Per una conversione economica dell’ecologia

a misura indispensabile per ridurre in maniera significativa la crisi ambientale è lo sviluppo di innovazioni tecnologiche finalizzate a ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza nei processi di trasformazione delle risorse in beni, perché la riduzione degli sprechi e delle inefficienze non riduce soltanto il consumo di risorse e le emissioni per unità di prodotto, ma anche i costi di produzione. Pertanto le spese d’investimento necessarie a installarle si possono ammortizzare con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere.

Se l’adozione delle tecnologie che riducono l’impatto ambientale fosse motivata esclusivamente da ragioni etiche e non anche dalla loro convenienza economica, dipenderebbe dai sussidi di denaro pubblico. Di conseguenza i profitti dei produttori e degli installatori sarebbero garantiti anche se gli utili non coprissero i costi d’investimento e verrebbero a mancare le motivazioni che inducono ad accrescere la loro efficienza per renderle autosufficienti e sempre più redditizie. Gli sviluppi tecnologici di questo settore anziché essere favoriti sarebbero rallentati, la diffusione di queste tecnologie non sarebbe trascinata dal fatto di diventare sempre più appetibili economicamente per i potenziali acquirenti, le loro vendite si interromperebbero nei periodi in cui i bilanci degli enti pubblici non consentissero di sovvenzionarle.

La conversione ecologica dell’economia dipende dalla conversione economica dell’ecologia.
Per avviare la conversione economica dell’ecologia occorre superare la falsa convinzione che le scelte con una valenza ecologica siano più costose delle scelte fondate soltanto sulla ricerca del massimo profitto indipendentemente dalle conseguenze ambientali che generano.

La conversione economica dell’ecologia farebbe perdere di significato alla contrapposizione tra le ragioni del lavoro e le ragioni dell’ambiente, su cui imprenditori senza scrupoli, con l’appoggio di politici altrettanto senza scrupoli e di sindacalisti poco informati, fondano il ricatto della chiusura delle aziende e dei licenziamenti per non effettuare gli investimenti necessari a ridurre l’inquinamento generato dai loro processi produttivi. Al contrario, l’adozione delle tecnologie che riducono le inefficienze, gli sprechi e le emissioni inquinanti sarebbe sostenuta anche perché consente di accrescere gli utili e l’occupazione.

Naturalmente, mettendo in luce le conseguenze negative dei contributi di denaro pubblico erogati con il proposito di favorire lo sviluppo delle tecnologie ecologiche, non si vuol sostenere che lo Stato debba disinteressarsi del problema e affidarne la soluzione esclusivamente al mercato. Il suo compito è quello di utilizzare un intelligente sistema di incentivi e disincentivi fiscali finalizzati a raggiungere gli obbiettivi di riduzione dei consumi e delle emissioni che hanno superato i limiti della sostenibilità ambientale: le emissioni di anidride carbonica, di metano, di sostanze non metabolizzabili dai cicli biochimici, di sostanze inquinanti; i consumi di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Stabiliti questi obbiettivi, spetta alle aziende la scelta delle tecnologie e dei loro mix per raggiungerli situazione per situazione. La concorrenza selezionerà le scelte più vantaggiose economicamente, che sono anche le più efficienti ecologicamente.

Una strategia di questo genere consente di impostare tutta la politica economica e industriale in funzione della riduzione della crisi ecologica ed è l’unico modo per consentire ai Paesi industriali avanzati di superare la stagnazione in cui le loro economie sono impantanate dalla crisi del 2008.

L’impegno principale deve essere rivolto alla diminuzione degli sprechi e all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione energetica, che in questi Paesi può dimezzare i consumi di energia alla fonte senza ridurre i servizi finali. Ne deriverebbero: una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’effetto serra, delle guerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, delle spese energetiche dei consumatori finali – famiglie, aziende, pubbliche amministrazioni.

In Italia per riscaldare gli edifici nei mesi invernali si consumano mediamente 200 kilowattora al metro quadrato all’anno (circa 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano). In Germania non è consentito superare un consumo di 70 chilowattora al metro quadrato all’anno, un terzo della media italiana, ma gli edifici più efficienti, quelli che rientrano nello standard delle «case passive», non devono superare i 15 chilowattora al metro quadrato all’anno e devono essere coibentati in modo così efficiente da non avere bisogno di un impianto di riscaldamento. Se al centro della politica economica e industriale del nostro Paese si ponesse la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, con l’obbiettivo di ridurre gli sprechi e le inefficienze al livello dei peggiori edifici tedeschi, i consumi per il riscaldamento si ridurrebbero dei due terzi. I posti di lavoro che si creerebbero attraverso questa decrescita selettiva degli sprechi di energia pagherebbero i loro costi d’investimento con i risparmi che consentono di ottenere.

Un incentivo all’adozione di queste misure in una logica di mercato, senza contributi di denaro pubblico, può essere costituito dall’uso delle forme contrattuali che dovrebbero caratterizzare le energy service companies – esco -: società energetiche che pagano di tasca propria i costi d’investimento degli interventi di ristrutturazione energetica che eseguono negli edifici, o negli impianti pubblici di illuminazione, mentre i proprietari degli edifici e degli impianti ristrutturati si impegnano a pagare per i loro consumi energetici la stessa cifra che pagavano prima della ristrutturazione, per un numero di anni fissato al momento del contratto. Per la durata del contratto le esco incassano i risparmi economici conseguenti ai risparmi energetici che riescono a ottenere. Al termine, il risparmio economico va a beneficio del cliente. A parità d’investimento, il numero degli anni necessari a recuperare il denaro investito nelle ristrutturazioni energetiche è inversamente proporzionale all’efficienza ottenuta.

La ricerca della maggiore efficienza possibile diventa pertanto l’elemento concorrenziale vincente. Inoltre il cliente è tutelato perché, essendo prefissato contrattualmente il tempo di rientro dell’investimento, se la esco ottiene una riduzione dei consumi energetici inferiore a quella che ha calcolato, incassa meno denaro di quello che ha previsto. Fare bene il lavoro e gestire bene l’impianto è nel suo interesse.

Un altro settore strategico dove l’ammortamento degli investimenti necessari a ridurre gli sprechi si può pagare con i risparmi economici che ne conseguono, senza contributi di denaro pubblico, è la gestione dell’acqua potabile.

In Italia le reti idriche perdono mediamente il 65 per cento dell’acqua pompata dal sottosuolo e depurata. Nei periodi estivi di siccità le perdite degli acquedotti stanno creando problemi alla fornitura di acqua nelle aree urbane. La sostituzione delle tubazioni delle reti idriche costituisce pertanto una misura indispensabile non solo per ridurre gli sprechi di energia e denaro, ma anche per continuare a fornire un servizio indispensabile per il benessere e l’igiene di decine di milioni di persone.

Le stesse dinamiche si verificano nella gestione degli oggetti dismessi. Il recupero e la riutilizzazione dei materiali che contengono è certamente meno dannosa e più conveniente economicamente delle metodologie con cui si rendono definitivamente inutilizzabili: l’interramento e l’incenerimento. Poiché il costo dello smaltimento è proporzionale al peso degli oggetti conferiti alle discariche o agli inceneritori, meno se ne portano e più si risparmia. Ma, per non portare allo smaltimento le materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi occorre venderle. Più se ne vendono e più si guadagna. Affinché qualcuno le compri occorre effettuarne una raccolta differenziata molto accurata che ne consenta il riciclaggio e il riutilizzo. Il recupero e la vendita delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi consentono pertanto di creare un’occupazione utile; di pagarne i costi con i risparmi conseguiti nello smaltimento e con i guadagni ottenuti dalla vendita, senza contributi di denaro pubblico.

 

Articolo originariamente pubblicato su www.mauriziopallante.it

 

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