Riflessioni di Maurizio Pallante sulla pandemia Cap.4

Le zoonosi

Uno studio della sequenza genetica del Sars-Cov-2, condotto dall’équipe dell’infettivologo Kristian G. Andersen dello Scripps research institute di La Jolla, in California, pubblicato il 17 marzo, esclude che il virus sia stato fabbricato in laboratorio e, confermando gli esiti di uno studio cinese, ipotizza, ma non certifica, che derivi dall’evoluzione naturale di un coronavirus presente nei pipistrelli e passato dai pipistrelli alla specie umana utilizzando come ospite intermedio il pangolino, un mammifero con le squame che viene venduto nei wet markets cinesi.  (1)

Se questo può essere stato il percorso compiuto dal virus, occorre domandarsi come mai lo spillover sia avvenuto solo ora, dal momento che non da ora ai cinesi piace mangiare animali selvatici o semiselvatici. La risposta a questa domanda non può non tenere in considerazione il fatto che negli ultimi 30 anni in Cina gli allevamenti tradizionali sono stati sostituiti da allevamenti industriali di enormi dimensioni. (2)

Alcuni dei piccoli allevatori estromessi dal mercato hanno trovato una nuova fonte di reddito nell’allevamento di specie selvatiche, che prima costituivano soltanto un cibo di sussistenza, e hanno spostato le loro attività in zone incolte al limitare delle foreste dove vivono i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti tra esseri umani e specie animali selvatiche sono pertanto aumentate, facendo crescere le possibilità del salto di specie. A ciò si aggiunga che nei grandi allevamenti industriali sono stipati, in gabbie così piccole da impedire ogni movimento, migliaia di animali di cui negli ultimi decenni è cresciuta la domanda mondiale: polli, anatre, maiali. Per rispondere a questa domanda gli animali sono stati selezionati geneticamente per farli crescere in tempi più brevi di quelli previsti dalla loro fisiologia, per rendere più magra la loro carne, o per ipersviluppare le parti del loro corpo che soddisfano le maggiori richieste del mercato, per esempio il petto dei polli fino a che non riescono più a reggerne il peso, o le mammelle delle mucche che in cinquant’anni sono passate a produrre da 18 a 40/50 litri di latte al giorno. (3)

Gli allevamenti industriali sono diventati così redditizi che dopo la recessione del 2008, la banca newyorchese Goldman Sachs ha diversificato i suoi investimenti indirizzandoli sugli allevamenti di pollame in Cina. (4)

Un virus che si introduca in queste popolazioni di animali, non trova nessuna forma di resistenza che possa impedirne la diffusione e la sua virulenza può aumentare. Tutti i virus che hanno provocato delle epidemie negli ultimi cento anni provengono da animali selvatici e sono arrivati alla specie umana attraverso un passaggio intermedio negli allevamenti intensivi: l’influenza spagnola, che ha provocato la morte di 50 milioni di persone tra il 1918 e il 1919, causata, come si è scoperto recentemente, dal virus H1N1, transitato da un uccello selvatico alle anatre cinesi o ai maiali allevati nello Iowa prima di arrivare alla specie umana; l’influenza asiatica degli anni 1957/58; la Hong Kong degli anni 1968/69; la Nipah del 1999; la Sars (sindrome respiratoria acuta grave) del 2003; la Mers (sindrome respiratoria medio-orientale) del 2012; l’Ebola, che si ripresenta ciclicamente in Africa dal 1976. Dalla seconda metà del Novecento a oggi le epidemie di origine animale sono state un centinaio e hanno raggiunto la maggiore frequenza negli ultimi venti anni.

Le infezioni trasmesse dagli animali agli esseri umani, che vengono definite in termini scientifici zoonosi, sono particolarmente pericolose per una serie di ragioni che occorre avere ben presenti. Innanzitutto non possono essere eradicate e si ripropongono a intervalli di tempo sempre più brevi. In un’intervista rilasciata dopo la diffusione dell’epidemia causata dal Sars-Cov-2, David Quammen ha detto: (5)

Il 60 per cento delle malattie infettive umane sono zoonosi, cioè il virus è stato trasmesso da un animale in tempi relativamente recenti. L’altro 40% delle malattie infettive proviene da altro, da virus o altri agenti patogeni che si sono lentamente evoluti nel tempo insieme all’uomo. Quindi possiamo sradicare le non zoonosi, il cui virus si è adattato solo a noi e non vive in altri animali. Il caso più famoso è il vaiolo, che abbiamo sradicato e ora esiste solo nei laboratori e non circola nella popolazione umana. Siamo riusciti a farlo perché non vive anche negli animali.
Se il vaiolo vivesse in un pipistrello o in una specie di scimmia, allora non potremmo liberarcene nella popolazione umana se non ce ne liberassimo anche in quell’animale, dovremmo uccidere tutti quei pipistrelli o curare anche loro dal vaiolo.

Poiché non è possibile vaccinare, né uccidere tutti gli animali delle specie selvatiche che possono trasmettere virus, batteri e funghi agli esseri umani, l’unico modo per evitare le pandemie causate da zoonosi è smettere di distruggere gli habitat naturali in cui vivono, soprattutto nelle zone tropicali e ad alta biodiversità, perché la loro distruzione, in particolare la deforestazione, aumenta le possibilità di contatto tra le specie animali selvatiche e la specie umana. Bisogna smettere di cacciare gli animali selvatici e di catturarli vivi, bisogna proibirne la macellazione e la cottura nei wet market, dove per di più queste operazioni, oltre a essere eticamente inaccettabili, vengono effettuate in condizioni igieniche che rendono pressoché inevitabile il contagio.

In secondo luogo, i coronavirus hanno un lungo periodo di incubazione. Quello del Sars-Cov-2 è di 14 giorni. Ciò significa che le persone infette, ma asintomatiche, possono contaminare inconsapevolmente per 2 settimane non solo tutti coloro che incontrano, ma tutti i luoghi in cui sostano e tutti gli oggetti che toccano, estendendo in questo modo il contagio in maniera incontrollabile.

NOTE:
  1. Laura Spinney, C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus?, The Guardian, 8 aprile 2020, trad. it. Internazionale, 10/16 aprile 2020.[]
  2. I più grandi allevamenti industriali del mondo sono i cosiddetti Pigs Hotels, edifici alti fino a 13 piani ubicati nella Cina meridionale, dove sono rinchiusi dalla nascita al momento della macellazione 1.000 maiali per piano. Cfr. Guido Minciotti, La Cina apre gli “hotel per maiali”, allevamenti intensivi alti 13 piani, in Il Sole 24 ore, 12 maggio 2018; https://www.nonsoloanimali.com/prosperano-in-cina-i-pigs-hotels-edifici-di-11-piani-con-1-000-maiali-per-piano-da-macellare[]
  3. Vedi la trasmissione televisiva Cosa mangeremo?, del programma Indovina-chi-viene-a-cena, Rai 3, 5 aprile 2020.[]
  4. Vedi il già citato articolo di Laura Spinney. []
  5. David Quammen, Questo virus è più pericoloso di Ebola e Sars, il manifesto 25 marzo 2020; []

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