Sistemi alimentari sostenibili, bisogna evitare gli sprechi

Non trascorre settimana senza che siano riportati eventi calamitosi in qualche parte del mondo causati dalle emergenze ambientali che stiamo vivendo, col passare del tempo tali eventi risultano sempre più frequenti e sempre più intensi. Ed è per questo che tutti i settori produttivi avrebbero la necessità di ridurre il proprio impatto ambientale e rendere i processi produttivi più sostenibili. Ovviamente non può fare eccezione il settore alimentare che incide profondamente sui delicati equilibri ecosistemici planetari.

Allo stato attuale si stima che i sistemi alimentari contribuiscono per oltre un terzo alle emissioni di gas serra. Questo dato, da solo, rende l’idea di quanto sia importante intervenire per modificare le filiere del cibo se si vuol contrastare efficacemente il riscaldamento globale. L’agricoltura è di gran lunga il settore produttivo maggiormente responsabile delle deforestazioni diffuse su tutto il pianeta, amplificando drammaticamente i problemi relativi al riscaldamento globale. La deforestazione infatti da una parte riduce l’assorbimento di CO2, dall’altra rilascia in atmosfera il Carbonio immagazzinato negli alberi, il risultato è un contributo alle emissioni tra il12% e il 20% del totale. Un contributo altrettanto significativo arriva dagli allevamenti intensivi, sotto la spinta di un consumo di carne crescente a livello globale, attraverso le emissioni di metano prodotto dai ruminanti. Tra l’altro deforestazione e allevamenti intensivi sono strettamente connessi fra loro. In Brasile, che è il più grande esportatore di carne bovina al mondo, circa l’80% dei terreni deforestati in Amazzonia vengono destinati ai foraggi per allevamenti intensivi (principalmente soia). In un contesto del genere, la riduzione del consumo di carne diventa una necessità vitale che non può essere raggiunta attraverso la sola sensibilizzazione dei singoli individui, ma richiede un sistema di norme, nazionale, comunitario e anche internazionale, disincentivante tanto del consumo quanto degli allevamenti. A tutto ciò vanno aggiunti i trasporti, che in un sistema alimentare globale, fanno viaggiare cibo e materie prime da un lato all’altro del pianeta, le lavorazioni industriali e i processi di confezionamento degli alimenti, tutti fattori che influenzano la quantità di CO2 emessa in atmosfera.

Ma l’impatto ambientale dei sistemi alimentari va ben oltre l’emissione di gas serra, dal momento che si manifesta anche attraverso una progressiva perdita di biodiversità, un inquinamento delle acque e dei mari sempre più drammatico, un incremento dei rifiuti e un consumo di suolo che non accenna ad arrestarsi. Attualmente sulle 8 milioni di specie vegetali e animali conosciute sulla Terra, circa 1 milione è a rischio di estinzione e le filiere agroalimentari, in particolar modo quelle industriali, costituiscono la prima causa di perdita di biodiversità, al punto che il 75% dell’alimentazione globale deriva da 12 specie vegetali e 5 specie animali, in barba a ogni aspirazione di basare l’alimentazione globale con specie, vegetali e animali, essenzialmente autoctoni. Non se la passano meglio gli ecosistemi marini e le acque terrestri, pesantemente inquinate anche a causa di fertilizzanti e pesticidi usati in agricoltura, in particolar modo nell’agricoltura intensiva.

Eppure, anche di fronte a un quadro che definire allarmistico è riduttivo, gli scenari più catastrofici non sono ancora ineluttabili, questo ci dicono gli studiosi. Ma un cambio di prospettiva è possibile soltanto se si riesce a intervenire con urgenza ed efficacia sul modo di produzione, distribuzione e consumo del cibo. Bisogna iniziare perciò a pianificare un modello di agricoltura non più basato sul produttivismo, ma sulla capacità di preservare e rigenerare gli ecosistemi. In questa direzione, come ormai è ampiamente dimostrato, le cultivar locali e le loro filiere, hanno un migliore impatto sul rapporto assorbimento/emissioni di CO2, nello stesso tempo, consentono alle aziende agricole, anche quelle di dimensioni familiare, di smarcarsi dalla competizione, su scala globale, che si innesca con le food commodities e che rendono di fatto gli agricoltori totalmente alla mercè delle multinazionali del cibo. Di pari passo con un maggior ricorso a specie autoctone, dovrebbe andare anche una proliferazione di laboratori di trasformazione aziendali, consentendo in questo modo alle aziende agricole di trasformarsi, su larga scala, da produttori di materie prime per l’industria alimentare a produttori di cibo per il consumatore finale. Un passaggio che comporterebbe anche notevoli vantaggi economici per gli agricoltori, come dimostrato da quelle (poche in verità) realtà che già oggi riescono a completare l’intero ciclo di produzione, dal momento cha vanno ad assorbire margini di guadagno attualmente ad appannaggio delle industrie di trasformazione. 

Un impatto non indifferente sulla sostenibilità del cibo quotidiano arriva anche dal tipo di packaging, che incide, e non poco, sul peso (e quindi sulle emissioni legate al trasporto) e sullo smaltimento. Perciò il ricorso a carta o cartone riciclati, la riduzione del peso dei contenitori in vetro, l’eliminazione della plastica dovrebbero essere fortemente incentivati dalla normativa vigente. 

Un modello capace di garantire una produzione alimentare significativa direttamente nelle aziende agricole comporta vantaggi notevoli anche dal punto di vista della distribuzione, perché si avrebbe una maggiore diffusione della produzione e di conseguenza minori spostamenti complessivi delle materie prime e del cibo. Senza trascurare la maggiore qualità del cibo derivante da processi produttivi in cui le materie prime vengono prodotte nella stessa azienda che trasforma e magari con specie autoctone. Gli stessi vantaggi arriverebbero dalla creazione di sistemi locali del cibo, un’evoluzione dei distretti alimentari, sui quali probabilmente fino a oggi non si è investito abbastanza.

Parlare di sostenibilità dei sistemi alimentari significa necessariamente prendere in considerazione una riduzione degli sprechi. Oggi quasi un terzo del cibo prodotto sulla Terra viene sprecato, un fenomeno che si realizza sia a monte che a valle delle filiere alimentari, con un impatto di circa il 10% sulle emissioni di CO2, senza considerare il danno economico generato da uno spreco così elevato. Nel nostro Paese, che i dati Eurostat collocano ai primissimi posti dell’Unione Europea per quantità di cibo sprecato pro-capite (nello spreco domestico è preceduta solo dal Portogallo), finisce nella spazzatura cibo per oltre 13 miliardi di euro, di cui 7,4 miliardi in ambito domestico. Risulta evidente pertanto che una politica volta alla riduzione degli sprechi, assieme agli importanti benefici ambientali (riduzione dei rifiuti e delle emissioni), porta dei vantaggi economici tanto alle famiglie quanto alla collettività. In Italia da questo punto di vista qualcosa è stato fatto con la Legge Gadda (n. 166/2016) che prevede incentivi fiscali per le donazioni solidali delle eccedenze. Tuttavia i dati degli ultimi anni evidenziano una tendenza in crescita degli sprechi, tanto nell’UE che in Italia, in particolar modo di quello che si realizza nelle famiglie, ed è per questo che la sensibilizzazione e l’educazione costituiscono una leva fondamentale per invertire la tendenza. 

Dati Eurostat 2022

In conclusione, appare evidente che un percorso volto a una maggiore sostenibilità ambientale dei sistemi alimentari, non è affatto più costoso (il luogo comune è che l’ecologismo comporta sacrifici) rispetto a quanto viene realizzato oggi in tutta la catena del cibo. I vantaggi riguardano in primo luogo una migliore distribuzione dei margini di profitto lungo le filiere alimentari, dal momento che agricoltori, artigiani e piccoli produttori sarebbero i primi ad avvantaggiarsi in un modello alimentare che privilegia produzioni locali, biodiversità e qualità. Ad avvantaggiarsi sarebbero anche i consumatori che avrebbero una scelta più ampia tra le opzioni alimentari, una maggiore qualità e soprattutto un risparmio economico nella spesa. A tutto ciò vanno aggiunti gli enormi benefici sociali, come i minori costi necessari per fronteggiare le emergenze ambientali, una maggiore occupazione garantita dalle aziende che trasformano direttamente e, molto probabilmente, anche una riduzione della spesa sanitaria derivante dalle cattive abitudini alimentari.


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Credits: Foto di Ron Lach

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