Se il Covid-19 è una zoonosi, la causa della pandemia è la finalizzazione dell’economia alla crescita

Pubblichiamo il sesto capitolo delle riflessioni di Maurizio Pallante sulla pandemia.

di Maurizio Pallante

6. Se il Covid-19 è una zoonosi, la causa della pandemia è la finalizzazione dell’economia alla crescita.

Confrontando i dati della mortalità nei primi 4 mesi del 2020 col numero dei decessi nello stesso periodo degli anni precedenti, verrebbe da dire che avessero ragione coloro che non hanno sottovalutato la pericolosità del coronavirus Sars-Cov-2. Questa convinzione viene rafforzata dal fatto che, nei Paesi in cui sono state adottate tempestivamente misure molto severe per contrastare la diffusione del contagio, il numero dei decessi ha avuto un incremento inferiore all’incremento che ha avuto nei Paesi in cui ciò non è stato fatto. Coloro che hanno valutato il Covid-19 non più pericoloso delle influenze degli anni passati, ribattono che la maggior parte dei morti con i sintomi di questa infezione soffrivano anche di altre gravi patologie che possono portare al decesso, per cui non si può sostenere che siano morti per il coronavirus, ma con il coronavirus. E aggiungono che è stato inopportuno cremarne i corpi anziché effettuarne le autopsie, perché così non è più possibile definire la causa effettiva di molti decessi attribuiti al Covid-19. I negazionisti della pericolosità del Sars-Cov-2 hanno ricevuto un autorevole sostegno dal premio Nobel per la medicina Luc Montagnier. In un’intervista televisiva rilasciata all’emittente francese CNEWS il 17 aprile 2020 l’illustre accademico ha sostenuto che il Sars-Cov-2 è stato prodotto in laboratorio nell’ambito di una ricerca finalizzata a ottenere un vaccino contro il virus dell’Aids e che il suo potere patogeno tende naturalmente a ridursi fino a scomparire.

Se così fosse, sarebbe solo un inciampo incontrato dall’umanità nel suo progresso verso il dominio di ogni forma di vita sul pianeta. Questa tesi si aggiunge a quella di chi sostiene che sia stato prodotto in un laboratorio militare chimico-biologico e a quella di chi ritiene che derivi dall’evoluzione di un coronavirus presente nei pipistrelli. Se al perdurare dell’incertezza sull’origine del virus si aggiunge il fatto che non è stata ancora trovata in modo univoco una terapia risolutiva per curare il Covid-19, o le sue conseguenze, si può dedurre che la biologia e la medicina siano rimaste spiazzate dalla sua apparizione.

Nonostante la confusione, è possibile ricostruire alcuni fatti che sono successi dalle prime manifestazioni dell’infezione a oggi. Innanzitutto è aumentato il numero dei Paesi che, dopo aver deciso di non porre limiti alla libertà di movimento delle popolazioni e alle attività produttive, avendo visto crescere in continuazione il numero dei contagi e dei decessi hanno modificato la loro decisione. Il caso più clamoroso è quello del Regno Unito dove il primo ministro Boris Johnson in un primo momento ha sostenuto che la scelta più adeguata per sconfiggere la pandemia fosse il rifiuto di adottare misure finalizzate a prevenire il contagio, ritenendo che in questo modo, al prezzo di poche centinaia di migliaia di morti, per lo più anziani, si sarebbe sviluppata l’immunità di gregge che avrebbe reso innocuo il coronavirus. La scelta non deve aver dato i frutti sperati se è stata sostituita dalla decisione di confinare le persone nelle loro abitazioni e il 5 aprile la Regina Elisabetta ha rivolto alla nazione un messaggio (il quarto in 68 anni di regno, esclusi i messaggi di fine anno) per raccomandare di rispettarla. Che la prima decisione del governo fosse avventata è stato dimostrato dal fatto che nello stesso giorno il primo ministro è stato ricoverato in terapia intensiva e dopo essere stato dimesso dall’ospedale non ha ripreso il suo incarico fino al 27 aprile. Tutti i Paesi che avevano sottovalutato inizialmente la pericolosità del Sars-Cov-2, hanno progressivamente adottato le necessarie misure d’isolamento delle persone per bloccare la diffusione del contagio.

Anche se è cresciuto il numero dei Paesi che hanno smesso di sottovalutare la pericolosità del Sars-Cov-2, i loro sistemi sanitari, a eccezione di quello tedesco, non erano attrezzati per fronteggiare una pandemia derivante da una zoonosi. Eppure, come si è visto, le zoonosi sono state un centinaio negli ultimi cento anni, con un’intensificazione negli ultimi venti e qualche campanello d’allarme era stato suonato. Dall’istituto Robert Koch, da David Quammen, da Bill Gates. Ciò non vuol dire che l’impreparazione ad affrontare questa pandemia sia una responsabilità dei sistemi sanitari, dove tutto il personale si è prodigato allo spasimo fino al sacrificio della vita da parte di molti medici e infermieri. Le carenze dei sistemi sanitari dipendono da responsabilità dei governi, non tanto e non solo perché non hanno programmato la costruzione di strutture ospedaliere adeguate a ricoverare in sicurezza un eventuale afflusso straordinario di malati molto contagiosi, ma soprattutto per non aver preso in considerazione la necessità di promuovere ricerche finalizzate a capire e, se possibile, rimuovere le cause che favoriscono le zoonosi. Come mai? Perché l’analisi di questo fenomeno non avrebbe potuto non mettere in evidenza che vengono favorite dalla distruzione degli ambienti naturali, per estendere le aree ricoperte di materiali inorganici e le aree destinate alla produzione agroindustriale, che caratterizzano le società in cui l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci.
In un’intervista pubblicata sul giornale il Fatto Quotidiano, David Quammen ha spiegato:

Ogni volta che distruggiamo una foresta estirpandone gli abitanti, i germi del posto svolazzano in giro come polvere che si alza dalle macerie. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali, offrendoci a nostra volta come ospiti alternativi. Il virus così vince la lotteria! Ha una popolazione di quasi 8 miliardi di individui attraverso cui diffondersi». (1)

E il botanico Stefano Mancuso, intervistato in un programma televisivo del quotidiano la Repubblica, ha ricordato un’ovvietà che facciamo finta di non sapere: la ragione per cui distruggiamo le foreste e gli ambienti naturali:

Noi esseri umani, per il nostro bisogno continuo di risorse, e questo è uno dei problemi dell’umanità, continuiamo a distruggere gli ecosistemi naturali, per esempio disboscandoli per sostituirli con piantagioni o estrarre petrolio o altre materie prime. In questo modo alteriamo in maniera fondamentale la rete dei viventi, l’ecosistema. Lancet, una delle più prestigiose riviste mediche del mondo, alcuni anni fa, quindi prima dell’attuale epidemia, ha dimostrato che c’è una sovrapposizione di dati fra l’aumento del consumo di suolo, e quindi la distruzione delle foreste, e il passaggio di virus dagli animali all’uomo, che è aumentato di 3 o 4 volte. Immaginiamo un sistema complesso in cui per esempio c’è un pipistrello che ha tutto il necessario per vivere. Questo pipistrello sta lì e si tiene il suo virus. Se si distrugge quell’ambiente, il pipistrello deve spostarsi e se si sposta in luoghi in cui ha più contatti con gli uomini, le zoonosi, o gli spillover, chiamiamoli come vogliamo, aumentano. Questa non è un’ipotesi. È un dato di fatto. (2)

Solo una precisazione a queste parole chiare e semplici («parla e sie breve e arguto», ha scritto Dante, Purgatorio, canto XIII): il bisogno continuo di risorse non è uno dei problemi dell’umanità, ma un’esigenza vitale dell’umanità in questa epoca storica.

Se il fine dell’economia è produrre quantità sempre maggiori di merci, inevitabilmente il bisogno di risorse aumenta. Questa necessità ha cominciato a manifestarsi con la rivoluzione industriale, si è estesa progressivamente a percentuali sempre più ampie della popolazione mondiale e con la globalizzazione è arrivata a superare le capacità della biosfera di soddisfarla.

Se il Covid-19 è una zoonosi, la pandemia è stata causata dai danni ambientali che l’umanità provoca per procurarsi le quantità sempre maggiori di risorse necessarie ad alimentare la crescita economica, i profitti e i consumi.

Come tutti gli altri problemi ecologici che stanno progressivamente portando l’umanità all’autodistruzione: l’effetto serra, un consumo di risorse rinnovabili eccedente la capacità di rigenerazione annua dell’ecosistema terrestre attraverso la fotosintesi clorofilliana, gli ammassi di poltiglie di plastica che galleggiano negli oceani, le montagne di rifiuti in cui si trasformano le risorse dopo essere transitate per periodi sempre più brevi nello stato di merci, la riduzione della fertilità dei suoli e della biodiversità, le polveri sottili e ultrasottili che causano le malattie respiratorie di cui soffrono percentuali sempre maggiori della popolazione mondiale, gli incendi che devastano con sempre maggiore frequenza superfici di milioni di ettari uccidendo tutte le specie viventi che vi abitano, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari.

«Non ci si rende conto a sufficienza – ha scritto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ – di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica». (n. 109) (3)

Photo by Dave Herring on Unsplash

NOTE:
  1. David Quammen, La pandemia era prevedibile. Ora pensiamo alla prossima, Il Fatto quotidiano, 4 aprile 2020.[]
  2. Stefano Mancuso, La distruzione dell’ambiente aumenta la diffusione del virus, la Repubblica, Risorgimento digitale, 22 aprile 2020.[]
  3. Di questi fenomeni, della gravità che hanno raggiunto, delle conseguenze insite nel rifiuto di prenderne atto, delle proposte ingannevoli con cui sono stati esorcizzati nell’immaginario collettivo a partire dalle critiche rivolte al libro I limiti della crescita, che li denunciò nel 1972, si parla nel capitolo Sentinella, che ora è della notte?[]

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