Spiritualità e consumismo (prima parte)

Maurizio Pallante
23 ottobre 2023

1. Consumismo: vizio privato o pubblica virtù?
2. La mutazione antropologica
3. Le scelte che hanno condotto la Chiesa cattolica a una crescente irrilevanza
4. La crisi ecologica
5. Che fare?
6. La spiritualità e la fede


  1. Il Consumismo: vizio privato o pubblica virtù?

     Il 19 marzo 2014, nell’omelia pronunciata durante la messa celebrata nella Cattedrale di Genova per la festività di San Giuseppe patrono dei lavoratori, il Cardinal Bagnasco, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, ha detto: «Per rilanciare l’economia e uscire dalla crisi è necessario incentivare i consumi, senza ritornare alla logica perversa del consumismo che divora il consumatore».

     Si potrebbe pensare che siano parole pronunciate in un momento di stanchezza e scarsa lucidità, ma nel loro noncurante spregio del principio di non contraddizione sintetizzano l’ambiguità con cui le gerarchie ecclesiastiche hanno valutato la crescita economica che ha modificato radicalmente le società industriali nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, considerando la crescita dei consumi una cosa buona e giusta, addirittura da incentivare per consentire all’economia di tornare a crescere quando si blocca, ma considerando il consumismo una cosa non buona e non giusta, perché nella sua logica perversa riduce gli esseri umani a consumatori incapaci di resistere alla tentazione di acquistare compulsivamente anche ciò di cui non hanno bisogno.

     In effetti, se nelle società che finalizzano l’economia alla crescita della produzione di merci la domanda non crescesse di pari passo con l’offerta, non si riuscirebbe a vendere una parte delle quantità sempre maggiori di merci che vengono prodotte, per cui si dovrebbe ridurre la produzione; se la produzione diminuisce bisogna ridurre il numero degli occupati; se si riduce il numero degli occupati diminuisce il numero di coloro che hanno un reddito monetario e la domanda diminuisce  ulteriormente, per cui occorre ridurre ulteriormente la produzione e il numero degli occupati. Se in queste società la domanda non cresce, o cresce meno dell’offerta, come è successo più d’una volta con esiti disastrosi nella storia del modo di produzione industriale, si innesca una spirale recessiva che si avvita su se stessa, ampliando progressivamente il numero delle persone che non sono in grado di acquistare neanche il necessario per vivere e rendendo sempre più difficile far ripartire l’economia.

     Per prevenire questo rischio non bastano le misure di politica economica finalizzate a incentivare i consumi riducendo il costo del denaro, e/o aumentando la spesa pubblica in deficit secondo le indicazioni di Keynes, ma è necessario che nell’immaginario collettivo l’atto di acquistare travalichi la sua funzione utilitaristica e assuma un valore in sé. Per consentire alla domanda di continuare a crescere in misura non inferiore alla crescita dell’offerta, le persone non possono limitarsi a comprare ciò di cui hanno, o sono indotte a credere di aver bisogno, ma devono sentire il bisogno di comprare qualcosa, non importa cosa, per accedere a quel surrogato di felicità che pensano di ricavarne, per dimostrare agli altri cosa possono permettersi di comprare, per compensare le loro frustrazioni e dare un senso alla loro vita. Si devono sentire infelici se non possono comprare quello che comprano gli altri e devono invidiare chi può farlo. In queste società il consumismo è una cosa buona e giusta proprio perché nella sua logica, che il Cardinal Bagnasco considera perversa, riduce gli esseri umani a consumatori e li divora. Non è un vizio privato, ma una pubblica virtù. È il valore condiviso su cui si fonda la stabilità sociale.

     Di tanto in tanto affiora allo scoperto che nelle società in cui l’economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci, l’atto di acquistare non ha la funzione di soddisfare un bisogno, neppure indotto, come accade regolarmente con la moda, ma ha un valore in se stesso. Due esempi tra i tanti. Nel mese di dicembre del 1991 una casa automobilistica inglese ha pubblicato questo annuncio pubblicitario: «Buy something». Comprate qualcosa. E aggiungeva: «Naturalmente saremmo più contenti se la vostra scelta cadesse su una delle nostre automobili. Ma se non avete nessuna intenzione di compare una Range Rover, pazienza. Comprate un forno a microonde. O un cane bassotto. O biglietti per il teatro. Basta che compriate qualcosa. Perché se per tornare a spendere aspettiamo tutti che la recessione sia dichiarata ufficialmente sconfitta, allora non finirà mai».[1]

     Nel mese di dicembre del 1993 i giovani imprenditori dell’Unione industriale di Torino hanno rivolto questo appello ai consumatori: «Per Natale un gesto di solidarietà. Regalatevi qualcosa. Magari italiano. Può sembrare strano – premettevano – abbinare la solidarietà all’invito di ricominciare a consumare in occasione degli acquisti per i regali di Natale. Eppure chiediamo di farsi, o di fare un regalo in più, meglio se Made in Italy; di compiere un investimento nei consumi a favore di se stessi o dei propri cari, con la consapevolezza di contribuire così anche agli altri. Gli altri che non conosciamo, ma che lavorano per produrre e per vendere ciò che abbiamo deciso di acquistare.» [2]

     Oltre alla forza che riceve dal sostegno delle società in cui l’economia è finalizzata alla crescita della produzione di merci, il consumismo ha una sua forza intrinseca, che gli viene conferita dal fatto di non poter mantenere la promessa di felicità con cui si rende desiderabile. Se la pulsione ad acquistare si acquietasse comprando qualcosa, il consumismo perderebbe la sua forza nel momento in cui si realizza il suo fine. Per mantenerla viva vengono immessi in continuazione sul mercato dei prodotti nuovi che in tempi sempre più ridotti tramutano in frustrazione la gioia che si prova acquistando qualcosa. Per mantenere intatto il suo dominio sui consumatori, per poter continuare a divorarli, il consumismo deve creare in loro uno stato di insoddisfazione permanente, intervallato da brevi periodi di una felicità che svanisce non appena avranno allungato una mano illudendosi di poterla afferrare.

2. La mutazione antropologica

     «L’ansia del consumo – ha affermato l’11 luglio 1974 Pier Paolo Pasolini in un’intervista – è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale a tutti gli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una “falsa” uguaglianza ricevuta in regalo».[3]

     E in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 18 luglio 1975 ha scritto: «Il nuovo modo di produzione (determinato dall’enorme quantità e dal superfluo) e la sua implicita ideologia edonistica (che è esattamente il contrario della religione) […] dal punto di vista antropologico – cioè per quanto riguarda la fondazione di una nuova «cultura» – pretende degli uomini privi di legami col passato (risparmio e moralismo): pretende che tali uomini vivano – dal punto di vista della qualità della vita, del comportamento e dei valori – in uno stato, come dire, di imponderabilità: cosa che permette loro di privilegiare, come solo atto esistenziale possibile, il consumo e la soddisfazione delle sue esigenze edonistiche».[4]

     Per far crescere la produzione di merci non basta introdurre sistematicamente nei cicli produttivi innovazioni tecnologiche finalizzate ad aumentare la produttività e inventare prodotti innovativi che si aggiungono ai prodotti già in commercio, o li rendono obsoleti e li sostituiscono. Occorre anche indurre gli esseri umani a credere che  il senso della vita consista nel dedicare tutte le loro energie al lavoro per guadagnare il denaro necessario ad acquistare le merci, tecnologicamente sempre più evolute, che vengono immesse sui mercati a getto continuo. Solo se le aspettative esistenziali delle persone si concentrano sui bisogni e sui desideri che possono essere soddisfatti con l’acquisto di cose e servizi, si possono creare le condizioni che consentono di vendere le quantità crescenti di merci prodotte annualmente.

     Il desiderio di un maggior benessere materiale – di vivere in condizioni più agiate, di possedere oggetti che rendono piacevole la vita quotidiana, di vivere in un’abitazione confortevole, di togliersi dei capricci, di nutrirsi con cibi buoni – è insito nella natura umana e non va disprezzato. Ma non è ciò che dà senso alla vita. Gli esseri umani hanno anche delle esigenze spirituali che non possono essere soddisfatte comprando qualcosa, per cui non fanno crescere il Pil. Anzi sottraggono energia e tempo alle attività che lo fanno crescere. La spiritualità non è compatibile col sistema dei valori su cui si fondano le società che hanno finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci. Per il sistema dei valori dominante è il residuo di un passato da cancellare. Mantenerla viva, non è soltanto un’esigenza profonda degli esseri umani, ma anche una forma di disobbedienza civile.

3. Le scelte che hanno condotto la Chiesa cattolica a una crescente irrilevanza     

     In Italia nel cinquantennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale «Il nuovo modo di produzione (determinato dall’enorme quantità e dal superfluo) e la sua implicita ideologia edonistica (che è esattamente il contrario della religione)» non fu soltanto sostenuto culturalmente, ma anche gestito dalla Chiesa cattolica per interposta persona: dal partito della Democrazia Cristiana nelle istituzioni, dai dirigenti delle aziende a partecipazione statale e delle banche, dai dirigenti della televisione di Stato che, entrando progressivamente in tutte le case, faceva conoscere ed esaltava i vantaggi della crescita economica in corso (il miracolo economico per chi vedeva la manifestazione di una volontà divina in quel trionfo del materialismo; il boom economico per i succubi del modello statunitense); descriveva con commiserazione i residui della civiltà pre-industriale e l’economia contadina; suscitava in un numero crescente di persone, soprattutto nei giovani, un desiderio irrefrenabile di inserirsi nel flusso impetuoso della modernità, che in un decennio trasformò l’Italia da Paese prevalentemente agricolo nella settima potenza industriale del mondo.

     Nelle motivazioni che inducevano le gerarchie della Chiesa cattolica a sostenere il processo di modernizzazione in corso, oltre alla condivisione culturale incideva anche l’esigenza di sconfiggere politicamente il Partito comunista, dimostrando all’opinione pubblica che la crescita del benessere dipendeva dall’efficienza con cui quel processo veniva gestito da una classe dirigente che si era formata all’Università Cattolica e nella Federazione degli Universitari Cattolici Italiani. Questa competizione, rifletteva quella che si stava svolgendo a livello mondiale, tra il blocco dei Paesi liberal-democratici egemonizzato dagli Stati Uniti, e il blocco dei Paesi social-comunisti egemonizzato dall’Unione Sovietica. I due schieramenti erano accomunati dalla convinzione che il buon governo consista nella capacità di organizzare la società in funzione della crescita del Prodotto Interno Lordo, ma perseguivano questo obbiettivo con due modelli socio-economici alternativi, dando vita a un confronto che assunse il carattere di una rivalità per la conquista dell’egemonia politica mondiale e rischiò di sfociare in una guerra atomica. Il blocco liberal-democratico riteneva che il modo più efficace per far crescere l’economia e distribuirne i benefici a vantaggio di tutte le classi sociali fosse l’abbinamento tra democrazia parlamentare e mercato. Il blocco social-comunista sosteneva che la dittatura del proletariato gestita dal partito unico, la pianificazione economica e i soviet nei luoghi di lavoro consentissero di raggiungere più efficacemente gli stessi obbiettivi. La sfida, iniziata subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, sarebbe stata vinta dal blocco liberal-democratico e si sarebbe conclusa emblematicamente il 9 novembre 1989 con l’abbattimento del muro di Berlino.

     Era inevitabile che la Chiesa cattolica avvertisse come un pericolo mortale la diffusione dell’ideologia materialista e atea del comunismo. Questa preoccupazione era confermata dai limiti posti alle libertà politiche e alla libertà di culto nei Paesi del socialismo reale, dove le persone non allineate alle direttive del partito unico venivano sottoposte a vessazioni continue da un sistema poliziesco che agiva con un potere assoluto. Concentrando l’attenzione su questi problemi la sua gerarchia non ne prestava altrettanta alle lunghe file di persone che nei Paesi liberal-democratici la domenica non si indirizzavano più nelle chiese, ma nelle cattedrali del consumismo, senza che qualcuno glielo imponesse o glielo proibisse. L’affermazione del modello economico e sociale che stava facendo crescere maggiormente la produzione di merci e i consumi, diffondeva la convinzione che stesse realizzando il migliore dei mondi possibili. Un mondo in cui gli sviluppi della scienza e della tecnologia avrebbero consentito di soddisfare senza limiti i bisogni materiali, quanto meno degli abitanti dei Paesi industrializzati del Nord America e dell’Europa occidentale. Attratte da questa prospettiva di benessere materiale crescente, le popolazioni di questi Paesi avevano iniziato a dimenticare le esigenze spirituali, che non si possono soddisfare comprando qualcosa. Sostenendo la variante vincente del modo di produzione industriale, quella che faceva crescere di più i consumi e, usando l’efficace deduzione di Pasolini, la loro «implicita ideologia edonistica, (che è esattamente il contrario della religione)», la Chiesa cattolica si stava inconsapevolmente condannando a una crescente irrilevanza.


[1]  La Stampa, 15.12.1991.

[2]  La Stampa, 20.12.1993.

[3]  P. P. Pasolini, Ampliamento del «bozzetto» sulla rivoluzione antropologica in Italia, intervista a cura di Guido Vergani, Il Mondo, 11 luglio 1974, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1987, pag. 72.

[4]  In Lettere luterane, Einaudi, Torino 1980, pag. 78.

Seguirà la seconda parte a giorni.

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