Il profitto come principio di distruzione dell’umanità
Introduzione: l’arte come preghiera muta
In Donna con camicia rossa di Kazimir Malevič, dipinto negli anni ’30 del secolo scorso, si cela una delle più potenti rappresentazioni del prezzo che il lavoro impone al corpo umano. Le mani della donna richiamano quelle delle Madonne bizantine, ma di sacro non è rimasto nulla.
Questa donna ha perso tutto: la speranza, la luce, e soprattutto il tempo — tempo da offrire a suo figlio, che è la vera essenza della maternità. Il figlio non c’è. La maternità è stata rubata, come la dignità. Resta solo la postura muta della resistenza.
Lì, nel volto spoglio e nel silenzio della postura, c’è il prezzo dell’industrializzazione, del lavoro seriale, dell’alienazione. Ed è da lì che vogliamo partire per raccontare il destino dell’umano nel tempo del profitto assoluto.

Le guerre come profitto: dalla Seconda Guerra Mondiale alla Palestina
“Extreme violence has a way of preventing us from seeing the interests it serves.”
(La violenza estrema impedisce di vedere gli interessi che serve.)
— Naomi Klein, The Shock Doctrine (2007)
La guerra non è più tragedia, è mercato.
Il Novecento ci aveva promesso un’architettura internazionale capace di scongiurare nuovi genocidi. L’ONU, il diritto internazionale, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948: tutto questo nasceva dalla cenere dell’Olocausto e dalle bombe su Hiroshima. Eppure, oggi, i popoli continuano a morire nel silenzio istituzionale.
Il popolo palestinese è emblema di questa sconfitta morale. In nome della sicurezza, è stato giustificato l’annientamento di vite, di città, di intere generazioni. Gaza oggi è una prigione a cielo aperto, dove il diritto è sospeso e il profitto geopolitico decide chi vive e chi muore.
La guerra tra Israele e Hamas non è solo un conflitto armato, è la negazione della dignità umana in nome della strategia economico-militare.
E mentre la comunità internazionale guarda, tace o si divide, le parole dell’ONU restano carta vuota.
Anche l’Europa, nata per impedire nuove guerre sul continente, oggi si frantuma in impotenza, mentre nel 2024 si è aperto il fronte Iran-Israele, minacciando il mondo con un nuovo equilibrio atomico instabile. In Ucraina, la guerra è divenuta logoramento quotidiano, e i Balcani tornano inquieti. La terza guerra mondiale non è uno scenario futuro: è un mosaico già iniziato, fatto di conflitti “a pezzi”, come ha detto Papa Francesco.
L’agricoltura che distrugge la vita
“Le piante sono state ingegnerizzate per uccidere gli insetti. Ma chi uccide chi?”
— Rachel Carson, Silent Spring (1962)
La rivoluzione verde ci aveva promesso il cibo per tutti. In realtà, ha regalato monocolture, desertificazione, sementi sterili e dipendenza chimica.
L’allevamento intensivo è oggi una delle forme più brutali di dominio sugli esseri viventi: mucche costrette a ingrassare artificialmente, vitelli separati dalle madri, polli che non vedono mai la luce del sole. Gli animali non sono più creature, sono ingranaggi di produzione.
Il libro di Rachel Carson, Silent Spring, fu tra i primi a denunciare che gli insetticidi e pesticidi stavano uccidendo non solo gli insetti, ma anche l’equilibrio della terra. Oggi la sua “primavera silenziosa” è diventata realtà in molte regioni: le api scompaiono, le falde si avvelenano, le popolazioni si ammalano.
E tutto questo per cosa? Per garantire la logica del mercato globale, dove il cibo è merce e non nutrimento.
Il lavoro come alienazione: il corpo svuotato
“Nel capitalismo il tempo non ha valore in sé, ma solo come tempo di produzione.”
— Karl Marx, Il Capitale
Come quella madre dipinta da Malevič, milioni di donne e uomini lavorano oggi senza mai abitare il proprio tempo.
Il lavoro ha perso la sua dimensione creativa, relazionale, comunitaria. È diventato ritmo imposto, fatica ripetuta, estraneità al senso.
Gli operai dell’Est globale e i precari dell’Occidente vivono la stessa condizione di espropriazione: sopravvivere per produrre, produrre per sopravvivere.
La maternità, la cura, l’educazione non entrano più nei bilanci del PIL, quindi non esistono. Le donne sono le più penalizzate: devono lavorare fuori casa per pagare qualcun altro che si occupi dei loro figli, in un sistema che spezza il ciclo naturale della cura.
La città che consuma l’umano
Le metropoli contemporanee sono spazi del consumo e dell’isolamento.
Non si costruiscono relazioni, ma flussi. Non si abita, si occupa. Non si dialoga, si compete.
L’urbanizzazione non ha prodotto cittadinanza, ma solitudine di massa.
Il diritto alla città, come dice Henri Lefebvre, è stato sequestrato dal mercato immobiliare, dalle logiche turistiche, dalla gentrificazione.
Ogni quartiere è una potenziale risorsa da “valorizzare”, cioè da privatizzare.
Il corpo che si infiamma: malattia come risposta politica
“Il dolore non è individuale: è l’impronta della disuguaglianza impressa nella carne.”
— Rupa Marya & Raj Patel, Inflamed (2023)
Nel saggio Inflamed. Medicina, conflitto e disuguaglianza, Marya e Patel dimostrano come il corpo umano reagisca biologicamente all’ingiustizia sociale.
L’infiammazione cronica è una risposta dell’organismo al trauma ambientale, alimentare, lavorativo, ma anche psicologico, storico, coloniale.
Chi vive in guerra, nella fame, nella repressione, sviluppa più facilmente patologie autoimmuni, cardiovascolari, infiammatorie. Il corpo è lo spazio dove il sistema si manifesta.
Ma anche nelle nostre città, lo stress, la precarietà, il razzismo sistemico, generano infiammazione, disattivano la capacità del corpo di autoripararsi.
“La salute non è solo assenza di malattia. È capacità di relazione, giustizia, ecologia.” — R. Marya
La trasformazione dell’umano: da essere a consumatore
Oggi l’umano è sotto trasformazione lenta ma radicale.
Non è più cittadino, ma utente. Non è più pensante, ma acquirente.
Il consumatore è il soggetto ideale del capitalismo: non reclama diritti, non pensa al futuro, acquista e basta.
Il potere ha imparato a non governare più con la violenza diretta, ma col desiderio addomesticato.
Ci vendono identità, stili di vita, felicità preconfezionata. E noi, in cambio, cediamo tempo, libertà, senso.
Conclusione: la speranza come atto di resistenza
Eppure, la resistenza è già iniziata.
Nei contadini che custodiscono semi liberi. Nei medici che curano con ascolto. Nei giovani che occupano scuole, piazze e fabbriche dismesse.
La primavera non è silenziosa. Sta sotto la cenere.
La cura non sarà delegata. Sarà politica, poetica, collettiva.
Sarà il ritorno della madre. Della comunità. Del legame.
Sarà l’umanità che rifiuta di farsi merce.
Sarà il corpo che dice: “basta”.






