Questa è la crisi della globalizzazione, che apre due vie: recessione o decrescita selettiva e coordinata.

di Fabrizio Cortesi

A sentirli, i media fanno passare la guerra in Ucraina come l’origine di tutti i mali del nostro tempo.

La realtà è ben diversa e sotto gli occhi di tutti.

La guerra ha semmai fatto semplicemente da detonatore di una crisi che ha origini lontane ed è proprio strutturale, non passeggera.

La crisi ha anche a che fare con la fine della globalizzazione per come l’avevamo fin qui conosciuta, con la separazione netta tra il luogo di fruizione di un prodotto e la frammentazione e parcellizzazione globale dei luoghi di produzione, con tutti i problemi ambientali, etici, sociali indotti da questo sistema finalizzato solo alla spinta massima del profitto industriale e finanziario e alla finanziarizzazione dell’economia.

Saltando questo sistema economico salteranno di conseguenza anche tutti gli equilibri geopolitici tra blocchi di potenze (la guerra è una conseguenza di ciò, e il caso Ucraina con la Russia è replicabile a Taiwan da parte della Cina), il ruolo del dollaro, che potrebbe non essere più la moneta che traina tutti gli scambi commerciali (Cina e India stanno già facendo man bassa di materie prime russe pagandole in Rubli) e il ruolo delle banche centrali, la cui sfera di influenza potrebbe indebolirsi molto rispetto a quanto visto fin qui.

Essendosi inceppato il meccanismo della globalizzazione e delle catene di fornitura, “grazie” al catalizzatore della pandemia Covid-19,  sono venuti tutti i nodi al pettine, nell’ordine, il problema della insostenibilità dei modelli economici attuali e dei modelli di produzione industriali globalizzati, il prezzo delle materie prime che cresce fortemente anche proprio a causa della loro indisponibilità fisica, l’inflazione che si scarica sul potere d’acquisto di famiglie e imprese e la recessione/stagflazione che incombono in tutte le grandi economie del mondo; questi fenomeni, tutt’altro che passeggeri, vanno a sommarsi e sono intimamente collegati alla catastrofe climatica e ambientale innescata dal modello di produzione industriale a partire dalla rivoluzione industriale in poi. Esattamente come la crisi idrica e alimentare, tutte queste crisi erano già state ampiamente e precisamente previste dagli scienziati, fin dal preveggente rapporto del Club di Roma “i limiti dello sviluppo” del 1972, ma sistematicamente ignorati e messi sotto il tappeto. Fin quando poi però la bomba ci scoppia in mano da un giorno all’altro.

L’ondata attuale di inflazione da record non è causata soltanto dall’aumento dei costi delle materie prime/energetico e dall’esorbitante aumento dei costi di produzione (soprattutto in Europa), da una crisi strutturale di offerta, ma proprio da decenni di politiche insensatamente espansive e insostenibili, stile Mario Draghi e suoi predecessori: Nonostante le loro lauree e master, costoro hanno fatto finta di non capire ciò che sarebbe evidente anche un bambino, ossia che a furia di tirarla prima o poi la corda si spezza.

Nel mondo ideale dei “Mario Draghi”, banchieri centrali, per non parlare di quelli americani, era diventato più facile stampare il denaro che produrre le merci. Il mercato è ormai letteralmente inondato di liquidità e di debito, a tal punto che è bastato un innesco qualunque per far esplodere i prezzi.

Il problema è anche la caratteristica altamente iniqua e asimmetrica dell’inflazione, che scarica i maggiori oneri da chi vende verso chi acquista e dove a pagare sono sempre le classi sociali più vulnerabili economicamente. Chi ha reddito fisso si impoverisce, chi può riversare ad altri gli aumenti dei propri costi molto meno.

E di inneschi recentemente ne abbiamo avuti almeno 5: la pandemia, la breve ripresa ma con il blocco delle catene di fornitura, la crisi della globalizzazione, la guerra in Ucraina, il costo e scarsità di energia e materie prime.

Il bello è che le banche centrali ora stanno alzando il costo del denaro come non avevano mai fatto negli ultimi anni proprio per combattere l’inflazione cercando di rallentare i consumi per far abbassare i prezzi, ma con ciò rischiando, giocando sul filo di lama, di innescare reazioni fuori controllo e stagflazione, che non è ormai del tutto da escludere.

In uno scenario altamente rischioso come quello descritto, mentre economie tutto sommato solide e con a disposizione materie prime, come Cina, Russia, Usa, sono piuttosto protette, ad essere più esposta è certamente l’Europa, che non ha un alto grado di indipendenza nei suddetti settori strategici, oltre ad aver delocalizzato tante produzioni. All’interno dell’Europa, a pagare il prezzo più alto, ci sarà certamente anche il nostro paese Italia, con un altissimo tasso di dipendenza energetica, produttiva, alimentare, stipendi medi tra i più bassi d’Europa, diritti perduti, indebitamento da record e potenzialmente ingestibile, spread potenzialmente fuori controllo: potremmo essere il primo paese a saltare, se la situazione nei prossimi mesi non si normalizza. È proprio in queste situazioni in cui si arriva vicino al limite di sostenibilità e di resilienza dove si capisce davvero cosa sia lo spread nella sua accezione più ampia e cosa significhi essere governati da una delle classi dirigenti politiche tra le peggiori al mondo. In situazioni così al limite del collasso non funzioneranno più i meccanismi di solidarietà Europea, soprattutto verso quei paesi che non sono stati minimamente capaci di controllare la loro spesa e i loro debiti pubblici, come l’Italia, in particolare quando si esaurirà la spinta economica data artificialmente dai fondi del Next Generation EU e del PNRR, sua emanazione italiana.

In queste situazioni, immaginate come i tedeschi e i Paesi del nord vedrebbero il dover concedere gli Eurobond a paesi cicala come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo…

Tornando alla fine della globalizzazione, ciò che già oggi si intravede è la frammentazione delle alleanze, anche commerciali, e una divisione in blocchi, anche valutari: la Russia sta ora chiedendo il pagamento delle sue materie prime in Rubli, così il dollaro in prospettiva potrebbe perdere il suo ruolo centrale negli scambi commerciali. Allo stesso modo si stanno formando due grandi blocchi geopolitici: Europa-Inghilterra-Stati Uniti d’America da una parte e Russia, Cina, India dall’altra. I blocchi potrebbero essere sempre più separati, anche commercialmente, non sostenendo più, quindi, il modello di globalizzazione visto fin qui, dove ogni blocco tende ad essere sempre più indipendente e autosufficiente rispetto agli altri, e le nazioni ad esserlo dentro i blocchi.

Il ruolo delle riserve delle nazioni inoltre si sta spostando sempre di più dalle riserve valutarie da dollari ad altre valute e da valute e attività finanziarie verso attività reali e materie prime, energia, gas, petrolio (soprattutto la Cina ne sta accumulando come non mai dalla Russia, a prezzi ottimi), come se il bene più prezioso oggi sia rappresentato dai beni primari, sempre più scarsi, inclusa l’acqua. E dove, in uno scenario nemmeno troppo futuribile, il dollaro potrebbe restare la valuta delle attività finanziarie, ma la Yuan quella dei beni primari, la moneta dell’economia reale e della manifattura.

Un’ultima considerazione: ciò che di fatto sta accadendo oggi, proprio per scelta delle banche centrali, è rallentare i consumi per tentare di far scendere i prezzi. Ma essendo il fenomeno inflattivo strutturale e generato da una crisi dell’offerta, questa manovra potrebbe non aver effetto sull’inflazione e tradursi semplicemente in realtà in una vera e propria contrazione permanente della domanda, ossia in una recessione. Ecco, se i governi centrali riuscissero a governare e pilotare meglio questa recessione trasformandola in una decrescita selettiva, coordinata e governata dei consumi e delle produzioni di merci inutili e dannose, probabilmente l’economia globale si potrebbe avviare verso una nuova fase di riconfigurazione e allineamento verso ciò che noi in SEquS chiamiamo conversione economica dell’ecologia, che vedrebbe a regime un mondo e una società, se non felici, almeno certamente più sostenibili di come sono oggi dove agli attuali ritmi di consumo ci mangiamo ben oltre due pianeti all’anno in termini di risorse rinnovabili: cerchiamo perciò di allentare la corda prima che davvero si spezzi, trasformando la profonda e strutturale crisi di oggi in opportunità di riconfigurazione e di sopravvivenza per domani.

Fabrizio Cortesi, consulente in sostenibilità e ecologista.

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