Riflessioni di Maurizio Pallante sulla pandemia

Pubblichiamo i primi due capitoli di una riflessione di più ampio respiro che verrà diffusa sul web a puntate nelle prossime settimane.

di Maurizio Pallante

La causa scatenante dell’epidemia

Nel mese di gennaio del 2020 i mezzi di comunicazione di massa di tutto il mondo hanno iniziato a trasmettere le prime notizie sulla rapida diffusione di un’infezione polmonare, provocata da un coronavirus nella città cinese di Wuhan, che conta più di 11 milioni di abitanti ed è il capoluogo del distretto dell’Hubei, dove vivono 60 milioni di persone. Mentre scarseggiavano le informazioni sulla causa che aveva scatenato il contagio, sul suo inizio, sulla velocità con cui si era propagato, sulla percentuale della popolazione coinvolta, sulla letalità dell’infezione e sui modi in cui poteva essere curata, venivano diffuse le immagini sulla costruzione in dieci giorni di un ospedale attrezzato specificamente per il ricovero delle persone infette da quel coronavirus – che è stato denominato SarsCov-2, mentre Covid-19 è stata denominata l’infezione che provoca – e sulle rigide misure di quarantena imposte alla popolazione, cui era stato proibito di uscire dalle proprie abitazioni. Segnali inconfutabili e concordanti che dovesse trattarsi di una faccenda molto seria. In conseguenza della globalizzazione delle attività produttive e della frequenza dei voli intercontinentali, il contagio cominciò a estendersi altrettanto velocemente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, in Canada e in Sud America, investendo in primo luogo e con particolare virulenza le aree maggiormente industrializzate della pianura padana.

La crescita dei contagi, dei ricoveri ospedalieri, dei ricoveri nei reparti di terapia intensiva e dei decessi, oltre a mettere in evidenza l’inadeguatezza dei sistemi sanitari dei Paesi più ricchi a fronteggiare l’epidemia in corso e a suscitare una forte preoccupazione nell’opinione pubblica, ha immediatamente dato adito a dibattiti molto aspri su due temi: da dove provenisse il coronavirus che l’aveva scatenata e quanto fosse grave l’infezione che provocava. Sul primo punto si sono confrontate due posizioni. Alcuni hanno formulato l’ipotesi che fosse stato selezionato in un laboratorio militare di armi batteriologiche, da cui poteva essere fuoriuscito, o per un errore umano, o intenzionalmente, nell’ambito della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina per il predominio sull’economia mondiale. Questa ipotesi ebbe un inaspettato sostegno sia dal ministero degli esteri cinese, che accusò gli Stati Uniti di aver introdotto il virus in Cina facendo partecipare alcuni soldati infetti ai giochi olimpici militari che si erano svolti a Wuhan nel mese di ottobre del 2019, sia dal presidente del Stati Uniti, Donald Trump, che accusò la Cina di averlo selezionato nel laboratorio batteriologico che ha sede in quella città. Ma si trattava di una schermaglia mediatica, per cui perse ben presto credibilità, tant’è che i sostenitori della teoria complottista si sono limitati a dire che non poteva essere esclusa aprioristicamente. Nel contempo si rafforzava, sulla base di dati scientifici, l’ipotesi che il Sars-Cov-2 avesse fatto un salto di specie dai pipistrelli – che non sono uccelli, ma mammiferi selvatici – a un’altra specie di mammiferi selvatici, i pangolini, e dai pipistrelli e dai pangolini alla specie umana tramite le popolazioni che si cibano di entrambi gli animali nei mercati-macelli in cui vengono uccisi, cotti e mangiati sul posto. I maggiori consumatori di questi e altri animali selvatici sono i cinesi e il più grande al mondo di questi mercati-macelli – wet markets secondo la definizione anglosassone: mercati dove si vende carne fresca, pesce, crostacei e altri cibi deperibili – è quello di Wuhan, che è stato chiuso dopo la diffusione del contagio. Pipistrelli e pangolini ospitano da molte generazioni dei coronavirus per cui ne sono immuni. Negli esseri umani, che non lo sono, il SarsCov-2 crea difficoltà respiratorie e provoca polmoniti che possono concludersi con la morte per soffocamento. Il salto di specie, spillover secondo la definizione anglosassone, dai pipistrelli e dai pangolini agli esseri umani è stato molto probabilmente amplificato da un passaggio intermedio negli allevamenti industriali di maiali che sono stati installati nella regione cinese dell’Hubei ai margini delle foreste in cui vivono questi animali selvatici.

L’inevitabilità del passaggio di un coronavirus dai pipistrelli alla specie umana era stata preannunciata nel 2012, otto anni prima, da uno scrittore e divulgatore scientifico statunitense, David Quammen, nel libro Spillover, dove si ipotizzava anche che sarebbe avvenuto in un wet market cinese. Non era una profezia, ma l’esito di un’indagine sostenuta dalle ricerche scientifiche effettuate da esperti[1].

Sempre nel 2012 arrivò alle stesse conclusioni il report di una ricerca commissionata dal governo tedesco all’Istituto Robert Koch, in cui si sosteneva che nel mese di aprile del 2020 si sarebbe diffusa in Germania una pandemia provocata da un coronavirus proveniente dall’Asia, che sarebbe passato da un animale selvatico a un essere umano in un wet market, avrebbe provocato una malattia con una patologia respiratoria, avrebbe avuto un tempo d’incubazione di 14 giorni e avrebbe colpito soprattutto gli anziani. Sembra la fotografia di quanto sarebbe avvenuto otto anni dopo. Unico particolare inesatto: la posticipazione di 3 mesi dell’evento, che si è verificato in gennaio, anziché in aprile, e nello stesso mese dalla Germania è arrivato in Italia, dove è dilagato rapidamente[2].

 

Le differenti valutazioni dell’infezione provocata dal virus Sars-Cov-2

Sulla gravità dell’infezione causata dal Sars-Cov-2 ci sono state in Italia, come negli altri Paesi europei, nord-americani e sud-americani, due valutazioni diverse. Alcuni erano convinti che si trattasse di un’infezione molto pericolosa e contagiosa, che richiedeva l’adozione di severe misure di quarantena. Altri sostenevano che il virus provocasse poco più di un’influenza, per cui non bisognava allarmarsi né obbligare le popolazioni a restare in casa per evitare la diffusione del contagio. La valutazione meno allarmistica non si basava solo su ragioni di carattere scientifico, ma era influenzata anche da serie motivazioni di carattere politico o economico. I sostenitori di questa ipotesi politicamente orientati a sinistra temevano che l’imposizione di limiti alla libertà di spostamento della popolazione, per quanto temporanei e dettati dalla necessità di contenere la diffusione del contagio, potesse essere utilizzata per verificare la disponibilità sociale ad accettarli e per sperimentare l’applicabilità su larga scala di metodi di controllo tecnologici dei comportamenti individuali.

Sospettando che i decreti governativi con cui si proibiva alle persone di uscire da casa potessero avere anche questa valenza, inevitabilmente costoro consideravano che la pericolosità del virus fosse sopravvalutata strumentalmente ed erano propensi a credere che il Sars-Cov-2 fosse stato prodotto in un laboratorio biologico legato all’apparato militare. Questa sdrammatizzazione degli effetti della pandemia in corso accomunava la loro valutazione a quella di chi contrastava da destra l’adozione dei decreti che vietano la libera circolazione delle persone, poiché comportano limiti troppo stringenti alle attività produttive, aprendo la prospettiva di una crisi economica molto più grave di quella scoppiata nel 2008. In effetti, come era facilmente prevedibile, il confinamento della popolazione in casa e il blocco prolungato delle attività lavorative non soltanto stanno portando al fallimento molte aziende industriali, ma hanno lasciato senza reddito i lavoratori delle aziende private che non possono svolgere le loro mansioni da casa col telelavoro, i lavoratori nell’economia sommersa, i commercianti, i professionisti, gli artigiani.

Nei Paesi in cui l’infezione ha iniziato a diffondersi, la Cina, la Corea del sud e l’Italia, dopo una fase iniziale d’incertezza sono state adottate misure molto severe per contenere il contagio: è stato proibito alla popolazione di uscire da casa, sono state chiuse le scuole, le università, le chiese e le attività produttive non essenziali, sono stati chiusi i negozi, i bar e i ristoranti, gli impianti sportivi e i parchi, i musei, i teatri e cinematografi. Nei Paesi governati dalle destre, in cui nella fase iniziale della pandemia l’infezione non si era ancora diffusa a livelli allarmanti (gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, il Brasile), il Covid-19 non è stato ritenuto così pericoloso da imporre limitazioni agli spostamenti delle persone e alle attività produttive. Le popolazioni sono state indotte a credere che non vi fossero rischi a continuare a vivere come di consueto e che, anzi, questo sarebbe stato il modo più efficace per sviluppare a livello di massa gli anticorpi in grado di contrastare la nocività del virus. Come era facilmente intuibile, questa scelta ha favorito la diffusione del contagio, costringendo i governi che l’avevano fatta ad adottare precipitosamente le stesse misure di contenimento che stavano dando risultati positivi nei Paesi dove il problema non era stato sottovalutato. Tuttavia gli interventi tardivi non sono serviti a evitare né che il numero dei ricoveri ospedalieri e dei ricoveri in terapia intensiva superasse le disponibilità di posti letto delle strutture sanitarie, né che il numero dei decessi superasse le potenzialità dei forni crematori e dei posti disponibili nei cimiteri.

La tendenza a sottovalutare la pericolosità del virus per non creare problemi alle attività produttive si è manifestata anche in Italia, nonostante che fossero state adottate a livello governativo misure molto drastiche per evitare la sua diffusione. Le organizzazioni imprenditoriali e i partiti politici che ne sostengono gli interessi hanno fatto in modo che le aree a più alta concentrazione industriale fossero escluse dall’applicazione delle misure più restrittive e che il maggior numero di aziende potesse usufruire di deroghe.3 Uno studio dell’Istituto di statistica ha documentato che in queste aree il numero dei contagi e dei decessi ha raggiunto i massimi livelli. Nella provincia di Milano, dove all’inizio dell’epidemia il sindaco si faceva fotografare e filmare in compagnia al tavolino di un bar indossando una maglietta con la scritta Milano non si ferma, il tasso della mortalità nei primi 21 giorni del mese di marzo si è raddoppiato rispetto alla media dei quattro anni precedenti. Nella provincia[3] di Bergamo, dove l’associazione degli imprenditori lanciava l’hastag Bergamo is running, rivolto ai fornitori e ai clienti esteri delle aziende locali, si è quasi quadruplicato.

Sostenere che non bisogna adottare misure di quarantena perché si ritiene che il Sars-Cov-2 non sia più aggressivo di altri virus influenzali è molto diverso dal sostenere che non bisogna adottarle per non creare danni all’economia. Ma il risultato non cambia.

 

[1] David Quammen, Spillover, trad. it. Aldephi, Milano 2014.

[2] 2 Cfr. la trasmissione televisiva Indovina chi viene a cena, marzo 2020: https://www.raiplay.it/video/2020/03/Indovinachi-viene-a-cena—Il-virus-e-un-boomerang-7f5b2b93-2b26-4a62-aed8-d312f6461f22.html.

[3] Dati del Ministero degli interni riportati da Il Fatto Quotidiano on line, 26 aprile 2020.

 

a questo link è possibile leggere il terzo capitolo.

 

Photo by Mika Baumeister on Unsplash

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