SICCITÀ, SOVRANITÀ ALIMENTARE, CONSUMO DI SUOLO: LEGAME INDISSOLUBILE

di Dante Schiavon

No, non ci credo: il Veneto per far fronte alla “siccità” è pronto a chiedere al Governo la “dichiarazione di stato di emergenza” e l’assessore all’agricoltura Federico Caner non trova di meglio che proporre di utilizzare i fondi del PNRR per creare nuove infrastrutture per l’accumulo d’acqua. Caro Assessore, lei e la sua giunta, siete a conoscenza che la SPV, costruita in trincea per 60 chilometri del suo tragitto, insiste proprio sopra un “voluminoso acquifero di falda” attraverso il quale transita annualmente un volume d’acqua di circa 200 metri cubi al secondo e che state creando nelle nostre montagne bacini idrici artificiali per l’innevamento artificiale in vista delle Olimpiadi Invernali del 2026 con l’insostenibile fine di utilizzare un bene comune come l’acqua per trasformarla in neve finta?

Chi governa nello Zaiastan non trova nemmeno in questo momento la spinta morale verso un’autocritica radicale del proprio modo di governare il territorio, anzi, riesce a riproporre il “mantra delle infrastrutture” anche in questa occasione. Misurarsi con il fenomeno della “siccità” e affrontare il tema della “sovranità alimentare” richiede serietà, consapevolezza, coraggio: bisogna abbandonare la tendenza a scomporre i singoli elementi dal loro insieme e dalle loro reciproche relazioni di causalità. Dinanzi a sfide di una portata devastante, che mettono in crisi la possibilità di approvvigionarsi di cibo e di acqua, non si può più insistere in una “politica propaganda”, praticata da decenni e basata sulla “scomposizione mediatica e fattuale” dei singoli eventi, slegandoli dalle loro “reciproche interazioni”. Bisogna ricomporre il quadro e la relazione fra gli elementi alla luce degli ulteriori fenomeni naturali e antropici globali che stanno mettendo in crisi il modello capitalistico ormai globalizzato.

Prima di parlare di infrastrutture per l’accumulo dell’acqua piovana bisogna fermare immediatamente, senza se e senza ma, lo “sterminio dei campi e di suolo naturale” che una legge regionale sul suolo sta favorendo fra l’apatia di un sistema partitico e mediatico quasi connivente. Cominciando, come richiedono i tempi in cui siamo precipitati, a imporre in modo cogente, lo “stop immediato alla cementificazione e all’impermeabilizzazione delle superfici agricole e naturali” che possono favorire l’assorbimento dell’acqua piovana e non la sua evaporazione o, peggio, il suo trasformarsi in piene aggressive spazzando via vite umane, case, auto e soldi pubblici per i danni che provocano. Il rapporto Ispra 2019 stimava in Italia, tra il 2012 e il 2018, in 3 milioni di quintali i prodotti agricoli che avrebbero potuto fornire le aree perdute per strade, abitazioni, capannoni, centri commerciali, poli logistici, supermercati, parcheggi. È in questo quadro che si stanno prepotentemente ponendo all’attenzione degli “sterminatori di suolo agricolo” le nuove emergenze: quella della “sovranità alimentare” e quella recente della “siccità”. Trattare e soprattutto affrontare il tema della “sovranità alimentare” e della “siccità” richiede per la loro complessità e interazione con diversi altri aspetti dell’ecosistema nel tempo dei cambiamenti climatici (suolo, fertilità, biodiversità, acqua) una analisi che aggiusti la catena alimentare degli “umani”, i cui anelli si sono spezzati grazie alle fatali decisioni dell’uomo politico, quello che sarebbe deputato a decidere per il bene comune. Se vogliamo cercare di essere meno vulnerabili nell’ approvvigionamento di cibo e acqua, con sullo sfondo la prospettiva ineliminabile degli effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo fermare in Veneto, “qui e ora” , il “consumo di suolo”. Viviamo in una regione in cui la percentuale di suolo consumato, impermeabilizzato, sterminato è il triplo della media europea: 11,87% contro 4,2%. Viviamo in una regione dove gli 800 ettari mangiati dalla SPV (e mancano gli ettari delle opere complementari e dello sprawl che genererà) potevano creare lavoro per 80 aziende agricole con un’estensione media ciascuna di 10 ettari di terreni coltivabili e fornire cibo stagionale e locale a chilometri zero. Viviamo in una regione dove l’agricoltura è stata declinata in modo imperialistico dalla monocoltura del Prosecco che ha invaso le campagne della regione soppiantando la biodiversità colturale, l’unica in grado di garantire la “sovranità alimentare”. Il Veneto ha bisogno di un’agricoltura contadina, fatta di tante piccole realtà locali, per declinare un modello di agricoltura basato sulla “diversificazione” delle colture, sulla “rotazione” delle colture, sulla “coesistenza” con fossi, siepi, arbusti, altre piante , alberi e boschi contigui e senza utilizzo di fitofarmaci di sintesi, allo scopo di aumentare la fertilità dei terreni agricoli e diminuire il fabbisogno idrico, magari anche impiegando varietà colturali resistenti alla siccità. Per realizzare questo modello di agricoltura c’è bisogno di fermare in Veneto, “qui e ora”, il consumo di suolo agricolo, l’espansione delle monocolture e degli allevamenti intensivi e l’incombente pannellizzazione fotovoltaica: solo così si può sperare di raggiungere l’obiettivo, sia della “sovranità alimentare”, sia della “mitigazione degli effetti della siccità”, ormai fenomeno endemico dei cambiamenti climatici. Fermare il consumo di suolo naturale in Veneto “qui e ora” permette di favorire, oltre il ripristino del valore economico e sociale del settore primario, l’assorbimento delle acque meteoriche, riducendo il rischio di fenomeni alluvionali e rallentando l’esaurimento delle riserve idriche.

È troppo facile in nome della competenza concorrente del “governo del territorio” alterare lo “stato dell’ambiente” salvo poi affrontare le diverse emergenze richiedendo al governo nazionale la dichiarazione dello stato di emergenza: una concezione, non c’è che dire, piuttosto parassitaria dell’autonomia.


Schiavon Dante

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