Qualcuno sogna un mondo sommerso di imballaggi “compostabili” ?

di Francesco Girardi

E’ la volta del tè! dopo il caffè in cialde “plastic-free” e compostabili, potremo forse godere al supermercato della libertà di acquistare, pensate un pò, i bric di tè in confezioni singole o da 6, in materiale compostabile.

Siccome tale proposta di produzione industriale sembra sia gradita anche ad alcuni noti esponenti del mondo Zero Waste, è palese che esiste un certo modo di intendere la visione “rifiuti zero” che ammetta e favorisca la religione e il mantra dell’usa e getta su cui si regge la esistenza e la persistenza di tanti soggetti di mercato.

Il fine è certamente quello giusto cioè quello di ridurre rifiuti contenuti nel residuo da differenziata domestica e dunque da inviare “a brucio” e, mettendo le mani nel sacco grigio volgarmente detto “dell’indifferenziato”, se ne raccoglie ancora a piene mani, gli imballaggi dell’ “esta-thè” che contengono nelle fasi di trasporto ai supermercati, l’infuso della Camellia Sinensis, questo l’antico nome della pianta del tè, risalente al 200 avanti Cristo.

Se ci sono voluti oltre 250 anni dall’inizio della rivoluzione industriale per giungere a una proposta industriale gradita a “certo ambientalismo del fare” pienamente in linea con i desiderata confindustriali in quanto non intaccante e anzi favorente le pulsioni consumistiche a valle, è anche vero che per i 1.800 anni precedenti abbiamo fatto a meno di tutto ciò e l’essere umano in era pre-consumistica si concedeva la libertà di godersi una bevuta di tè in piena armonia con la natura e la storia.

Anzi ! proprio il momento del Tè era vissuto come occasione per condividere con gli altri lunghe pause di riflessione in cui confrontarsi socializzando.

Mi chiedo come sia stato possibile arrivare all’invenzione del Tè “fast and furious”, inserito nel tran tran quotidiano da ciucciare in pochi secondi, più dissetante che altro? Anche questo dà la misura di quanto assurdo e incompatibile con la piena godibilità della Vita, sia la visione business as usual che favorisce la crescita economica a patto di rinunciare a noi stessi, ammalandoci di mero e becero consumismo.

Ci si chiede anche perché non considerare che in fondo il bric di Tè usa e getta venga tacciato di cotanta insostenibilità quando nella realtà si tratta di materiale plastico pienamente raccoglibile nella raccolta della plastica ? Nel sacco grigio neanche ci finiva sto bric, in fondo non ce lo si trovava neanche?!?

Non sarà completamente riciclabile a valle, tutto da verificare, ma è ancor di più non corrispondente alla verità che il nuovo mantra dell’imballaggio compostabile rappresenti la sostenibilità ambientale del trasporto e della distribuzione delle merci delle quali dovremmo invece occuparci al fine di stigmatizzarne l’esistenza nel nostro futuro.

E’ fuori dalle logiche di mercato che va ricercata l’inutilità delle pratiche usa e getta la cui dannosità ambientale e sociale rischiano addirittura di venir coperte irresponsabilmente dall’atto di negare la completa recuperabilità come materia seconda di tale polimero costituente i bric usa e getta :
infatti con esso seppur si dimostrasse la non completa riciclabilità, si potrebbe sempre produrre plasmix estrudibile in nuovi oggetti (panchine, scope domestiche, etc.) o affidarlo alla filiera dello smaltimento a fini energetici negli inceneritori di rifiuti non riciclabili (cosa da evitare in ogni caso per l’impatto inquinante e climalterante).

Un’altra occasione persa per poter ribadire che la dannosità delle pratiche usa e getta non si annulla d’emblée con l’introduzione di improbabili soluzioni di imballo compostabile, né ciò è auspicabile in quanto essa, la capacità di generare o addirittura aumentare i danni, risiede proprio nell’assuefazione a cui le stesse pratiche portano tanto agli atti quotidiani di consumo scriteriato e disumano di risorse da parte dell’utenza consumatrice a valle, quanto alla consueta modalità di produzione di inutili merci da trasportare in ogni dove da parte dell’industria produttrice a monte.

Ebbene chi ce l’ha ancora gratis e in nuce una sua capacità di comprendere e/o verificare al di là delle apparenze, chi ce l’ha in testa questa capacità e non deve acquisirla a sconto o col “3 x 2”, non può che avviare una seria riflessione su questi tentativi di introdurre e sponsorizzare subdolamente la nuova frontiera di imballaggi che dovranno sostituire quelli in plastica, gli imballaggi “plastic free” in quanto compostabili in modo relativo, compostabili cioè se introdotti “nelle filiere di laboratorio o in trattamenti di compostaggio industriale” e non certo degradabili in modo benefico e in senso assoluto come vorrebbero le leggi di Natura, una volta inseriti all’aria aperta e/o su suolo nudo.

Recenti studi condotti in più parti del Pianeta, dimostrano scientificamente che nessun imballaggio in materiale Biologico prodotto in laboratorio, riesce completamente a degradarsi in condizioni naturali se non in tempi incompatibili con l’assenza di danni indotti alla vita circostante nell’ambiente naturale recettore (sia esso terrestre o marino).
Biodegradabile è concetto ben diverso da compostabile, se tutto è biodegradabile a patto di attendere anche millenni per il vetro e per i materiali plastici, sono compostabili solo materiali in fibre naturali tra cui quelli a base cellulosica la cui composizione bio-chimica è però, incompatibile con le necessità di resistenza agli urti, usura e conservazione da garantire in tutte le fasi di produzione e trasporto dei prodotti industriali.

La si può addolcire ancora un pò la medicina, ma non c’è verso al ritorno delle pratiche del vuoto a rendere degli imballaggi che non va più procrastinato, ma va auspicato, indotto e favorito con nuovi e ingenti investimenti in attività di raccolta mirata a sensibilizzare l’utenza consumatrice, investimenti in Italia completamente ancora inesistenti e che dovranno assolutamente vedere coinvolti in modo da responsabilizzarli, anche e soprattutto i produttori delle merci e gli utilizzatori degli imballaggi : niente di più performante dal punto di vista energetico e ambientale che il riuso dell’imballaggio, imballaggio che va prodotto non già pensando a quando sarà abbandonato o rilasciato in ambiente, ma al contrario, secondo criteri e standard di durabilità, completa riciclabilità nonché versatilità nelle filiere della restituzione post acquisto o post consumo.

E’ preoccupante notare che più che concentrarsi sull’abbandono delle pratiche usa e getta, ci si attardi ad aiutare la permanenza dello status quo consumistico e si sostengano nel mercato produzioni e utilizzo di imballaggi “plastic free” anche in mater-Bi provando addirittura a introdurre il concetto di “compostabilità in ambiente industriale” , una compostabilità che forse è convergente (in tempi lunghi) a quella naturale, ma che prevede pretrattamenti meccanici e chimico-fisici (energivori anch’essi) preliminari al rilascio in ambiente del residuale “compost – poco compostabile”.

Questo è il solito sistema di affari “green” che si nutre di sostenibilità pezzottata che odora anzi rischia di puzzare della solita crescita insostenibile in quanto climaticamente dannosa ed energeticamente degradante, proposta e sostenuta dai soliti interessi industriali da “rinverdire” con una mano di green spargendo e spruzzando in qua e in là, messaggi incoraggianti alla massa di consumatori nonché alla pletora di addetti ai lavori interessati al business e non al percorso del progresso.

Le fondamenta del modo di produzione industriale si reggono sul substrato artificiale costituito dall’equivoco maledetto che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è da acquistare ed è producibile e trasportabile da terzi e lo sarà da oggi in modo green grazie ai contenitori e agli imballaggi compostabili.

Ci arriviamo o no a capire che è proprio il concetto di mercificazione del nostro tempo che ci catapulta nell’insostenibile e improcrastinabile mondo delle merci prodotte altrove e trasportate nei nostri frigoriferi a suon di galloni di petrolio, un mondo in cui a non dover essere intaccato in alcun modo, è il desiderio di usare e gettare subito senza riflettere, senza riuso o possibilità di autoproduzione del contenuto, anche il contenitore “tanto che fa! mo’ è pure compostabile?!?” .

Una riflessione su tutte dovrebbe muovere i pensieri del Cittadino consumatore Europeo nell’UE in via di decarbonizzazione : si può ragionare in un mondo plastic-free, di buone pratiche volte alla riduzione seria dei rifiuti, che sia una mancata produzione degli stessi e che non comporti alcuna fase di scarico degli stessi a partire dagli imballaggi che li contengono, nelle matrici ambientali?

Ai decisori politici e agli attori di mercato della medesima Europa invece l’arduo compito di scegliere se va favorita o meno la produzione industriale che asseconda le nostre pulsioni all’usa e getta. Possono queste pulsioni essere ancora e ancora e ancora favorite addirittura rassicurando il consumatore sulla piena compostabilità di tutti i rifiuti e degli imballaggi (anche se presunta o in ambiente industriale)?

 

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