Perché noi ecologisti abbiamo uno scarso consenso politico

Le conseguenze sempre più devastanti della crisi ecologica hanno incrinato nell’immaginario collettivo dei popoli che vivono nei Paesi sviluppati l’ottusa convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili. Non sono state però sufficienti per indurre i governi a promuovere politiche finalizzate a ridurle, né per indurre le aziende produttive a spostare la finalizzazione delle innovazioni tecnologiche dalla crescita della produttività alla riduzione dell’impatto ambientale, né per indurre le popolazioni a cambiare i loro stili di vita consumistici e irresponsabili su cui si è fondata quell’ottusa convinzione. Gli allarmi lanciati, a partire dalla metà degli anni sessanta, da pochi scienziati ecologisti sugli effetti nefasti che la crescita della produzione e del consumo di merci stava provocando sul pianeta sono stati immediatamente contestati da un fuoco di sbarramento in cui sono confluite le valutazioni degli scienziati che li negavano, supportate da una sistematica copertura da parte dei mezzi di comunicazione di massa. Ma, incuranti dei negazionisti, le alterazioni apportate agli ecosistemi dalla crescita economica hanno continuato ad aggravarsi. Negli anni ottanta l’Onu valutò che non potevano più essere trascurate e decise di costituire una Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, che nel 1987 pubblicò un rapporto intitolato Il nostro futuro comune, dove veniva inaugurata in pompa magna, con l’invenzione del mitico sviluppo sostenibile, una nuova strategia che molti anni dopo sarebbe stata denominata perceptionware (gestione delle percezioni), consistente nel dare l’impressione di fare qualcosa per nascondere il fatto che non si fa nulla per ridurre la crisi ecologica, o per mascherare l’inefficacia di ciò che si fa. Un articolo pubblicato su Science ad agosto 2024 ha esaminato 1.500 politiche climatiche in tutto il mondo e ha scoperto che solo 63 hanno prodotto benefici significativi.[1]

Comunque l’operazione è riuscita e ha partorito molti figli: l’Agenda 2030 dell’Onu con i suoi i 17 obbiettivi per lo sviluppo sostenibile; il Green New Deal Europeo, lanciato nel 2019 e ritirato nel 2024 dall’Unione europea senza aver lasciato traccia del suo passaggio; l’economia circolare, che si proponeva come la metodologia per ridurre i rifiuti e non ha contribuito a ridurli, limitandosi, nelle esperienze più avanzate, a ridurre il loro tasso di crescita; il disaccoppiamento, che non si è mai verificato, tra crescita economica e aumento delle emissioni climalteranti; il nuovo modello di sviluppo, di cui tutti parlano senza descrivere cosa sia e, di conseguenza, come si possa realizzare. La fascinazione di queste invenzioni semantiche tranquillizzanti prive di riscontri oggettivi ha anestetizzato l’opinione pubblica, ha aiutato la loro penetrazione nel linguaggio facendole diventare luoghi comuni di cui più nessuno si domanda quale sia il reale significato, ha aggregato gli ecologisti più sprovveduti al coro del pensiero unico e ha consentito di rinchiudere quelli più rigorosi nelle riserve indiane degli incontentabili che hanno sempre qualcosa da criticare, anche quando vengono utilizzate le parole, solo le parole, introdotte da loro in ambito politico.

Il successo di questa strategia è stato determinante per impedire che il consenso politico degli ecologisti aumentasse e per stabilizzarlo a percentuali ininfluenti politicamente. Ma non spiega tutto. A ridurre la nostra credibilità hanno contribuito in prima persona alcuni di noi, sostenendo posizioni politiche antitetiche al nostro sistema di valori. In prima fila i verdi tedeschi, che da ruoli governativi si sono allineati alla politica guerrafondaia della Nato nella guerra contro la Russia per interposta Ucraina, mentre i verdi italiani hanno agito come una corrente interna a uno schieramento che viene considerato di sinistra, non tanto per le scelte politiche che fa, ma soprattutto perché si contrappone a uno schieramento di destra, volgarmente antiecologista.[2]

Nonostante queste difficoltà c’è una buona notizia: noi ecologisti siamo sopravvissuti. La cattiva notizia è che non riusciamo a superare l’ambito angusto in cui siamo rinchiusi, che non ci consente di incidere né sulle scelte politiche, né sul cambiamento dei modelli di comportamento. Veniamo ascoltati soltanto dalla modesta percentuale di coloro che sono già preoccupati in proprio per la gravità raggiunta dalla crisi ecologica e riusciamo soltanto a rinfocolare la loro sacrosanta indignazione. Ma l’indignazione non basta a risolvere i problemi che la suscitano. Non ci sarà qualcosa di sbagliato nel nostro modo di far politica? Questa situazione paradossale, in cui la crisi ecologica si aggrava, la preoccupazione accompagnata da un senso d’impotenza si aggrava, ma il peso politico degli ecologisti non aumenta, non può non far riflettere. La nostra associazione culturale politica Sostenibilità Equità Solidarietà invita gli ecologisti di tutte le sfumature di verde a farlo, offrendo con le seguenti schematiche riflessioni alcuni spunti su cui spera si possa sviluppare un confronto costruttivo.

1. Chi andrebbe da un medico che fa delle diagnosi accuratissime, ma non propone efficaci terapie per curare le malattie che diagnostica? La domanda è chiaramente retorica, ma spesso è stato questo il nostro modo di agire. Tra gli esponenti più prestigiosi della cultura ecologica ci sono scienziati molto bravi, ognuno specializzato nella diagnosi di un solo problema ambientale – effetto serra, gestione dei rifiuti, consumo del suolo, energie alternative alle fonti fossili, inquinamento atmosferico, allevamenti industriali, biodiversità, bioarchitettura, deforestazione, inquinamento chimico ecc. – da cui però non deduciamo con lo stesso impegno proposte rigorose tecnicamente, sostenibili economicamente, fattibili politicamente, ma soprattutto desiderabili socialmente, che possono consentire di risolverli. O quanto meno di attenuarli.

     Comunicare la diagnosi di un grave problema ambientale senza prospettare soluzioni credibili e desiderabili, provoca angoscia, non suscita consenso e genera un senso d’impotenza, mentre le proposte di terapie supportate da rigorosi studi di fattibilità tecnica ed economica rassicurano, danno fiducia e suscitano energie positive. Per essere credibili non basta compilare un elenco di cosa bisogna fare per attenuare la crisi ecologica senza dire come si possa fare ciò che bisogna fare. Se si privilegia la scelta di imporre i divieti e gli obblighi ritenuti indispensabili per evitare il collasso, la conseguenza più probabile è che si finisca nell’estremismo parolaio di proposte che non abbiamo la forza politica di far tradurre in leggi (per esempio: bisogna ridurre i consumi ai livelli degli anni sessanta). Il risultato che si ottiene è quello di dirottare il consenso sui nostri avversari, che ci accusano di lanciare allarmi esagerati (le chiamano ecofollie) e scacciano le paure minimizzando i problemi, o negandoli.

     Alcuni obblighi e divieti sono comunque necessari, ma per farli accettare come fattori di miglioramento e non di peggioramento della qualità della vita, come fattori di progresso e non di regresso, è necessario comunicare bene i vantaggi che offrono, partecipare alla costruzione delle necessarie alleanze politiche, proporli soltanto se non sia possibile prospettare soluzioni alternative alle imposizioni, anche nel caso in cui siano meno efficaci e non consentano di ottenere risultati altrettanto tempestivamente.

2. La maniera più efficace per rendere desiderabili le proposte ecologiche è privilegiare quelle che offrono dei vantaggi economici direttamente proporzionali ai vantaggi ecologici. Questo abbinamento si verifica con le proposte finalizzate a ridurre gli sprechi e ad aumentare l’efficienza con cui si trasformano le risorse naturali in beni. Se ristrutturando un edificio si riducono le sue dispersioni energetiche, si riducono in misura direttamente proporzionale sia le sue emissioni di CO2, sia i costi delle bollette. Se si vendono i materiali recuperati con una accurata raccolta differenziata degli oggetti dismessi non solo si ricavano degli utili, ma si riducono anche i costi di smaltimento perché si riducono le quantità di rifiuti che si portano in discarica o all’incenerimento: i vantaggi economici sono direttamente proporzionali alla riduzione dell’impatto ambientale. Se l’azienda che gestisce gli oggetti dismessi non è una S.p.A., ma un’azienda pubblica, gli utili non diventano dividendi per gli azionisti, ma consentono di ridurre la tassa raccolta rifiuti. Ciò induce la popolazione a favorire questo processo, facendo un’accurata raccolta differenziata, in modo che si possano vendere i materiali recuperati. Questa è stata la modalità seguita dal Comune di Tivoli a partire dal 2015.

     Come mai abbiamo dato più importanza alla sostituzione delle fonti fossili con le fonti rinnovabili, che teoricamente consentirebbe di ridurre l’effetto serra senza diminuire i consumi (e i costi per gli utenti), invece di privilegiare la riduzione degli sprechi e soddisfare con le fonti rinnovabili un fabbisogno ridotto (con una riduzione dei costi per gli utenti)? Questa strategia, oltre a ridurre maggiormente le emissioni di CO2, si sarebbe tradotta in un aumento di consensi per gli ecologisti. Perché non l’abbiamo seguita? Forse perché crediamo che le scelte ecologiche richiedano sempre e comunque un aumento dei costi che le mette fuori mercato, ma hanno una valenza etica e salvifica, per cui devono essere sostenute in parte con contributi di denaro pubblico, cioè indirettamente dalle persone attraverso la fiscalità, e in parte direttamente dalle persone con una serie di obblighi costosi che hanno effetti penalizzanti soprattutto sulle classi sociali meno abbienti (e poi ci stupisce se votano per i nostri più acerrimi avversari politici…).

     Nel 2023 il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, decise di estendere le aree ULEZ, la «ultra low emission zone», cioè la zona a traffico limitato, imponendo il pagamento di una tariffa di 12,5 sterline al giorno per le moto inferiori a euro 3, le auto a benzina inferiori a euro 4 e le auto diesel inferiori a euro 6. Gli abitanti dei quartieri popolari periferici percepirono il provvedimento come una vessazione per costringerli a comprare una nuova automobile, imposta dagli ambientalisti ricchi abitanti nel centro della città. Il primo ministro conservatore, Rishi Sunak, decise di cavalcare la protesta antiambientalista, smantellando le misure politiche ecologiste precedentemente adottate dal suo stesso partito. Che la sua scelta fosse politicamente vincente fu dimostrato dalle elezioni suppletive per assegnare un seggio parlamentare rimasto vacante, che si svolsero in due quartieri dell’estrema periferia ovest della città, Uxbridge e South Ruislip, appena inseriti nella zona a traffico limitato. Sebbene in questi quartieri i conservatori fossero impopolari e avessero uno svantaggio di venti punti rispetto ai laburisti, vinsero le elezioni e il loro candidato fu eletto in Parlamento.[3]

3. Per contrastare l’identificazione del più col meglio, su cui si fonda la scelta di utilizzare la crescita del prodotto interno lordo come parametro del benessere, alcuni ecologisti hanno identificato il meglio col meno e si sono fatti promotori di un cambiamento degli stili di vita fondato sulla sobrietà, la frugalità, la rinuncia al superfluo. Su questi nobili obbiettivi hanno confidato di poter fondare un sistema di valori alternativo a quello vigente nei Paesi che si sono autodefiniti sviluppati proprio perché hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci e dei consumi. Hanno però commesso un errore concettuale di fondo perché il cambiamento degli stili di vita non può essere confuso con un cambiamento del sistema dei valori. 

3.1. Se si contrappone il meno al più si utilizza lo stesso parametro quantitativo come misura del benessere e si perdono i contatti con le classi sociali più povere. La vera alternativa all’identificazione del più col meglio è l’uso di criteri qualitativi nella valutazione delle attività umane. Per essere socialmente accettabile il meno deve essere selettivo. Occorre ridurre la produzione delle merci oggettivamente inutili: gli sprechi, e delle merci oggettivamente dannose: le armi, i veleni utilizzati per accrescere la produttività nei processi industriali e in agricoltura. Lo scarso consenso sociale e politico degli ecologisti dipende dal fatto che la nostra proposta è stata percepita come una proposta pauperista, anche per la scarsa chiarezza con cui alcuni di noi l’hanno comunicata, ma la riduzione degli sprechi e della produzione di armi e veleni non comporta una riduzione del reddito delle persone.

3.2. Il superfluo non è uguale per tutti. Un impiegato davanti a un computer in un ufficio con l’aria condizionata non ha bisogno dello stesso numero di ricambi di biancheria di cui ha bisogno un muratore che lavora all’aperto d’estate. Ciò che per l’impiegato sarebbe superfluo, per il muratore è necessario. Non abbiamo spiegato la differenza tra il superfluo, che risponde a criteri soggettivi, e l’oggettivamente inutile o l’oggettivamente dannoso. La riduzione dei consumi superflui risponde a criteri etici che noi condividiamo, ma non può essere oggetto di disposizioni legislative. La riduzione della produzione di merci inutili e dannose risponde a criteri razionali e non comporta privazioni: è un nostro obbiettivo politico.

3.3. La rinuncia implica una valutazione positiva di ciò di cui si decide di fare a meno per motivi etici. Si rinuncia se si decide di fare a meno di qualcosa che si ritiene utile o piacevole, ma se si decide di fare a meno di qualcosa che si ritiene inutile o dannosa, non si rinuncia a niente, si fa una scelta per stare meglio.

4. Non siamo stati capaci di far capire che non proponiamo politiche di austerity, ma un cambiamento del sistema dei valori, che non può essere imposto per legge, ma può essere soltanto l’esito di una maturazione culturale in grado di smascherare il grande inganno insito nell’identificazione del ben-essere col consumismo. In primo luogo perché gli esseri umani non hanno soltanto esigenze materiali che possono essere soddisfatte comprando qualcosa. In secondo luogo perché la continua immissione sul mercato di prodotti nuovi brucia in tempi sempre più rapidi la soddisfazione fornita dagli oggetti acquistati e crea una frustrazione continua. Il nostro scopo è contribuire a far riemergere le esigenze spirituali dalle profondità in cui sono state nascoste nelle società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci. Dobbiamo contribuire a far prevalere nel sistema dei valori il bello sull’utile, la solidarietà sulla competizione, l’amore per le persone sull’amore per le cose. Dobbiamo contribuire a far riemergere la consapevolezza che tutto ciò che dà un senso alla vita non si può comprare. Non fa crescere il Pil, per ripetere le parole utilizzate da Robert Kennedy nel 1968. Non si favorisce questo cambiamento del sistema dei valori colpevolizzando le persone se non cambiano i loro stili di vita in senso ecocompatibile, ma aiutandole a sognare un mondo in cui si può vivere meglio. Le abbiamo aiutate a sognare?

     «Se vuoi costruire una barca – ha scritto Antoine se Saint-Exupéry nel libro Cittadella – non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». Siamo stati capaci di suscitare quella nostalgia? 

5. Avendo focalizzato l’attenzione sul cambiamento degli stili di vita, alcuni ambientalisti tendono a colpevolizzare chi non li adotta e lascia accese le luci quando non ce n’è bisogno, non fa un’accurata raccolta differenziata, seleziona il termostato dell’impianto di riscaldamento a più di 20°C e quello dell’impianto di raffrescamento a meno di 20°C, non sostituisce con un’automobile elettrica la sua automobile con motore termico, utilizza voli aerei low cost. Questi comportamenti contribuiscono ad aggravare la crisi ecologica e vanno contrastati, ma non dipendono soltanto da una insensibilità individuale nei confronti dei problemi ambientali. È la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci ad aver bisogno che contestualmente crescano anche i consumi per evitare che si inneschino crisi di sovrapproduzione. Difficilmente si suscita la simpatia di chi si colpevolizza perché non modifica gli stili di vita che è stato condizionato a identificare col benessere. Solo la consapevolezza che gli stili di vita non coincidono col sistema dei valori, ma ne dipendono, può far percepire come un progresso e non come una limitazione l’adozione di comportamenti ecocompatibili.

     Molto più dei comportamenti individuali sono le scelte politiche ad aggravare la crisi ecologica: le grandi opere inutili, gli inceneritori, il consumo di suolo, l’invasione della pubblicità, gli incentivi alla crescita della produzione di merci e dei consumi, i sussidi statali alle fonti fossili, la protezione offerta agli impianti industriali inquinanti in nome della tutela dell’occupazione, la riduzione dei limiti alla caccia, il green washing, gli inganni semantici con cui il potere fa credere d’impegnarsi per la riduzione dell’impatto ambientale. L’unico modo di contrastare queste scelte devastanti è rafforzare le ridotte rappresentanze degli ecologisti nelle sedi istituzionali, ma molti ecologisti militanti manifestano una sorta di rifiuto istintivo per la politica e sfogano la loro indignazione in convegni, raccolte di firme e petizioni. Come nell’apologo del tapino che tornando a casa massacrato di botte dice: Me ne ha date tante, ma quante gliene ho dette!

6. Siamo rimasti intrappolati nella convinzione che la contrapposizione politica tra le destre e le sinistre derivi da due concezioni opposte del mondo, mentre invece sono due modi alternativi di realizzare la stessa concezione del mondo materialista e antropocentrica, che misura il benessere con la crescita della produzione e del consumo di merci, e considera tutte le specie viventi come risorse al servizio della specie umana. Ci siamo schierati con le sinistre perché propongono una distribuzione più equa tra i popoli e le classi sociali dei profitti derivanti dalla crescita economica, dimenticando che la nascita dei movimenti ecologisti non è avvenuta per rafforzare uno dei due modi in cui si era realizzata quella concezione del mondo, ma per contrastarla. È stata indotta da una reazione ai danni che stava causando al pianeta, e quindi anche alla specie umana. Il compito specifico degli ecologisti è contribuire a ridurre la crisi ambientale, favorendo al contempo una maggiore equità tra gli esseri umani, ma non a scapito di altri esseri viventi, per evitare che si trasformi in un danno irreparabile per tutti.


[1]  Cfr. George Monbiot, Out of 1,500 global climate policies, only 63 have really worked. [Su 1.500 politiche globali sul clima, solo 63 hanno funzionato davvero], The Guardian, agosto 2024

[2]  Cfr. Marco Revelli, Verde marcio, https://volerelaluna.it, 05-09-2024.

[3]  Cfr. Ferdinando Cotugno, Trattori, negazionisti, populisti: il fronte anti-ambientalista di cui dovremmo preoccuparci, www.lucyagency.com, 9 febbraio 2024.

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Una risposta

  1. Puccio Michele ha detto:

    Le incombenze quotidiane distraggono la gente dalle questioni piu ampie.
    Partendo dalle risoluzioni quotidiane ci si può successivamente prendere cura delle questioni più ampie.

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