Sistemi alimentari globali o locali?

Pasta, ecco come viene trattato il grano canadese | il Salvagente

L’Unione Europea, per fronteggiare la crisi alimentare innescata dalla guerra in Ucraina, ha deciso di incrementare di 4 milioni di ettari la superficie da destinare alla produzione di mais e grano. Nella ripartizione comunitaria delle superfici, all’Italia toccheranno 200 mila ettari in più per tali colture, con la prospettiva di incrementare di 15 milioni di quintali la produzione di cerali e foraggi, in modo da ridurre la dipendenza dall’estero.

Verrebbe da dire che i nodi sono venuti al pettine. I nodi in questo caso sono tutti legati al processo che ha portato gradualmente e inesorabilmente verso un sistema alimentare globale in cui le interdipendenze fra aree geografiche, paesi e comunità locali sono diventate sempre più strette. E perciò inevitabile che nel momento in cui in un Paese importante produttore di materie prime si innesca una crisi, i suoi effetti investono a cascata tutte le aree geografiche del mondo, sia sotto forma di meccanismi speculativi sia sotto forma di carenze di disponibilità vere e proprie.

La decisione dell’UE, perciò, è una toppa utile a coprire temporaneamente la falla creata, ma non risolve le troppe contraddizioni esistenti nei sistemi del cibo, determinate dai mostruosi interessi economici delle corporazioni alimentari mondiali. A cominciare dall’iniqua distribuzione delle risorse alimentari che porta alcuni popoli ad avere difficoltà permanenti di approvvigionamento alimentare mentre nell’opulenza occidentale il cibo viene sprecato e la malnutrizione assume le sembianze di obesità e sindrome metabolica. Diventa necessario intervenite invece per risolvere in modo strutturale queste contraddizioni, rivoltando come un calzino la logica imperante in cui pochi colossi controllano l’alimentazione globale, sviluppando meccanismi di produzione il più possibile diffusi. SEquS, fin dalla nascita, ha sostenuto la necessità di realizzare sistemi locali del cibo, capaci di valorizzare la biodiversità, l’agricoltura familiare, tradizioni alimentari consolidate territorialmente e perciò in grado di ridurre gli spostamenti di materie prime e alimenti da un lato all’altro del pianeta senza alcun limite, anche per fronteggiare la crisi climatica che vede i sistemi alimentari responsabili di una parte significativa delle emissioni di gas serra.

Certo, oggi sarebbe anacronistico pensare a territori totalmente autosufficienti dal punto di vista alimentare, tuttavia riuscire a incrementare la quota di cibo di prossimità, in ogni territorio, può portare solo benefici, tanto ai consumatori quanto ai produttori.

Altra grande contraddizione dei sistemi alimentari attuali è legata all’utilizzazione della terra, perché da un lato si forzano le produzioni per incrementare le rese, con tutte le conseguenze ambientali che ne derivano, dall’altro vengono sottratte superfici utili con la cementificazione – ancora oggi in Italia in assenza di una legge di apposita di tutela, si perdono 2 mq al secondo – oppure con la produzione di foraggi da destinare ad allevamenti intensivi, anche questi responsabili di una fetta significativa di emissioni di gas serra. La modifica di stili alimentari volti a ridurre il consumo di carne perciò diventa un altro tassello indispensabile se si vuol fronteggiare, non solo dal punto di vista ambientale, il crescente fabbisogno alimentare in modo equo e razionale. E le istituzioni, nazionali e comunitarie, dovrebbero prendere in considerazione tutte le leve (educazione alimentare, fiscalità, disincentivi alla produzione, cioè l’esatto opposto di quello che continua a proporre la PAC) per arginare un consumo di carne sempre meno sostenibile sotto tutti i punti di vista.

Nino Pascale

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4 risposte

  1. lorenzo sossan ha detto:

    Concordo su tutto…ma come possiamo arrivare a “volere meno” per “vivere di più”, tutti, in modo equo e salutare se non partiamo dalla consapevolezza che stiamo “navigando sul Titanic” da almeno trent’anni?

    • Fabrizio Cortesi ha detto:

      La sfida della buona politica, ad oggi praticamente assente, sarà proprio cambiare modo di intendere lo sviluppo, tramutanto il tanto-avere e la brama di accumulo in ben-essere equo e condiviso tra le persone. In tema agricoltura, l’esempio è quello di uscire dal modello di produzioni per quantità e profitto (magari delle multinazionali) di cui inoltre ad ora il 75% è dedicato all’alimentazione degli animali da allevamento, quindi per sostenere il business della carne. Una buona politica agricola partirebbe forse da questo punto, innanzitutto, rifocalizzando le produzioni per quantità verso quelle per qualità.

  2. Bussi Enrico ha detto:

    giusto accusare i complessi agroindustriali che dagli anni ’80 allontanano UE dal principio dell’autosufficienza alimentare posto alla base del Trattato di Roma per superare i conflitti che dall’impero romano in poi hanno mosso guerre tra popoli europei per conquistare terre in continente e nelle colonie
    sbagliato dire CO2 dovuta ad animali in stalla, emissioni uguali con animali liberi, o con vegetali consumati dall’uomo

    • Fabrizio Cortesi ha detto:

      Le emissioni di CO2 sono dovute, nel caso specifico, dagli animali allevati. E’ un problema di numeri, di industrializzazione, non che siano in stalla o al pascolo. Il sistema industriale non è sostenibile e quegli animali, nel numero di milardi, ammassati e maltrattati, non dovrebbero normalmente esistere in quei numeri e in quelle condizioni. Eliminando o riducendo il consumo di carne, automaticamente forzeremmo la riduzione o la scomparsa (idealmente) di quel sistema sbagliato di produzione di cibo, che implica trattare gli animali come cose e prodotti, merce. Ci sta ora tornando tutto indietro.

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