Sparare, abbattere, reprimere: il nuovo corso ecologico dell’Italia?

La Costituzione italiana, nei suoi principi fondamentali, negli articoli 9 e 41, afferma con chiarezza la necessità di tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Eppure, sempre più spesso, assistiamo a un cortocircuito tra questi dettami costituzionali e l’agire quotidiano delle istituzioni. Un vero e proprio conflitto che mette in discussione la loro stessa autorevolezza morale e democratica.

Un caso emblematico riguarda il recente disegno di legge che amplia in modo pericoloso i margini per la caccia, sostenuto quasi esclusivamente dal mondo venatorio e da amministrazioni locali interessate più al consenso elettorale che al bene comune. Un provvedimento discusso senza alcun confronto con le associazioni ambientaliste, i cittadini o la comunità scientifica, e che apre alla possibilità di sparare anche in aree prima protette, minando l’equilibrio degli ecosistemi e ignorando del tutto i cicli naturali.
Parallelamente, in molte città e paesi d’Italia si assiste a un vero e proprio assalto al verde urbano: alberi abbattuti illegalmente in piena primavera durante il periodo di nidificazione, senza studi di impatto, senza trasparenza e, spesso, in violazione delle normative sulla tutela della fauna selvatica. Quando i cittadini protestano, vengono ignorati, derisi, repressi. In alcuni casi sono addirittura colpiti da sanzioni amministrative pesanti per aver osato documentare o denunciare l’abbattimento di alberi secolari o la distruzione di habitat.

Ciò che colpisce è il modus operandi di molte amministrazioni: delibere approvate in fretta e furia, di notte, pubblicate all’ultimo momento per evitare che i comitati possano organizzarsi. Decisioni che non solo mancano di partecipazione pubblica, ma che sembrano deliberatamente ostili alla cittadinanza attiva. Una strategia di governo che richiama più la logica del potere autoritario che quella della democrazia costituzionale.
Cosa significa, oggi, tutelare la natura secondo Costituzione, se le istituzioni che dovrebbero farlo agiscono spesso come se l’ambiente fosse un ostacolo allo sviluppo, un intralcio alle ruspe o un bersaglio per i fucili? Quale legittimità può vantare uno Stato che non solo non protegge il patrimonio naturale, ma punisce chi lo difende?
La distanza tra principi e prassi si fa ogni giorno più evidente. E mentre la crisi ecologica globale bussa alle porte, le istituzioni italiane rischiano di trovarsi dalla parte sbagliata della storia, non come garanti della legalità e del bene collettivo, ma come complici della distruzione, della repressione e del silenzio.

Santena, piazza Martiri della Libertà (01)

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