Spiritualità e consumismo (seconda parte)

Maurizio Pallante

23 ottobre 2023

Ecco il testo della seconda parte di “Spiritualità e consumismo”, a cura di M. Pallante.

1. Consumismo: vizio privato o pubblica virtù?

2. La mutazione antropologica

3. Le scelte che hanno condotto la Chiesa cattolica a una crescente irrilevanza  

4. La crisi ecologica

5. Che fare?

6. La spiritualità e la fede

………………………………………………………

4. La crisi ecologica

     Oltre ad aver innescato questa mutazione antropologica, la crescita della produzione e del consumo di merci ha causato una serie crescente di problemi ambientali, che già negli anni Sessanta del secolo scorso, all’acme del boom economico, hanno cominciato a suscitare la preoccupazione di piccoli gruppi di studiosi. Nel 1962 la biologa statunitense Rachel Carson diede alle stampe il libro Primavera silenziosa, che ebbe una notevole diffusione mondiale, ma fu aspramente criticato dal mondo scientifico e dagli imprenditori agricoli, perché sosteneva che la sparizione di ogni forma di vita animale in una nicchia ecologica era stata causata dai processi di bioaccumulazione nelle catene alimentari dei pesticidi usati per accrescere la produttività agricola.  Stessa sorte toccò a una ricerca commissionata nel 1969 dal Club di Roma a un gruppo di ricercatori del Massachusetts institute of technology, pubblicata nel 1972 col titolo I limiti della crescita. Nei decenni seguenti i problemi ambientali causati dalla crescita economica si aggravarono progressivamente, in particolare in seguito all’aumento delle emissioni di CO2 generate dalla combustione delle fonti fossili utilizzate per soddisfare il fabbisogno crescente di energia.

     All’inizio della rivoluzione neolitica, 12.500 anni fa, il pianeta era ricoperto da 6.000 miliardi di alberi. Ne sono stati abbattuti 3.000 miliardi, di cui 2.000 dall’inizio della rivoluzione industriale, nella seconda metà del XVIII secolo, non solo per utilizzare il legno come materiale di costruzione e come combustibile, ma soprattutto per espandere le aree urbane, le aree industriali, le reti viarie, e l’agricoltura. Di conseguenza è stata ridotta la capacità della vegetazione di effettuare la fotosintesi clorofilliana, il processo biochimico che consente ai vegetali di nutrirsi, di crescere e di nutrire, attraverso le catene alimentari, tutte le specie viventi. Contestualmente le emissioni di anidride carbonica sono state incrementate, oltre che dalla combustione delle fonti fossili, dall’agricoltura chimica e dagli allevamenti. L’anidride carbonica non assorbita dai vegetali è aumentata e le eccedenze si sono accumulate nell’atmosfera. Per 8.000 secoli la loro concentrazione non ha superato le 280 parti per milione di parti d’aria. Nel 2023 sono arrivate a 424 parti per milione. Poiché l’anidride carbonica trattiene nell’atmosfera una parte della radiazione infrarossa che la superficie terrestre, riscaldata dalla luce solare, rimanda verso lo spazio, questo aumento ha innescato il più rapido innalzamento della temperatura vicino alla superficie del pianeta che si sia mai verificato: +1,2 °C rispetto all’epoca pre-industriale,[1] un valore non lontano dal limite di +1,5 °C che nella Cop di Parigi del 2015 è stato indicato come la soglia oltre la quale, con un margine di +0,5 °C, raggiungerebbero il punto di non ritorno alcuni fenomeni che renderebbero la Terra inabitabile per la specie umana.

     La deforestazione e l’aumento della temperatura terrestre hanno anche contribuito a ridurre la biodiversità. Secondo una ricerca dell’Onu pubblicata nel 2019 si è già estinto un milione di specie su un totale stimato di 8 milioni, molte delle quali rischiano di scomparire nei prossimi decenni. Le popolazioni ittiche degli oceani sono state dimezzate dalla pesca. Secondo alcuni scienziati siamo all’inizio della sesta estinzione di massa nella storia della Terra.

     Dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso il consumo annuale della biomassa (in ottica antropocentrica: delle risorse rinnovabili) ha iniziato a superare la quantità che viene rigenerata dalla fotosintesi clorofilliana. Nel 2022 il giorno in cui è avvenuto il superamento (overshoot day) è stato il 29 luglio.

     In conseguenza della crescita della produzione di merci e del consumismo, dell’obsolescenza percepita e dell’obsolescenza programmata per tenere alta la domanda, sono aumentate le quantità dei rifiuti, biodegradabili e non biodegradabili, molti dei quali tossici, che si accumulano nel ciclo dell’acqua, nell’aria e nei suoli.

5. Che fare?

     Tutti i fattori della crisi ecologica sono causati dalla crescita del fabbisogno di materie prime da trasformare in merci e dalla crescita delle emissioni di sostanze di scarto derivanti dai processi di produzione e dai consumi. Per più di trent’anni si è pensato che bastasse adottare tecnologie meno impattanti – in relazione alle emissioni di gas climalteranti, le fonti rinnovabili in sostituzione delle fonti fossili – per attenuare la crisi ecologica senza abbandonare la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. Per utilizzare la terminologia adottata dai sostenitori di questa strategia, si è creduto che fosse possibile disaccoppiare la crescita della produzione di merci dalla crescita dei fattori inquinanti, realizzando uno sviluppo sostenibile. In realtà questa scelta non ha consentito di ridurre i fattori della crisi ecologica, ma solo i loro incrementi rispetto ai valori che avrebbero fatto registrare se non si fosse fatto nulla. Una magra consolazione, perché un incremento ridotto è comunque un incremento, non una diminuzione.

     Per invertire la tendenza in corso occorre spostare la finalità dell’economia dalla crescita della produzione di merci alla compatibilità con la fotosintesi clorofilliana. A tal fine occorre: ridurre il consumo annuale di risorse rinnovabili con l’obbiettivo di ricondurre gradualmente l’overshoot day verso il 31 dicembre; ridurre gradualmente le emissioni di gas climalteranti e avviare giganteschi programmi di riforestazione (1.000 miliardi di alberi, secondo il botanico Stefano Mancuso);  smettere gradualmente di produrre sostanze di sintesi chimica non biodegradabili; azzerare la copertura dei suoli con sostanze impermeabili. Si può sostenere che non sia necessario adottare queste misure solo se si nega che sia in atto una crisi ecologica, o si ritiene che una crisi ecologica ci sia, ma non abbia una causa antropica. Tra gli scienziati, i negazionisti delle due categorie sono un’infima minoranza, ma i decisori politici utilizzano strumentalmente la loro copertura scientifica per continuare a sostenere con elargizioni di denaro pubblico le fonti fossili e la falsa alternativa energetica dell’idrogeno, che aggravano la crisi ecologica ma sono indispensabili per la crescita economica, mentre evitano di applicare una tassa sui consumi di fonti fossili e sugli imballaggi di plastica.

     Nell’Esortazione apostolica Laudate Deum, resa pubblica il 4 ottobre 2023, Papa Francesco, ha scritto che: «Per quanto si cerchi di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono lì, sempre più evidenti». (5) E, dopo aver citato i rapporti del’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, aggiunge: «Sono costretto a fare queste precisazioni, che possono sembrare ovvie, a causa di certe opinioni sprezzanti e irragionevoli che trovo anche all’interno della Chiesa cattolica. Ma non possiamo più dubitare che la ragione dell’insolita velocità di così pericolosi cambiamenti sia un fatto innegabile: gli enormi sviluppi connessi allo sfrenato intervento umano sulla natura negli ultimi due secoli. Gli elementi naturali che tipicamente causano il riscaldamento, come le eruzioni vulcaniche e altri, non sono sufficienti a spiegare il tasso e la velocità dei cambiamenti degli ultimi decenni. L’evoluzione delle temperature medie della superficie non può essere spiegata senza l’effetto dell’aumento dei gas serra. (14)

     Nelle popolazioni la preoccupazione per la gravità raggiunta dalla crisi ecologica è aumentata e nei Paesi ricchi è cresciuto il numero delle persone che hanno parzialmente modificato i loro stili di vita per attenuarla: hanno ridotto gli sprechi di cibo e il consumo di carne, comprano frutta e verdura di stagione coltivate alla più breve distanza dal luogo in cui vivono, coltivano un orto per autoconsumo, differenziano per tipologie omogenee i loro rifiuti in modo che si possano riciclare, sostituiscono con una minore frequenza i beni di consumo durevoli, usano la bicicletta. L’adozione di questi comportamenti virtuosi è importante, sia per il contributo che dà all’attenuazione della crisi ecologica, sia perché contribuisce a diffondere una maggiore sensibilità ambientalista, ma non può essere confusa con un cambiamento del sistema dei valori. Non ha scalfito la convinzione che il ben-essere si identifichi col benessere materiale e con la crescita dei consumi. Non ha scalfito l’idea che il fine dell’economia sia la crescita della produzione di merci. Nelle ore di punta dei giorni lavorativi le vie d’accesso alle città sono intasate di automobili, come prima dell’epidemia di Covid. Nei fine settimana sono intasate le strade e le autostrade che collegano le città con le località di vacanza. Coloro che, per mancanza di mezzi economici sono costretti a restare in città, affollano i centri commerciali. La preoccupazione per i danni ambientali causati dagli eventi meteorologici estremi viene esorcizzata dalla convinzione che siano sufficienti degli aggiustamenti per evitare che si aggravino ulteriormente. In questo contesto i partiti politici, gli economisti e gli imprenditori che sottovalutano la crisi ecologica, o negano che sia causata dalla finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, sostengono che sia sbagliato fare delle rinunce per ridurre i consumi, perché si otterrebbe soltanto il risultato di compromettere la soluzione dell’unico problema che suscita la loro preoccupazione: quello di far ripartire l’economia a pieno regime.

     Tra coloro che non sottovalutano la crisi ecologica, alcuni ambientalisti sostengono che, per impedirle di superare la soglia dell’irreversibilità, le popolazioni dei Paesi ricchi devono riportare i loro consumi ai livelli degli anni Sessanta del secolo scorso. E avvisano che occorre prepararsi a fare delle rinunce. Nel loro generoso intento di evitare la catastrofe ambientale, questi ambientalisti non si rendono conto di applicare al rovescio gli stessi criteri di valutazione quantitativi usati da coloro che identificano il benessere con la crescita del Prodotto interno lordo, indipendentemente da ciò lo fa crescere. Il Prodotto interno lordo cresce sia se aumenta la produzione di armi, sia se aumenta la produzione di pannelli fotovoltaici. La vera alternativa a questa assurdità spacciata per parametro del benessere non è la riduzione indiscriminata dei consumi per riportarli ai livelli degli anni Sessanta, ma la riduzione selettiva della produzione di merci oggettivamente inutili e dannose: il cibo e l’energia che si sprecano, le fonti fossili, le armi, i beni durevoli progettati con l’obsolescenza programmata ecc. Se si utilizzano criteri di valutazione qualitativi delle attività produttive, una riduzione dei consumi non richiede necessariamente delle rinunce. Se si riducono gli sprechi di cibo o di energia, a cosa si rinuncia? Inoltre, nel concetto di rinuncia è implicita una valutazione positiva di ciò di cui si decide di fare a meno per ragioni etiche. Si rinuncia a qualcosa che si ritiene utile, o si desidera. Ma se si fa a meno di qualcosa che non si desidera, non ha alcuna utilità o causa dei danni, non si rinuncia a niente. Si fa una scelta per stare meglio. Gli ambientalisti che prospettano un futuro di restrizioni, sacrifici e rinunce per evitare che la crisi ecologica diventi irreversibile, non solo si condannano all’ininfluenza politica, ma non si rendono nemmeno conto di offrire ai loro antagonisti una straordinaria opportunità di denigrare le scelte ecologiche sostenendo che, in base alle esplicite affermazioni dei loro sostenitori, peggiorano le condizioni di vita.

     In realtà le riduzioni dei consumi di fonti fossili e delle emissioni di gas climalteranti necessarie per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, si possono ottenere aumentando l’efficienza con cui si utilizzano le risorse e riducendo gli sprechi, senza ridurre i consumi finali. Per riscaldare gli edifici meno efficienti energeticamente (classe G) si consumano 200 chilowattora al metro quadrato all’anno. I più efficienti (classe A) ne consumano meno di 40. Se si migliora la coibentazione di un edificio in classe G e a parità di benessere i suoi consumi si dimezzano, si dimezzano anche le emissioni di CO2 e i costi del riscaldamento. Un intervento di questo genere non comporta peggioramenti delle condizioni di vita, non richiede rinunce e consente di avere dei risparmi economici direttamente proporzionali ai vantaggi ecologici, con i quali si possono pagare i costi della ristrutturazione energetica.

     Il contributo delle tecnologie ecologiche è indispensabile, ma non sufficiente per ridurre l’insostenibilità ambientale se si continuerà a misurare il benessere con la crescita del Prodotto interno lordo e non si diffonderà la consapevolezza che, come ha detto Robert Kennedy nel celebre discorso del 18 marzo 1968 all’Università del Kansas, «il Pil misura tutto, ma non ciò che rende degna la vita di essere vissuta». In altre parole: ciò che si può comprare (che può essere misurato dal Pil) non soddisfa le esigenze esistenziali più profonde degli esseri umani (non rende la vita degna di essere vissuta) e ciò che soddisfa le esigenze più profonde degli esseri umani (che rende la vita degna di essere vissuta) non si può comprare (non può essere misurato dal Pil).

6. La spiritualità e la fede

     Nelle società che finalizzano l’economia alla crescita del Prodotto interno lordo, le attività che comportano una compravendita (e fanno crescere il Pil) sono ritenute più importanti e hanno un maggior riconoscimento sociale delle attività che non la comportano. Le attività che comportano una compravendita attengono all’ambito del corpo, della sopravvivenza e del benessere materiale. Le attività che la escludono attengono all’ambito dello spirito: i rapporti d’amore basati sul dono reciproco del tempo senza aspettativa di restituzione (donum); i rapporti comunitari basati sul dono e il controdono del tempo, vincolati a una restituzione (munus); la solidarietà con i più deboli; la meditazione; l’incantamento davanti alla bellezza del mondo; la volontà di aggiungere col proprio lavoro bellezza alla bellezza dei luoghi in cui si vive; la perdita della cognizione del tempo davanti a un’opera d’arte, ascoltando un concerto, leggendo poesia; l’espressione della propria creatività; lo studio disinteressato; la comunicazione non verbale con i viventi non umani; la capacità di sentire come propri il dolore e la gioia degli altri; l’indignazione attiva nei confronti delle ingiustizie e dei rapporti di dominio all’interno della specie umana e tra la specie umana e le altre specie viventi.

     Queste sono le attività che rendono la vita degna di essere vissuta. Soltanto se si rivalutano la spiritualità e l’importanza per il benessere individuale e per la coesione sociale delle esperienze esistenziali non mercificabili, si può rendere desiderabile lo spostamento delle attività produttive dalla crescita del Pil alla compatibilità con la fotosintesi clorofilliana, anche se comporta una riduzione dei consumi, e si può definire un sistema di valori alternativo a quello che sta portando l’umanità all’estinzione.

     La spiritualità è una componente costitutiva degli esseri umani che non va confusa con la fede. La fede è credere in qualcosa che non è dimostrabile scientificamente. Dante nel canto XXIV del Paradiso, ai versi 64-66, ha scritto: «Fede è sustanza di cose sperate / e argomento delle non parventi / e questa pare a me sua quiditate». La fede dà sostanza a ciò che si spera e consente di ragionare su ciò che non si vede. Questa è la sua essenza. Non tutti hanno la fede che, secondo la dottrina cattolica è una grazia, un dono divino, mentre la spiritualità è insita nella natura umana, anche se il modo di produzione industriale ha utilizzato tutti gli strumenti di persuasione di massa per cancellarne la consapevolezza e indirizzare le aspettative esistenziali degli esseri umani alla sola soddisfazione delle esigenze materiali della sopravvivenza. La spiritualità è il pre-requisito della fede, perché induce a porsi le domande sul senso della vita e della morte, sull’esistenza di Dio, sull’immortalità dell’anima, sull’origine dell’universo, che gli esseri umani si sono posti sin dalla preistoria, come testimoniano i culti dei morti e la concezione della morte come passaggio a una nuova forma di vita, simboleggiata in forma particolarmente evidente dalle tombe a forma di uovo in cui i corpi venivano collocati in posizione fetale. A queste domande, che si pone seriamente solo chi sente il bisogno di dare alla sua vita un senso che il consumismo non può darle, la razionalità non è in grado di dare risposte. Sia coloro che accettano la risposta della fede, sia coloro che non riescono ad accettarla, ma non per questo mettono a tacere le proprie esigenze spirituali, sono accomunati dal rifiuto di essere complici del processo che sta trasformando il pianeta Terra in un luogo inabitabile per la specie umana.

     È la scelta etica di non appiattirsi sul materialismo ad affiancare questi credenti e questi non credenti; a rendere questi credenti diversi da coloro che, millantando di esserlo, propongono di incentivare i consumi per far ripartire la crescita economica; a rendere questi non credenti diversi dagli atei e dagli agnostici materialisti. Coloro che hanno mantenuto viva la loro spiritualità sanno che le tecnologie finalizzate a ridurre l’impatto ambientale dei processi produttivi sono necessarie, ma non sufficienti per superare la crisi ecologica se non cambia il sistema dei valori e si continuerà a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci. Come ha scritto Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Laudate Deum (70), «le soluzioni più efficaci non verranno solo da sforzi individuali, ma soprattutto dalle grandi decisioni della politica nazionale e internazionale». Sulle quali però non c’è da fare affidamento, come dimostra il fallimento delle 27 conferenze mondiali (Cop) in cui dal 1995 a oggi, 2024, i rappresentanti di 196 Paesi, quasi tutti i Paesi del mondo, hanno aggiornato di anno in anno le strategie per ridurre le emissioni di gas serra che anno dopo anno sono sistematicamente aumentate. Forse per questo il Papa ha aggiunto che «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali, senza una maturazione del modo di vivere e delle convinzioni sociali, e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone».

     Un cambiamento del sistema dei valori su cui si fonda il modo di produzione industriale non sembra attualmente possibile, anche se da qualche decennio centinaia di gruppi di persone lo stanno applicando nella loro vita, a partire da una scelta emblematica: il controesodo dalle città del XX secolo alle zone rurali abbandonate negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, dove col lavoro volontario di coloro che hanno scelto di viverci e di chi condivide il loro progetto, ma non vuole o non può farne una scelta di vita, sono stati ristrutturati i vecchi edifici con grande rigore filologico ed è stato costruito qualche nuovo edificio per le attività culturali comunitarie e lo svolgimento dei servizi di cura che vengono offerti a ospiti temporanei. Sia gli edifici ristrutturati, sia i nuovi raggiungono elevati livelli di efficienza energetica, utilizzano energie rinnovabili per soddisfare il fabbisogno residuo, recuperano l’acqua piovana per gli usi non alimentari, utilizzano la fitodepurazione per le acque di scarico, sono arredati con utensili, manufatti e materiali estromessi dai circuiti commerciali anche se perfettamente funzionali, destinati a diventare rifiuti per far posto alle novità che consentono di tenere alta la domanda di merci. L’autoproduzione dà un contributo determinante a soddisfare il fabbisogno energetico e alimentare; l’alimentazione è per lo più vegana; gli scambi tra i residenti sono fondati sul dono reciproco del tempo; gli scambi con chi condivide i loro valori, ma non il loro progetto di vita, su donazioni volontarie. Il lavoro è finalizzato a fare bene e non a fare tanto, le giornate sono scandite tra il tempo delle attività manuali, il tempo della meditazione e il tempo dello studio, a cui, nelle comunità religiose, si aggiunge il tempo della preghiera. 

     Nei gruppi che si ispirano a questi valori e li attuano in forme differenziate rispondenti alle loro esigenze, confluiscono persone di diversi strati sociali, con culture e sensibilità diverse, accomunate dal disagio di vivere in una società materialista e competitiva fino all’esasperazione, disilluse di poter contribuire a cambiarla con l’impegno politico, desiderose di dare un senso alla propria vita instaurando rapporti di solidarietà con gli altri e mettendo la propria disponibilità umana e le proprie competenze e al servizio di chi ne ha bisogno. I gruppi che hanno elaborato una visione del mondo e della vita più profonda, anche perché si collocano in una linea di continuità con tradizioni storiche millenarie, sono alcune comunità cattoliche che si rifanno agli insegnamenti dei Padri del deserto e alle esperienze monastiche rimaste fedeli agli insegnamenti dei loro fondatori, e un numero più ridotto di comunità laiche unite da una ricerca spirituale iniziatica. Entrambe fanno riferimento al misticismo orientale nella pluralità delle sue declinazioni.

     In un villaggio non pioveva da molto tempo. Tutte le preghiere e le processioni non erano servite a nulla: dal cielo non scendeva neanche una goccia. Presi dalla disperazione gli abitanti del paese si rivolsero al grande uomo della pioggia. Egli venne e chiese di potersi fermare per cinque giorni in una capanna ai margini del villaggio, con un po’ di pane e acqua. Quindi rimandò tutti alle loro occupazioni quotidiane. Al quarto giorno cominciò a piovere. Tutti si rallegrarono e corsero dai campi e dai diversi posti di lavoro alla capanna dell’uomo della pioggia per festeggiare con lui e chiedergli quale fosse il suo segreto. Egli rispose: «Non sono stato io a far piovere». «Ma sta piovendo», disse la gente. L’uomo della pioggia rispose loro: «Giungendo nel vostro villaggio mi accorsi che regnava un grande disordine esteriore ed interiore. Così mi ritirai nella capanna e cominciai a fare ordine in me stesso. Una volta raggiunta l’armonia anche voi avete fatto ordine, e quando è stato fatto ordine in voi anche la natura ha raggiunto il proprio ordine. Allora ha cominciato a piovere».

     Commentando questo antico racconto, che riporta nel suo libro L’essenza della vita. Il risveglio della consapevolezza nel cammino spirituale”, Willigis Jäger ha scritto che: «nella sua semplicità, esprime molto più di tanti programmi e di tante proposte intesi a migliorare il mondo».[2]


[1]Dati 2024.

[2]  [Edizioni] La parola, Roma 2019, pag. 77.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi!

Condividi questo contenuto!