Sole e mare. Coltivare pomodori nel deserto australiano

di Nicolò Miotto e Andrea Miotto

A Port Augusta, una città di 14 000 abitanti dello Stato dell’Australia Meridionale, il clima è tutt’altro che favorevole alla coltivazione. Le precipitazioni sono scarse e l’ambiente è desertico. Nel gennaio 2019, durante l’estate, la temperatura ha raggiunto il valore record di 49.5 gradi centigradi. Nonostante le condizioni climatiche non siano le più favorevoli, nel 2010 alcuni imprenditori hanno pensato che quello fosse il posto perfetto per coltivare pomodori, utilizzando tecnologie innovative e due abbondanti risorse naturali: la luce solare e l’acqua di mare. Da questa idea sono nate le Sundrop Farms.

Utilizzando 20 ettari di terreno, l’azienda produce al momento 15 000 tonnellate di pomodori, impiegando circa 220 persone. Il tutto senza fare uso né di pesticidi né di combustibili fossili. Infatti, 23 000 specchi a concentrazione riflettono la luce solare sul ricevitore di una torre alta 127 metri. Il calore accumulato viene utilizzato per trasformare in vapore l’acqua e, quindi, azionare una turbina che produce 39 megawatt di energia, utili a pompare 2.8 milioni di litri di acqua salata dal Golfo di Spencer lungo delle condutture lunghe 5.5 km e a dare energia all’intero impianto. L’acqua viene incanalata in una centrale di desalinizzazione alimentata dalla stessa centrale solare, irrigando, in serra, 180 000 piante di pomodoro. L’acqua salata, inoltre, agisce da pesticida naturale. “La tecnologia delle Sundrop Farms non sfrutta la natura” – dichiara il sito dell’azienda- “lavora in armonia con essa”.

Il carattere innovativo delle Sundrop Farms è ancora più evidente dall’uso che viene fatto della tecnica di coltura idroponica in serra. Essa consiste nel far crescere le piante senza bisogno di terreno, utilizzando in sostituzione dei panetti di materiale inerte – come la torba o le fibre di cocco- dentro i quali le radici possono espandersi fino a raggiungere una soluzione acquosa, ricca di nutrienti. Ciò permette di ridurre al minimo l’estensione di suolo necessaria alla crescita delle piante, eliminando al contempo la necessità di utilizzare pesticidi ed erbicidi per combattere parassiti di vario genere.

Secondo i dati riportati dal sito web Agraria.org, una tradizionale coltivazione di pomodori richiede 1 ettaro di terreno per produrre fra le 80 e le 100 tonnellate di pomodori. Pertanto, con 20 ettari a disposizione, nel migliore dei casi, si riuscirebbero a produrre 2000 tonnellate di pomodori. Altri documenti riportano stime inferiori, considerando una produzione attorno alle 50 tonnellate per ettaro. Le Sundrop Farms riescono a produrre, con gli stessi ettari a disposizione, più di sette volte tanto (750 t/ha), con una riduzione sostanziale dell’impatto ecologico. Oltre a ricevere il supporto finanziario del governo dell’Australia Meridionale, l’azienda ha incassato il suo sostengo politico, ponendosi come punto di riferimento nell’innovazione del settore agricolo.

In un mondo in cui i cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova l’agricoltura, diventa cruciale sviluppare nuove tecniche che abbiano un basso impatto ecologico e un’alta produttività, anche in vista dell’aumento demografico globale. Non è più accettabile consumare grandi quantità di suolo, riducendone la fertilità e privando le future generazioni dell’accesso a quantità e qualità di cibo adeguate. In tal senso, risultano chiare le parole riportate dal sito web delle Sundrop Farms: “Se sei un agricoltore tradizionale, avrai bisogno di acqua ed energia per far crescere la tua produzione. E ne avrai molto bisogno. Il problema è che queste sono risorse finite che stanno diventando sempre più scarse. La nostra soluzione? Non usarle!”.

RIFLESSIONE DI FABIO PINZI
È una piacevole constatazione di forza dell’ingegno umano che, sommata alla scienza e alla tecnica, ci fa capire quanto e come poter migliorare le situazioni con cui siamo costretti a scontrarci in questo momento storico, specialmente in Australia, territorio immenso con scarse risorse naturali. Non possiamo essere contro questo modello perché molte delle constatazioni di partenza (perdita continua di suolo, diminuzione delle produzioni e aumento della popolazione) sono reali, in particolare il cambiamento climatico sempre più forte e violento. Queste pratiche possono poi diventare rivoluzionarie se applicate in medie e piccole dimensioni fino ad arrivare all’ambito familiare perché potrebbero far diventare le città in parte auto-produttive e comunque più resilienti alla mancanza di cibo. Collateralmente si liberebbero molti suoli ad oggi destinati a produzioni scadenti per aumentare la produzione di cibo di qualità e di alimenti più difficilmente realizzabili con tali sistemi.

Poter diffondere la produzione e non accentrarla solo in grandi aziende avrebbe anche il vantaggio enorme di ridurre i costi di distribuzione che sono ai primi posti nei costi aziendali e nei consumi energetici e nelle emissioni di inquinanti. Logicamente non possiamo che ribadire il nostro amore e la nostra passione per quei cibi prodotti in modo naturale che sono e saranno sempre più buoni e sani oltre che portatori di cultura e tradizione di quelli perfetti ma comunque completamente non “vivi” lasciando ai singoli comunque la scelta personale.

Nicolò Miotto – studente del corso triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università degli Studi di Trieste)
Andrea Miotto – laureando nel corso di laurea magistrale in Ecology and Global Changes (Università degli Studi di Trieste)
Fabio Pinzi – agronomo

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