TOGLIERE L’ASFALTO, LIBERARE LA TERRA E FAR CRESCERE GLI ALBERI.



Gli alberi non minacciano la nostra “sicurezza” o, comunque, non la minacciano più di tanti altri eventi e tante altre situazioni che viviamo più o meno consapevolmente. Nel tempo dell’emergenza climatica è evidente come con venti superiori agli 80/90 km/ora ci sia il rischio che possa cadere non solo un albero, ma che possa cadere qualsiasi piccola o grande infrastruttura umana (tende, camini, lamiere, tegole, impalcature, verande, oggetti, vasi, grondaie, ecc,): il problema non sono gli alberi ma il vento forte, uno degli effetti più frequenti e potenti dei cambiamenti climatici. L’emergenza climatica ci mette davanti a due situazioni opposte: da un lato gli “eventi meteorologici estremi” e l’innalzamento della temperatura, dall’altro, in contesti urbani, l’altrettanto estremo bisogno dei “servizi ecosistemici del suolo verde e degli alberi”, questi ultimi, più longevi e stabili se rispettati e amati. In questa precaria situazione ambientale non può non prevalere il bisogno di suolo naturale(decentificato), permeabile e di alberi, tanti alberi, di arbusti, di siepi, che, come tanti piccoli tasselli di una grande “infrastruttura verde”, siano in grado di fornire enormi benefici per “sopravvivere in salute” ai cambiamenti climatici: assorbire grandi quantità di polveri sottili e CO2, raffreddare l’aria e fornire ombra d’estate mitigando le “ondate di calore”, assorbire con le radici l’acqua meteorica, custodire paesaggio, storia e identità secolari delle “umanità urbanizzate”. Per tali ragioni sul “bisogno di sicurezza” dobbiamo “capovolgere” la nostra “visione”: un albero va lasciato in pace. Un albero, se malato, sarà meno vulnerabile se lo si fa potare da personale esperto, se non lo si fa oggetto di barbare “capitozzature” (tagliando tutte le sue braccia), se non si intacca il suo colletto con benne e cemento e se gli si crea lo “spazio” per le radici avvalendosi anche della tecnologia in grado di supportare questa operazione. Dobbiamo, con “onestà intellettuale”, attraversare una nostra “contraddizione”, una contraddizione insita nel nostro “modello di sviluppo capitalistico”, dove si preferisce criminalizzare l’albero, magari ferito da motoseghe ignoranti, piuttosto che le pieghe di un progresso falso che divora risorse naturali come il suolo e la vegetazione creando le premesse per un aumento esponenziale degli effetti dei cambiamenti climatici. Basta pensare ad un dato: da settembre 2022 a novembre 2023 le alluvioni verificatesi a Ischia, nelle Marche, in Emilia Romagna, in Toscana hanno comportato 50 vittime. Ma, codardamente, non agiamo e non lottiamo contro le “cause antropiche” che aumentano la probabilità di catastrofi naturali: una rimozione che ci porta dritti alla criminalizzazione degli alberi. Il 21 novembre “giornata nazionale degli alberi” ho scritto un breve post su fb: “Gli alberi? Dove vive la gente: lungo le strade, i marciapiedi, nelle piazze. Punto!”. Più di qualcuno leggendolo si è chiesto: cosa avrà voluto dire? Il caso ha voluto che in quei giorni il botanico Stefano Mancuso mettesse nero su bianco su cosa volesse significare creare in contesti urbani “infrastrutture verdi” https://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2023/11/22/video/giornata_dellalbero_il_botanico_mancuso_meta_delle_strade_andrebbero_decementificate-13880286/ e ha finito per rispondere in modo più autorevole del mio a quella domanda.

Sulla “narrazione dominante” che accompagna lo “sterminio degli alberi cittadini”, bisogna posare uno “sguardo ribelle”, invocando il loro carattere di “bene comune” e l’urgente necessità di considerarli “singoli elementi vitali” di una grande e diffusa “infrastruttura verde” da tutelare, mantenere e far crescere di quantità: gli alberi devono essere censiti, lasciati in pace e se hanno bisogno di cure vanno curati uno ad uno, così come si fa per la manutenzione di una caldaia, di una stufa, di un caminetto.

Tutto ruota attorno a quello che consideriamo un “rischio accettabile”. Quando un rischio è accettabile? È accettabile il rischio che una frana con una scarica di sassi il 4 novembre 2023 cada sulla S.R.50 in direzione del Primiero in corrispondenza di una fermata delle corriere? È accettabile il rischio che una maxi frana il 3 dicembre 2023 possa far cedere alcuni tornanti e un pilone della galleria sulla S.S. 52 nel territorio di Paluzza? È accettabile il rischio della cementificazione anche se questa in gran parte ha contribuito a quelle 50 vittime per frane, allagamenti, alluvioni a Ischia, nelle Marche, in Emilia Romagna, in Toscana? Consideriamo accettabile anche il rischio di fare un incidente stradale, tant’è che non rinunciamo a spostarci con l’auto. Ma non consideriamo accettabile il rischio che un albero possa cadere con un vento a 80/90 km/h. Certo, un albero potrebbe cadere, ma esistono le “allerte meteo” che ci avvertono di limitare gli spostamenti e il rischio riguarda anche la possibilità che si verifichino frane, smottamenti, allagamenti, esondazioni o che cada qualche tegola dal tetto di una casa, tende esterne, camini, lamiere, impalcature, grondaie, verande, oggetti vari, vasi di fiori. Il rischio riguarda anche l’uso stesso della macchina e il muoversi in quei frangenti: questa è la “realtà climatica”, l’abbiamo creata noi: non serve prendersela con gli alberi. Non so se esista una statistica Istat sui decessi per alberi caduti, ma non credo il loro numero possa essere superiore a quello dei decessi per essere stati colpiti da un fulmine.

Perché con un minimo di onestà intellettuale non calcoliamo quante patologie si potrebbero prevenire se l’aria che respiriamo fosse ossigenata dagli alberi o se la temperatura d’estate in città cementificate non fosse anche fino a 6 gradi più alta rispetto alla campagna circostante? Perché non esprimiamo il nostro disappunto agli amministratori che costruiscono quegli orribili marciapiedi fatti di asfalto e aiuole di mattonelle (ancora cemento), magari tombinando fossati che un tempo raccoglievano e facevano defluire l’acqua meteorica? Quando usciamo di casa proviamo a fare un “esercizio visivo-percettivo-estetico”, proviamo ad alzare lo sguardo dai nostri cellulari e guardiamo come sono presi i nostri marciapiedi senza alberi, le nostre strade senza alberi, le nostre piazze senza alberi e proviamo a pensare: cosa manca per aumentare la nostra “qualità di una vita sana”, fisica e spirituale? Magari scopriremmo che un “albero secolare” cresciuto vicino ad un’abitazione, la cui chioma venisse opportunamente diradata da dei “tree climbers” preparati ed esperti, potrebbe addirittura attutire la forza del vento: gli antichi creavano pinete lungo le coste proprio per mitigare la forza dei venti.

Capovolgiamo la nostra “visione”: sindaci e cittadini non devono essere chiamati a rispondere “penalmente” per i danni degli alberi caduti, ma dovrebbero rispondere “penalmente” per la mancanza di cura, manutenzione e protezione degli alberi, specie quelli di 40/60 anni, quelli dei cui servizi ecosistemici abbiamo più bisogno nell’oggi climatico. I sindaci devono essere chiamati a rispondere della “mancanza di spazio” per far crescere gli alberi nei luoghi dove vive la gente. E quando la carreggiata non consente la coesistenza di una strada a due sensi di marcia con un marciapiede e degli alberi e delle loro radici per dar corso a questa “pianificazione urbanistica verde” bisogna accettare di rivoluzionare la viabilità, magari creando dei sensi unici, anche se non sarà un’operazione indolore per le “abitudini” dell’uomo urbanizzato. Le “tasse” dei cittadini e le “pianificazioni urbanistiche” devono essere indirizzate a questo “rammendo ecologico” e non per autorizzare nuovo “consumo di suolo e di spazio” e relativa nuova “cementificazione”.

Proviamo a posare uno “sguardo ribelle” sulla narrazione criminalizzante degli alberi. Dobbiamo capovolgere il nostro sguardo e lottare per il rispetto di un “bene comune” quale dovrebbe essere considerata la “vegetazione nei contesti urbani”: una “infrastruttura verde di salute pubblica”. Non chiudiamoci in una visione monca della realtà climatica dell’oggi: finiremmo per essere prigionieri di quella che Zygmunt Bauman chiama la “sicurezza insicura”.

Schiavon Dante

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