres-sive, in cui le innovazioni tecnologiche avevano assunto nell’immaginario collettivo le connota-zioni del miracolo economico, egli avvertiva un senso di assoluta estraneità esistenziale, che non solo lo isolava dai suoi contemporanei, non gli faceva apprezzare ciò che essi adoravano e lo in-duceva ad amare ciò che disprezzavano, ma gli faceva sentire di essere il superstite di un’epoca storica precedente, il figlio mostruoso nato dalle viscere di una madre morta, al quale un privile-gio di anagrafe aveva consentito di assistere, dall’orlo estremo di qualche età sepolta, ai primi anni della Dopostoria, dove si aggirava da solo, come in un luogo sconosciuto e inquietante, alla ricerca di fratelli che non sono più.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

In questi versi Pasolini esprime i capisaldi di una concezione del mondo che continuerà ad ap-profondire per tutta la vita utilizzando una molteplicità di forme espressive: dalla poesia alla nar-rativa, dal cinema agli articoli giornalistici, dalle interviste alle polemiche, soprattutto con alcuni intellettuali di sinistra come lui, che identificavano il progresso con lo sviluppo economico in cor-so e lo accusavano di rimpiangere un passato di ristrettezze e miserie. A Italo Calvino, che in un’intervista aveva detto di non condividere la sua nostalgia per l’Italietta contadina pre-industriale, aveva risposto che bastava aver letto una sola riga dei suoi romanzi, un solo verso del-le sue poesie, aver visto una sola inquadratura dei suoi films per escludere che potesse rimpiange-re «l’Italietta piccolo-borghese, fascista, clericale, provinciale e ai margini della storia […] un pae-se di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due de-cenni». Ciò che Pasolini diceva di rimpiangere era «l’universo contadino (cui appartengono le culture sottoproletarie urbane e, fino a pochi anni fa, quelle delle minoranze operaie) […] un uni-verso transnazionale: che addirittura non riconosce le nazioni. Esso è l’avanzo di una civiltà pre-cedente (o di un cumulo di civiltà precedenti tutte molto analoghe tra loro)».
E aggiungeva: «È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvis-suto fino solo a pochi anni fa, che io rimpiango (non per nulla dimoro il più a lungo possibile nei Paesi del Terzo Mondo, dove esso sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso en-trando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo)» […]. Che io rimpianga o non rimpianga questo univer-so contadino resta comunque affar mio. Ciò non mi impedisce affatto di esercitare sul mondo at-tuale così com’è la mia critica: anzi tanto più lucidamente quanto più ne sono staccato, e quanto più accetto solo stoicamente di viverci».
La critica di Pasolini al mondo attuale così com’è non nasce dalla nostalgia del passato che «il nuovo modo di produzione (determinato dall’enorme quantità e dal superfluo)» aveva cancellato, ma da una preoccupazione angosciata per il presente e per il futuro che si stava preparando. La sua non era una critica reazionaria, come ritenevano gli intellettuali progressisti suoi contemporanei, ma profetica, pronunciata da una voce isolata – vox clamantis in deserto – che denunciava le aber-razioni insite in un modello economico e produttivo che veniva osannato da tutti: dalla destra per-ché la crescita dell’economia faceva crescere i profitti degli industriali, dalla sinistra perché avrebbe inevitabilmente fatto crescere il benessere materiale delle classi sociali più povere, dalla Chiesa cattolica, che dalla sua storica alleanza con le classi dominanti che guidavano questo pro-cesso si illudeva di ottenere un consolidamento della sua egemonia culturale sul popolo. E non si accorgeva che, invece, «la nuova industrializzazione» stava erodendo le basi su cui si fonda la spi-ritualità, che è il fondamento della fede, perché la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci presuppone una parallela crescita dei consumi, che non può essere garantita dall’aleatorietà delle scelte individuali, ma richiede un profondo cambiamento del sistema dei va-lori in senso materialistico. La nuova industrializzazione, ha scritto Pasolini, «non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo».
Il sistema di potere che gestiva il nuovo modo di produzione si rendeva conto che l’omologa-zione culturale sull’ideologia del consumo, soprattutto dei giovani di tutte le classi sociali, non po-teva essere imposta con la forza, perché avrebbe comportato un’adesione non convinta, come era successo con l’ideologia fascista. Per esplicare appieno i suoi effetti doveva essere interiorizzata e vissuta come una libera scelta. «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumen-tale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, ope-raie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava a ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. […] Si può dunque affermare che la “tolleranza” dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana».
«Chi ha manipolato e radicalmente (antropologicamente) mutato le grandi masse contadine e operaie italiane è un nuovo potere che mi è difficile definire: ma di cui sono certo che è il più vio-lento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel più profondo delle coscienze. Dunque, sotto le scelte coscienti, c’è una scelta coatta, “ormai comune a tutti gli italiani”, la quale ultima non può che deformare le prime».
La critica di Pasolini all’evoluzione in corso – i primi atti della Dopostoria – non era ascrivibile né all’ideologia conservatrice, perché non considerava il presente come un peggioramento rispetto a una presunta superiorità del passato, né all’ideologia progressista perché non considerava il pre-sente come un miglioramento rispetto a una presunta inferiorità del passato, ma, analizzando il presente così com’è, smascherava l’autoritarismo con cui la finalizzazione dell’economia alla cre-scita della produzione di merci era riuscita a far credere che la coazione al consumo fosse una li-bera scelta e che oltre a quella consumista non fossero concepibili altre ideologie. «Miei cari fra-telli – aveva scritto Baudelaire – non dimenticate mai, quando sentirete vantare il progresso dei lumi, che la più bella astuzia del diavolo è persuadervi che non esiste».
Per ottenere questa omologazione culturale il nuovo potere ha utilizzato due strumenti tecnolo-gici che nell’immaginario collettivo sono stati identificati con l’idea stessa di progresso: la moto-rizzazione di massa e la televisione.
La motorizzazione di massa è stata sostenuta dall’estensione delle reti stradali e autostradali che hanno consentito di collegare le periferie al Centro, favorendo la diffusione degli stili di vita moderni anche nei luoghi più marginali. Basta pensare all’enfasi con cui fu esaltata la costruzione in appena 8 anni, dal 1956 al 1964, dell’autostrada del sole, benedetta il giorno di apertura dei can-tieri dall’arcivescovo di Milano Giovan Battista Montini, che nel 1963 sarebbe salito al soglio pontificio col nome di Paolo VI. Un ruolo ancora più determinante in questo processo di omologa-zione culturale che, secondo Pasolini, si è tradotto in una vera e propria mutazione antropologica, è stato svolto dalla televisione, con cui «il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza [imponendo] un edonismo neo-laico, ciecamente di-mentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane».
E aggiungeva: «Non c’è niente di meno idealistico e religioso del mondo televisivo. È vero che in tutti questi anni la censura televisiva è stata una censura vaticana. Solo però che il Vaticano non ha capito che cosa doveva e che cosa non doveva censurare. Doveva censurare per esempio “Caro-sello” perché è in “Carosello”, onnipotente, che esplode in tutto il suo nitore, la sua assolutezza, la sua perentorietà, il nuovo tipo di vita che gli italiani “devono” vivere. E non mi si dirà che si tratti un tipo di vita in cui la religione conti qualcosa. […] Il bombardamento ideologico televisivo non è esplicito: esso è tutto nelle cose, tutto indiretto. Ma mai un “modello di vita” ha potuto essere pro-pagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! […] Se al livello della volontà e della consapevolezza la televisione in tutti questi anni è stata al servizio della democrazia cristiana e del Vaticano, a livello involontario e inconsapevole essa è stata inve-ce al servizio di un nuovo potere che non coincide più ideologicamente con la democrazia cristia-na e non sa più che farsene del Vaticano».
Dopo la vittoria del «no» nel referendum sull’abolizione della legge sul divorzio, promosso dalla Democrazia Cristiana – 12 e 13 maggio 1974 – la Chiesa cattolica cominciò a preoccuparsi. Il Papa Paolo VI manifestò questa preoccupazione nel discorso che pronunciò all’Udienza Generale il successivo 11 settembre a Castelgandolfo, in cui disse: «Il mondo cambia. Superfluo documen-tare un fatto così grave e così esteso: cultura, costumi, ordinamenti, economia, tecnica, efficienza, bisogni, politica, mentalità, civiltà … tutto è in movimento, tutto in fase di mutamento. Perciò la Chiesa è in difficoltà. […] la civiltà cammina con forze proprie. E allora non sono forse chiari i motivi dell’irreligiosità moderna, del laicismo geloso della propria emancipazione, dell’abbandono delle osservanze religiose da parte di popolazioni intere, del materialismo delle masse, insensibili ad ogni richiamo spirituale? Sì, la Chiesa è in difficoltà. Ecco perfino alcuni suoi figli, che le hanno giurato amore e fedeltà, che se ne vanno; ecco non pochi seminari quasi deserti, famiglie religiose che trovano a stento nuovi seguaci; ed ecco fedeli che non temono più di essere infedeli».
Di questa difficoltà che attraversava la Chiesa, il Papa non indicava le cause. Quindi non pote-va nemmeno proporre soluzioni, per cui si limitava a invitare i fedeli a pregare. «Forse perché – commentò Pasolini – non esiste possibilità di soluzione? […] Può darsi. Ma questo è certo: che se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ri-de del Vangelo. In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe pas-sare all’opposizione. E per passare all’opposizione dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Do-vrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettan-do, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fe-deli (o coloro che hanno un nuovo bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno ab-bandonata». […] la Chiesa potrebbe essere la guida grandiosa, ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante […] È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ri-tornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta. O fare questo, o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi».

Venti anni dopo, il 18 gennaio del 1994, la Democrazia Cristiana fu sciolta e alle elezioni poli-tiche che si svolsero il 27 e 28 marzo i voti dei suoi elettori in libera uscita furono decisivi per la vittoria di Forza Italia, un partito appena fondato sulla struttura organizzativa di una televisione commerciale, che con i suoi programmi aveva contribuito in maniera determinante a diffondere l’ideologia edonistica del consumismo come unico valore in grado di dare un senso alla vita. Co-me aveva previsto Pasolini, il nuovo Potere che si era affermato in quegli anni non coincideva più ideologicamente con la Democrazia Cristiana e non aveva più bisogno del Vaticano. Si era realiz-zato l’esito che egli aveva profetizzato se la Chiesa non fosse passata «all’opposizione contro un potere che l’aveva così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore», ma venti anni dopo, nel 2013, con l’elezione al soglio pontificio di Papa Francesco la si-tuazione si sarebbe inaspettatamente capovolta. Il nuovo Papa, venuto dall’altra parte del mondo, si schierò dalla parte degli ultimi angariati dai potenti; denunciò l’economia che uccide, scarta i più deboli, antepone il profitto alla tutela della vita, impoverisce i poveri e arricchisce i ricchi, sfrutta e devasta la Terra, considera i viventi non umani come risorse a servizio della specie uma-na, cancella dal sistema dei valori condivisi i valori evangelici dell’uguaglianza e della solidarietà, alimenta cinicamente un numero crescente di guerre locali sempre più devastanti, che in realtà co-stituiscono i tasselli di una terza guerra mondiale a pezzi, come ha detto il 18 agosto 2014 dialo-gando con i giornalisti sull’aereo che lo riportava a Roma da Seul. E ha impegnato tutta la sua au-torevolezza morale per scongiurare il rischio che quelle guerre locali, sostenute dalle grandi po-tenze mondiali con forniture di armi sempre più potenti agli eserciti che le stavano combattendo, non diventassero l’innesco di una terza guerra mondiale combattuta direttamente da loro, perché comporterebbe l’uso di bombe atomiche e si concluderebbe con l’estinzione della specie umana. In coerenza con queste scelte, il 12 gennaio 2024 l’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, di proprietà del Vaticano, ha rifiutato la donazione di un milione e mezzo di euro da parte della so-cietà italiana Leonardo Finmeccanica, la più grande azienda europea e la dodicesima azienda a li-vello mondiale nel settore degli armamenti, controllata dallo Stato col 30 % delle azioni.
Facendo passare la Chiesa all’opposizione del Potere, Papa Francesco ha riconquistato fedeli che, per usare le parole di Pasolini, l’avevano abbandonata e ha attratto coloro che avevano matu-rato un nuovo bisogno di fede, ma ha suscitato la reazione rabbiosa della leadership che ha tenuto sotto controllo con la forza militare tutti i Paesi della Terra a partire dalla fine della seconda guer-ra mondiale. Una reazione che ha raggiunto livelli di aggressività mai riservati a un Pontefice in epoca moderna, e in alcuni settori delle alte gerarchie ecclesiastiche ha fatto maturare l’ipotesi di uno scisma, di cui egli non si preoccupa. Sarà l’esito del prossimo conclave a farci sapere se le li-nee guida del suo pontificato avranno seguito.

M. Pallante, presidente di SEquS

[1] P. P. Pasolini, 8 luglio 1974. Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1977, pagg. 60-61, pubblicato su Paese Sera, col titolo Lettera aperta a Italo Calvino.
[2] Ivi, pag. 62.
[3] Ivi, pag. 63.
[4] P P. Pasolini, 9 dicembre 1973. Acculturazione e Acculturazione, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1977, pag. 28.
[5] P. P. Pasolini, Ivi, pagg. 27 – 28.
[6] P. P. Pasolini, 11 luglio 1974. Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia, in Scritti corsari cit., pag. 68.
[7] Ch. Baudelaire, Le Joueur généreux, Petits poèmes en prose, ou Le Spleen de Paris, 1862.
[8] P. P. Pasolini, 9 dicembre 1973. Acculturazione e Acculturazione, op. cit., pag. 28.
[9] P. P. Pasolini, 11 luglio 1974. Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia, op. cit., pagg. 69 – 70. Carosello era un programma televisivo pubblicitario italiano andato in onda sulla Rete 1 della Rai dal 3 febbraio 1957 al 1o gennaio 1977. Consisteva in una serie di filmati (spesso scenette comiche sullo stile del teatro leggero o intermezzi musicali) seguiti da messaggi pubblicitari.
[10] hf_p-vi_and_19740911.pdf.
[11] P. P. Pasolini, 22 settembre 1974. Lo storico discorsetto di Castelgandolfo, in Scritti corsari cit., pagg. 96 – 97.





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