Ripristinare la natura non è un’utopia
1. L’indifferenza verso la Terra che brucia.
“Odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera prepotentemente nella storia, opera passivamente, ma opera”, così scriveva Antonio Gramsci. In una fase epocale in cui “peggiorano le condizioni della vita in un modo mai avvenuto in 20 milioni di anni” (Stefano Mancuso) si può essere indifferenti in vari modi. Lo sono i negazionisti che tifano perché il ricordo della situazione che stanno vivendo persone, animali e piante, da circa un mese e mezzo dell’anno 2026, venga rimosso alle prime ingannevoli frescure autunnali. Lo sono coloro che consapevolmente sfruttano l’ignoranza culturale e cognitiva delle persone sul valore ecosistemico del suolo e degli alberi, distraendole in infinite dispute ideologiche, grazie ad una “sovrainformazione mediatica” che ingrossa le fila degli analfabeti funzionali.

Lo sono i vertici di Legambiente che riducono la “transizione ecologica” ad una “transizione energetica”, proponendo il fotovoltaico a terra a spese del suolo naturale e agricolo e le pale eoliche sui boschi e crinali appenninici, omettendo, in modo grave, che quegli spazi naturali servono per produrre cibo, far filtrare l’acqua meteorica, assorbire CO2 e possono ospitare i vivai che in 8-10 anni ci possono dare le piante con cui rinaturalizzare e raffreddare le nostre città: tutte funzioni ecosistemiche che non possiamo smettere di tutelare e che dobbiamo cercare di accrescere. Lo sono coloro che da almeno vent’anni dilapidano centinaia di miliardi per armamenti, per grandi opere, per la cementificazione della terra e la deforestazione nelle nostre città e nei nostri boschi. Lo sono coloro che non stanziano soldi pubblici verso la priorità epocale: la “resilienza” della vita, sempre più precaria per effetto della cappa di calore planetario.
Lo sono coloro che hanno dilapidato le risorse del PNRR (e il significato della parola resilienza) senza utilizzarle per “l’installazione sistemica” di pannelli fotovoltaici sui tetti e le altre superfici che hanno perduto la loro funzione ecosistemica. Lo sono coloro che ignorano la carica pragmatica ed ecologica dei dati Ispra contenuti nel Report n.37/2023 che consentirebbero di installare pannelli fotovoltaici su parte dei 3500 chilometri quadrati (tra i 700 e i 900) dei tetti degli edifici, in grado di produrre tra i 66 e gli 86 GW, quantitativo di GW che si aggiunge a quello producibile dai pannelli fotovoltaici installabili su aree dismesse, parcheggi, in corrispondenza di infrastrutture stradali, autostradali, ferroviarie e su altre aree impermeabilizzate.
Lo sono coloro che, in Veneto, non hanno lottato per abrogare la legge regionale del 2017 sul suolo che ha permesso di consumare dal 2017 al 2024 la bellezza di 6459 ettari e di tagliare migliaia di alberi aumentando l’invivibilità nei centri urbani.
Lo sono coloro che definiscono utopistico credere e realizzare un’economia basata sul “restauro ecologico degli habitat”, sul “restauro strutturale e architettonico” del costruito in disuso, “sull’adattamento funzionale” del cemento già sparso sopra una risorsa non rinnovabile, sulla “difesa idraulico-climatica”. Lo sono coloro che deridono chi propone di agire politicamente per una “riconversione ecologica dell’economia” che ridisegni una società più giusta, senza inseguire il mito della crescita illimitata a spese della natura.
2. Ci sono tante Val di Susa.
In Val di Susa, ma vale per decine di altre grandi opere già completate e per quelle future, la politica sta facendo delle scelte che ignorano la complessità e la storia urbanistica e geologica di quel territorio e che sono in controtendenza rispetto al bisogno di natura, ribadito anche dalla Legge per il Ripristino della Natura. La frenesia compulsiva della politica bipartisan con cui si sfornano progetti di grandi opere su ambienti naturali, agricoli o semi urbanizzati, propagandandoli come soluzioni taumaturgiche alla crisi economica e occupazionale, finisce per azzerare qualsiasi forma di pensiero razionale sulla complessità dei processi antropocentrici nella loro interazione conflittuale con le dinamiche della natura. La Val di Susa ha già dato tanto in termini di infrastrutture e connessi sacrifici ambientali: è percorsa da una linea ferroviaria internazionale a doppio binario che utilizza il tunnel del Frejus, affiancato al tunnel autostradale. Questi dati li conosce l’opinione pubblica, vengono narrati dai media mainstream?

C’è già una “saturazione infrastrutturale” in Val di Susa e la ferrovia esistente risulta molto sottoutilizzata rispetto alle sue capacità di trasporto merci e passeggeri: perché non migliorare l’utilizzo dell’infrastruttura ferroviaria esistente prima di bucare una montagna per 52 chilometri con tutti i molteplici e pesanti danni ambientali?
Ma come si possono giustificate le emissioni per 10 anni di CO2 per produrre energia per realizzare l’opera: dall’energia necessaria per realizzare una galleria di ben 52 chilometri alle migliaia di viaggi di camion per trasportare centinaia di migliaia di tonnellate di materiale di scavo da smaltire? E quali conseguenze potrebbe avere lo scavo di quella galleria su una materia prima come l’acqua, essenziale per la vita della valle e della gente di pianura, a seguito del drenaggio delle falde, dell’interruzione dei flussi idrici e del rischio permanente di infiltrazioni o dissesti? È come si può giustificare il taglio di decine di migliaia di alberi e la rimozione della vegetazione nelle aree interessate dai cantieri?
Inoltre, secondo i calcoli fatti dall’Università di Siena e dall’Università della California, l’insieme dei danni ambientali di 10 anni di cantiere vanificherebbe l’ipotetico guadagno ecologico del parziale trasferimento merci da gomma a rotaia. Ma non solo. Se le previsioni di traffico non si realizzano come verranno ripagati i 19 miliardi del costo dell’opera? La TAV può diventare un copia e incolla della SPV, Super Pedemontana Veneta, 800 ettari di campagna veneta perduti per sempre, un’altra grande opera costruita con il Project Financing dove il mancato raggiungimento delle previsioni di traffico costringe la regione a corrispondere al concessionario la differenza tra gli incassi dei pedaggi e il canone di disponibilità per i costi di costruzione e la gestione della SPV. In un territorio come quello della Val di Susa, già sfruttato dal punto di vista infrastrutturale, ignorare il bisogno universale di natura che lentamente sta emergendo nei paesi industrializzati è una forma di violenza che si rinnova quando, assieme agli abitanti di quei territori, non ci si impegna nella ricerca di una soluzione alternativa che massimizzi le infrastrutture esistenti. È il refrain antropocentrico e tecnocratico che conduce l’umanità, in breve tempo e in nome della modernizzazione e della crescita infinita, verso l’estinzione. E’ una storia che si ripete, sia che si tratti di una infrastruttura tecnologica come il 5G, come se il 4G e la fibra non ci permettessero di essere sufficientemente connessi, sia che si tratti di una infrastruttura per il trasporto di merci e passeggeri come il Ponte sullo Stretto, mentre ancora oggi in Sicilia per la prevalenza di binari unici e tratte non elettrificate per spostarsi tra i principali capoluoghi ci vogliono dalle tre alle sei ore e per le tratte trasversali addirittura quasi l’intera giornata. Bisogna rafforzare un pensiero ancora troppo debole sulla necessità di una “riconversione ecologica dell’economia”, senza nuove aggressioni alla natura, al territorio e alle comunità che ci vivono: è un imperativo ecologico e morale ma che la politica bipartisan si rifiuta di prendere in considerazione.
Immagine di copertina: Un intenso incendio boschivo sta divorando gli alberi della foresta durante la notte, creando uno scenario drammatico e pericoloso.






