Per una giustizia che valga per tutti gli esseri viventi
Il 22 marzo abbiamo partecipato alla manifestazione contro la vivisezione, portando il punto di vista della nostra associazione e l’impegno preso con il nostro appello. È stata un’occasione importante non solo per denunciare una pratica ancora troppo diffusa, ma anche per interrogarci più a fondo sul modello culturale che la rende possibile e accettabile.

La vivisezione, al di là degli aspetti tecnici e scientifici, rappresenta una visione del mondo in cui la vita degli altri esseri viventi viene subordinata a quella umana, come se il loro dolore fosse meno importante, o addirittura irrilevante, di fronte ai nostri obiettivi, affondando le radici in un’antica ma ancora molto presente idea antropocentrica, che mette l’essere umano al centro dell’universo, attribuendo valore al resto del vivente solo nella misura in cui risulta funzionale ai nostri interessi.
È proprio questa gerarchia morale, che assegna diritti e considerazione in base alla specie di appartenenza, a dover essere rimessa in discussione. Si tratta di riconoscere che l’appartenere alla specie umana non può giustificare ogni azione predatoria, soprattutto quando comporta sofferenze imposte ad altri esseri senzienti. Se accettiamo che la capacità di provare dolore, desiderio di vivere e relazionarsi non sia una prerogativa esclusiva dell’essere umano, dobbiamo allora chiederci che tipo di responsabilità ne consegue.
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Oggi esistono metodi di ricerca scientifica alternativi alla sperimentazione animale, tecnologie sempre più affidabili che permettono di ottenere risultati precisi e utili senza ricorrere alla sofferenza di esseri viventi non umani, continuare quindi a giustificare la vivisezione in nome di un presunto “progresso” significa rimanere legati a una forma di pensiero che considera accettabile ciò che è ormai eticamente superato e scientificamente superabile.
Chi si oppone alla vivisezione non è contro la scienza, né propone un ritorno a forme di pensiero irrazionali o dogmatiche. Al contrario, chiede una scienza più rigorosa, più aggiornata, e soprattutto più consapevole delle sue implicazioni etiche. La storia dell’umanità è piena di conquiste che, col tempo, sono state riviste alla luce di nuove sensibilità morali e crediamo che anche il nostro rapporto con le altre specie debba seguire lo stesso percorso: un’evoluzione che allarghi l’orizzonte dei diritti, della cura e del rispetto.
Rifiutare l’antropocentrismo non significa sminuire il valore umano, ma riconoscere che l’etica, se vuole essere davvero coerente, non può fermarsi alla nostra specie, anzi, in un tempo in cui le interconnessioni ecologiche e le crisi ambientali ci mostrano quanto siamo legati a tutto ciò che vive, è necessario ripensare la nostra posizione nel mondo non come dominatori, ma come parte di una rete complessa e fragile, in cui la giustizia non ha confini di specie.
Riconoscere dignità e considerazione morale agli animali non è un esercizio astratto, bensì un passo concreto verso una società più equa, consapevole e sostenibile ed è su queste basi che vogliamo continuare a lavorare, convinti che una scienza, una politica e una cultura più attente al vivente siano non solo possibili, ma sempre più urgenti.






