Riflessioni di Maurizio Pallante sulla pandemia. Cap.3

Pubblichiamo il terzo capitolo delle riflessioni di Maurizio Pallante sulla pandemia. A questo link potete trovare i primi due capitoli.

di Maurizio Pallante

3. Il Covid-19 è poco più di un’influenza?

Questo è il quadro a livello mondiale della situazione sanitaria conseguente alla diffusione del Covid-19 alla data del 15 aprile 2020. Secondo i conteggi della Johns Hopkins University, i casi sintomatici (si ipotizza siano un terzo dei totali) hanno superato i 2 milioni, il numero dei decessi è salito a 128.071 e il numero delle persone guarite a 484.781. Circa la metà della popolazione mondiale in 90 Paesi è sottoposta a misure di isolamento.

Gli Stati Uniti hanno deciso di non inviare più ai loro alleati equipaggiamenti protettivi per il coronavirus a causa delle gravi carenze interne. L’insufficienza di mascherine e respiratori è tale che il Paese ha accettato aiuti sanitari anche dalla Russia. Il presidente Trump, che aveva negato la gravità della pandemia rifiutandosi di far approvare misure restrittive alla libertà di movimento della popolazione, ha fatto ricorso alla legge di guerra degli anni Cinquanta, il Defense Production Act, per imporre a sei grandi aziende di produrre respiratori. I contagiati sono quasi 600.000, il numero dei decessi supera i 26.000, di cui più di 10.000 a New York, dove vengono utilizzati i camion refrigerati come obitori, mentre i crematori funzionano 24 ore su 24. A Hart Island, nel Bronx, il 9 aprile è stata scavata una fossa comune, dove decine di lavoratori assunti a contratto seppelliscono 20 corpi al giorno per 5 giorni la settimana.

A Manaus, in Amazzonia, i posti letto in terapia intensiva non sono stati sufficienti per accogliere tutti i contagiati dal Covid-19 e i medici sono stati costretti a scegliere chi ricoverare in base all’età. Anche il numero dei morti ha superato le disponibilità dei posti nel cimitero ed è stato necessario scavare fosse comuni per seppellirli.

In Ecuador, nella città di Guayaquil, quella maggiormente colpita dal Covid 19, i servizi sanitari non sono stati in grado di ricoverare i malati negli ospedali, molte persone sono morte in casa e i servizi cimiteriali non sono stati in grado di seppellirle. Almeno 600 cadaveri avvolti in teli di plastica sono stati portati dai familiari nelle strade, dove sono rimasti diversi giorni prima di essere sepolti.

In Italia, come si è detto, il 2 aprile l’Istituto di Statistica ha pubblicato uno studio in cui si confronta il numero dei decessi avvenuti in 1084 comuni nei primi 21 giorni di marzo del 2020 col numero medio dei decessi dello stesso periodo nel quadriennio precedente 2015-2019. Ne risulta che nelle regioni del nord sono mediamente raddoppiati, mentre nella città di Bergamo si sono quasi quadruplicati e in alcuni comuni della provincia hanno fatto registrare incrementi ancora maggiori. Nella memoria collettiva di coloro che stanno vivendo questa fase della storia rimarranno indelebilmente impresse due immagini: le file delle bare allineate sui pavimenti delle chiese in attesa di sepoltura e la colonna di camion militari carichi di bare, in partenza dal cimitero di Bergamo, dove i forni crematori non erano sufficienti a svolgere il loro pietoso compito, diretti verso i forni crematori di altri cimiteri.

L’Istituto nazionale di statistica britannico (Ons, Office for National Statistics) ha rilevato che a Londra, nella settimana tra il 4 e il 10 aprile una persona su due è morta infetta da coronavirus. E una su tre nel resto dell’Inghilterra e del Galles. In valori assoluti, in Gran Bretagna alla data del 20 aprile i decessi per Covid-19 sarebbero più di 24.000, poco meno dei 24.648 avvenuti in Italia.[1].

Secondo uno studio internazionale effettuato da un gruppo di ricercatori italiani del Politecnico di Milano, della Scuola Politecnica federale di Losanna, delle Università di Padova, di Zurigo e Cà Foscari di Venezia, presentato alla stampa il 10 aprile e in uscita sulla rivista scientifica Pnas, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, le restrizioni alla libertà di movimento imposte alla popolazione dal governo italiano a partire dal 9 marzo scorso, hanno ridotto progressivamente la capacità di contagio del Sars-Cov-2 del 45 per cento, evitando, dall’inizio dell’epidemia al 25 marzo, il ricovero ospedaliero di almeno 200 mila persone.

Il 13 aprile, nel corso di una conferenza stampa svolta a Ginevra, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che il Covid-19 si diffonde più rapidamente ed è 10 volte più mortale del virus responsabile dell’influenza del 2009 (la cosiddetta suina).

In uno studio pubblicato il 13 aprile sulla prestigiosa rivista americana Journal of American Medical Association (Jama) si legge: «La pandemia Covid-19 rappresenta la più grande crisi globale della salute pubblica di questa generazione. Attualmente non esistono terapie efficaci per il virus».[1].

Il numero dei decessi per coronavirus è stato comunicato quotidianamente dai bollettini ufficiali degli istituti che sovrintendono la sanità pubblica di ogni Paese. Per verificarne l’attendibilità, uno studio effettuato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha confrontato i dati sulla mortalità da Covid-19 forniti da alcuni Paesi europei – Italia, Spagna, Regno Unito, Francia, Svezia, Svizzera, Paesi Bassi – con la differenza tra il numero dei decessi totali calcolati dai loro istituti di statistica nel corso di un mese, tra marzo e aprile del 2020, e la media dei decessi totali dello stesso periodo nel quadriennio precedente. I periodi presi in considerazione variano leggermente da Stato a Stato, ma sono omogenei per ogni Stato. A fronte di una media di 234.289 decessi nel quadriennio 2015 – 2019, nell’anno in corso ne sono stati registrati 322.720: 88.431 in più, che corrispondono a un incremento del 38 per cento. Presumibilmente questo è il dato reale dei decessi causati, direttamente o indirettamente, dal coronavirus, mentre il numero fornito dai bollettini ufficiali è di 59.261: 29.170 in meno. Anche se non tutti i decessi in più registrati dagli istituti di statistica tra marzo e aprile del 2020, rispetto alla media dei decessi nello stesso periodo del quadriennio precedente, si possono attribuire direttamente al coronavirus Sars-Cov-2, questo è il dato più attendibile per valutare l’impatto complessivo che questo virus ha avuto sulla popolazione, perché include anche i suoi effetti collaterali su pazienti che non è stato possibile curare adeguatamente, mentre si potevano salvare se gli ospedali non fossero stati travolti dal numero dei malati di Covid-19.[3]

 

[1] Antonello Guerrera, Gran Bretagna, tra il 4 e 10 aprile a Londra una persona su due è morta di coronavirus, il Fatto Quotidiano on line, 21 aprile 2020.

[2] Davide Milosa, «La fase 1 qui non è finita. La rianimazione è piena», il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2020, pag. 3.

[3]Milena Gabanelli e Simona Ravizza, Morti Covid, tutte le bugie in Europa, Ecco i dati reali, Corriere della Sera, Dataroom, 28 aprile 2020.
https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/morti-covid-tutte-bugie-dell-europa-ecco-dati-reali/1c28ca00-88b3-11ea-96e3-c7b28bb4a705-va.shtml?refresh_ce-cp

Photo by Markus Spiske on Unsplash

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