di Sergio Cabras.

Abbiamo un problema, e non da poco: dopo un secolo e mezzo di sviluppismo al potere, per riparare a tutti i disastri che esso ha creato avremmo bisogno di una forza politica seriamente ecologista che, con coraggio, coerenza e sincerità, si candidi a guidare una transizione di paradigma e sappia aggregare intorno a sé molte persone dotate di consapevolezza e di buona volontà. Ma le coordinate abituali che definiscono il panorama politico italiano rendono piuttosto difficile che un tale soggetto emerga.

Con questo in mente propongo qui alcune riflessioni che credo riguardino un passaggio inevitabile – quantomeno come tema di discussione – per qualsiasi progetto di forza politica coerentemente ecologista nella fase storico-culturale che stiamo attraversando. A maggior ragione se tale forza si sentisse vocata a farsi punto di riferimento catalizzatore per coloro hanno a cuore le sorti del pianeta, come lo conosciamo negli equilibri naturali in cui la nostra specie si è evoluta, e non lo vede come uno strumento.

A darci qualche motivo di credere che una proposta politica simile non sia necessariamente destinata a cadere nel vuoto non è solo la situazione oggettiva in cui siamo, la quale, se il buon senso governasse, porterebbe chiunque fosse al potere a riconoscere l’assoluta urgenza di interventi tanto immediati quanto anche lungimiranti verso obiettivi di  sostenibilità, di equità, di solidarietà (ma purtroppo è quantomai evidente che è tutt’altro che il buon senso a governare).

No: il motivo per cui potremmo sperare di non essere solo i paladini di un sogno velleitario estraneo al sentire comune della stragrande maggioranza dei nostri connazionali è che da parecchi anni a questa parte l’astensionismo elettorale continua ad aumentare, attestandosi ormai intorno al 40%, ovvero ad una percentuale più alta di quanto qualsiasi partito riesce a raccogliere. Va da sé che non possiamo illuderci che tutti coloro che non si recano più alle urne siano potenziali sostenitori di una proposta ecologista, ma un elemento che forse potrebbe essere sintomatico è, tra l’altro, che alle ultime elezioni politiche del 2018, quelle della grande vittoria pentastellata, il M5S (che si presentava con connotazioni in parte anche ambientaliste e che qualcuno, evidentemente poco addentro alle idee della Decrescita, ha persino voluto apparentare ad esse) ha ottenuto più voti proprio nelle province in cui anche la quota di astensionismo è stata più alta.

Lasciando ora da parte la bruciante delusione che ha lasciato “il MoVimento” in molti di coloro che ci hanno creduto (dei quali – lo dico solo per chiarezza – non ho mai fatto parte), un soggetto politico ecologista farebbe comunque un errore a non interrogarsi su quali sono stati gli ingredienti chiave del successo elettorale del movimento di Beppe Grillo. Ed indubbiamente, tra gli altri, credo ci sia stato quello dell’esplicito e rivendicato superamento della dicotomia Destra-Sinistra che ha dato forma alla politica italiana fin dall’inizio della repubblica e che tutt’ora, almeno nominalmente, almeno come teatrino/spettacolo della politica, la caratterizza (e spesso giustifica la continuata presenza delle solite facce, dei soliti temi di discussione, del solito modo di affrontarli e permette ad alcuni partiti di vivere di rendita grazie a basi ideologiche che hanno ormai fatto il loro tempo, sia in quanto non più utili a dare risposte ai problemi attuali, sia perché non più praticate da essi stessi, in realtà, nelle loro politiche concrete). Il MoVimento, ora che alcuni suoi “nodi” interni ed irrisolti sono venuti al pettine, ha virato progressivamente la sua traiettoria fino a diventare ogni giorno di più una componente del centro-sinistra, ovvero sta entrando nel campo gravitazionale del PD, un po’ come quei residui di stelle che si avvicinano ai buchi neri (nei quali, come si sa, scompaiono).

Un destino abbastanza prevedibile, tutto sommato, considerando che tra i nodi irrisolti del M5S c’era proprio la forma vaga ed incompiuta del suo superamento della dicotomia Destra-Sinistra. Di questo superamento se ne parla da tempo e diversi raggruppamenti si sono dichiarati “né di destra né di sinistra”, ma, quando si va alla sostanza di ciò che propongono, risulta chiaro, il più delle volte, che sono di sinistra, oppure di destra: non si può dire di essere né dell’una né dell’altra ed avere però tutte posizioni compatibili e nessuna incompatibile con una delle due (anche come tradizioni culturali, intendo, e non solo come partiti). Come è facilmente intuibile, non è così semplice superare veramente (ovvero porsi oltre, al di là di) qualcosa che ha dato forma alla Modernità Occidentale praticamente fin dalle sue origini: gli ha dato delle basi teoriche. E basi teoriche diverse occorrono per superarla.

Non essere “né di destra né di sinistra” senza avere basi teoriche che effettivamente non siano dell’una o dell’altra porta al populismo. E il populismo alla lunga – ma neanche tanto – diventa inevitabilmente una forza di destra. Non essendosi dato il M5S basi teoriche altre, ed essendo composto perlopiù da persone che non avevano una storia propriamente di destra (anche se c’era una componente di questa matrice, ma minoritaria ed alla quale non mancano alternative più calzanti), l’esito non poteva che essere quello a cui stiamo assistendo.

Superare la dicotomia Destra-Sinistra significa dissociarsi dalla loro comune origine, il che vuol dire anche smascherarla. Tale origine comune – sintetizzando parecchio – sta nell’ideologìa dello Sviluppo; della Crescita infinita; del superamento (e l’asservimento) della Natura grazie al pensiero scientifico ed alla tecnologia moderna; della possibilità di applicare tale tipo di conoscenza ed adottare un approccio tecnico anche verso gli esseri e le società umane ed agli esseri viventi in generale; dell’irrilevanza e la virtuale non-esistenza di tutto ciò che non è misurabile o in qualche modo utilizzabile/sfruttabile…

Attraverso questi ed altri elementi – ideologici – la civiltà occidentale ha rotto con le proprie strutture culturali e politiche tradizionali che caratterizzavano il “vecchio regime” e, sull’onda del positivismo razionalista e della rivoluzione industriale, si è avviata sulla strada della modernità che ci ha portati fin qui. Lungo tale percorso la Destra e la Sinistra si sono combattute con alterne vicende storiche, durante le quali il loro significato si è anche in parte modificato, sia come istanze socioculturali che quanto alle componenti sociali che rappresentano.

Le socialdemocrazie hanno allargato il diritto al consumo ad una platea molto vasta che prima di fatto non lo aveva e così l’innalzamento delle condizioni economiche delle classi popolari ha permesso ai padroni dei mezzi di produzione e poi della finanza di ampliare i propri profitti in misura esponenziale. Difficile dire se questa sia stata una cosa di destra o di sinistra. Specialmente oggi che vediamo come tutto ciò non abbia portato affatto, globalmente, ad un miglioramento delle condizioni di lavoro o a maggiori tutele di quelle di vita – anche per i molti che il lavoro non ce l’hanno proprio più del tutto – mentre la ricchezza (per chi ce l’ha, sempre meno numerosi e sempre più ricchi) proviene molto più da forme virtuali di business speculativo che da attività nell’economia reale.

Oltre che sul piano sociale, le conseguenze sono ben note su quello ecosistemico.

Scusate: la parola “ambientale” non mi è mai piaciuta; l’antropocentrismo che essa contiene sta alla base, a mio modo di vedere, del destino di sostanziale irrilevanza politica (quantomeno pensando alle proporzioni e l’urgenza dei problemi che vorrebbero affrontare) che hanno avuto finora i movimenti “ambientalisti”.

Se immaginiamo un soggetto politico che voglia porsi come punto di riferimento per l’ecologismo in Italia, e così avere qualche speranza di raccogliere il consenso di una parte significativa di quel 40% che non si riconosce più nell’offerta elettorale attualmente presente, non possiamo non chiederci perché, nonostante ce ne sia bisogno da decenni, non è mai apparsa o non si è mai affermata in Italia, ma non solo, una forza politica autenticamente ecologista.

È evidente che tale affermazione implica un giudizio piuttosto netto sui Verdi italiani. Il motivo è presto detto: se l’assenza di basi teoriche altre porta oggi i 5 stelle a confluire nell’ambito del centro-sinistra (dopo tutto quel che hanno detto in passato sul PD, peraltro), i Verdi in quell’ambito ci sono praticamente nati, perché fin dall’inizio ne hanno condiviso la visione di fondo. Ma, se lì dentro c’è spazio solo come satelliti del PD, c’è una buona ragione: ed è che il PD – al netto delle varie oscillazioni secondo i vari cambi di segretario, che non hanno mai cambiato la sostanza – è già da sé la forma in cui può esprimersi la Sinistra in un paese come il nostro e in questa fase storica (in cui non c’è più spazio per una sinistra rivoluzionaria e, se mai qualche gruppo eversivo emergesse, oggi sarebbe più probabilmente di estrema destra). Ma qual’è il problema della Sinistra in tale contesto e perché può darsi solo in questa forma? È che di questo modello di società essa è strutturalmente parte integrante, ne è arteficie, ed è tutt’uno, inseparabile da esso: non può negarlo a meno di negar con ciò sé stessa. Non tanto dal punto di vista delle politiche economiche che, come sappiamo, in tutto l’Occidente sono comunque neoliberiste e variano poco se attuate da governi di un colore o di un altro. Ma soprattutto sul piano culturale, sul quale è proprio la Sinistra – che da decenni annovera nei suoi ranghi la stragrande maggioranza della classe intellettuale italiana – ad essere, ancor più che la Destra, rappresentativa e portatrice (sebbene continui a presentarsi come forza “antipotere” di innovazione e cambiamento) di ciò che fa da linea guida, da prospettiva teorica, da giustificazione, da narrazione fondativa e dominante in questa società: il Progressismo, che contiene lo Sviluppismo, ma che è qualcosa di più vasto, e dal quale si ha più difficoltà a dissociarsi. 

Non sorprende, dunque, che un partito ecologista che, com’è stato il caso dei Verdi, si colloca in quest’ambito e gli si mantiene leale, non ha speranza – anche qualora ne avesse effettivamente avuto l’intento – di cambiare qualcosa di significativo.

Ma è importante capire qual’è il tipo di ecologismo che hanno scelto di far proprio e di seguire i Verdi italiani e, più in generale, che seguono perlopiù i movimenti che si definiscono ambientalisti.

Questi soggetti politici hanno un’accezione scientifica dell’ecologismo: che in primo luogo si preoccupa di argomentare le proprie tesi sulla base di dati e proporre soluzioni tecniche. Naturalmente non c’è nulla di male nel portare dati per avvalorare le proprie argomentazioni ed immaginare come affrontare le cose nel concreto, anzi è importante e necessario. Il problema è quando questo avviene in primo luogo, ovvero se diventa il centro ed il metro del proprio discorso politico. Questo tipo di approccio alla crisi ecosistemica, oltre a non appassionare i più e lasciare spesso insensibile chi non ha una mentalità tecnica e le competenze minime che la consentono, è una strada sulla quale ci si pone sul terreno dell’avversario, sul quale si può solo perdere: al massimo ottenere palliativi che servono solo a ritardare le conseguenze inevitabili di un sistema industrial-consumista-finanziario comunque non sostenibile. Si accetta che una strada diversa si potrà prendere solo se e quando si sarà trovata una via accettabile e credibile nel quadro del sistema economico e complessivo esistente. Su questa strada si arriva a scappatoie menzognere come i carbon credits, la green economy, lo sviluppo sostenibile; si arriva alle valutazioni in termini monetari del valore dei cosiddetti “servizi ecosistemici” che la Natura produrrebbe per noi. Si può credere, anche in buona fede, che tali palliativi aiutino a far comprendere le istanze ambientaliste anche a chi vuole andare avanti business as usual e sa leggere le cose solo in termini di business plan costi-benefici. Ma di fatto, come la realtà dimostra con i periodici summit sul clima che non portano mai a decisioni per cambiamenti concreti proporzionati a quanto servirebbe, per quanti dati si portino, questo non funziona. Se bisogna attendere che ci siano le prove scientificamente inconfutabili che questo Sistema non ci lascerà un futuro, queste ci saranno solo quando le possibilità perché un futuro ancora ci sia saranno già esaurite; se dovessimo attendere che per ogni problema sia stata trovata una soluzione tecnica/tecnologica tale che permetta anche a chi dovrebbe implementarla e distribuirla di farci abbastanza soldi perché gliene valga la pena, ciò non avverrà o avverrà troppo tardi; ma aggiungo pure che finché accetteremo l’assunto per cui, nel cercare vie d’uscita dalla crisi complessiva in cui siamo, non possiamo anche recuperare, rivalutare, anche reinterpretandoli ed aggiornandoli, elementi culturali propri delle tradizioni premoderne, perché questo porterebbe inevitabilmente ad oscurantismo ed oppressione, non riusciremo mai ad uscire dalla narrazione che ci costringe a ripetere gli stessi errori che ci hanno portato qui.

Il discorso ecologista che resta solo tecnico-scientifico e con ciò rispetta come non questionabili gli assunti fondamentali del Progressismo, non può far altro che rincorrere le conseguenze di quest’ultimo sulla strada che esso segna e decide, e finisce per essere un elemento a favore della sua ulteriore durata e maggior salute: l’utile pennellata di verde che lo aiuta a proseguire sostanzialmente indisturbato. Non si può vincere un nemico così potente e ben radicato accettando il suo terreno, le sue regole, la sua narrazione come proprio campo di battaglia.

Bisogna prendere di petto la radice del problema, che è il Progressismo stesso: non solo il mito dello Sviluppo, ma anche quello del Progresso. Il tempo non è “la Storia”: noi umani non abbiamo alcuna “missione storica”, né siamo sulla Terra per raggiungere uno scopo e la Terra con tutte le sue forme di vita non è qui per servirci e permetterci di raggiungerlo. L’ecologismo può essere veramente una visione né di Destra né di Sinistra se si fonda – fondamentalmente – su basi che potremmo forse chiamare “spirituali” (non trovando ora un termine migliore); non tecniche o scientifiche.

Ciò non vuol dire affatto che questi altri aspetti possano essere trascurati. Al contrario, sul piano pratico delle proposte concrete, devono avere un ruolo perfino centrale, così come sono del tutto d’accordo che tanto debba essere resa ecologica l’economia quanto economica l’ecologia; non c’è dubbio su questo.

Però, sebbene nello svolgersi corrente del far politica le basi teoriche dovrebbero emergere esplicitamente forse solo di rado, perché altrimenti impedirebbero il dialogo che invece è auspicabile che fosse il metodo costante nel confrontarsi con gli altri, fa una enorme, decisiva differenza se queste basi ci sono o meno e quali siano.

Cosa significa un ecologismo su basi spirituali? Per me – nell’ambito di questo articolo, almeno – significa dissociarsi radicalmente dall’antropocentrismo progressista: significa dire che, ora che è passato tempo a sufficienza dalla fine dell’Ancien Régime, come anche dai totalitarismi novecenteschi, dai tempi della famiglia patriarcale e del potere temporale della Chiesa (tutte cose del cui tramonto credo possiamo senz’altro rallegrarci, ovviamente) è però anche ora di finirla con questa narrazione continua mediatica che ci presenta la nostra epoca come se ancora il problema fosse quello di liberarci da queste ed altre, simili o da esse derivate, forme di autoritarismo, che invece di fatto non esistono più, almeno qui da noi, o solo in misura residuale. Certo, non perché non esistano più il potere e la coercizione, ma si danno in forme molto diverse, più sottili, subliminali e dissimulate. Si usa la retorica liberatoria stile anni ‘70 per una narrazione fatta di lotte per diritti e libertà contro nemici che non esistono più, ottenendo però in tal modo un conformismo che non riusciva ad essere così forte nemmeno quando quelle forme di potere esistevano davvero. Si assiste – allibiti, per quanto mi riguarda – ad un artificiale “spirito dell’epoca” nel quale molti giovani si sentono accomunati da una “lotta”, perlopiù del tutto virtuale e rappresentata sui media, contro il totalitarismo, il patriarcato, il bigottismo religioso ecc… quando in realtà non hanno mai davvero conosciuto queste cose, che già erano in gran parte tramontate prima che essi nascessero. Non mi pare ci si renda abbastanza conto di quanto – nel contesto attuale, che non è quello di decenni fa – queste narrazioni funzionino come armi di distrazione di massa utili a regalare un facile senso di ribellismo a buon mercato mentre oscurano le questioni vere del nostro tempo delle quali troppa poca gente prende coscienza e sulle quali meno ancora si attiva.

Discorso analogo va fatto per la centralità che i media mainstream e le forze progressiste danno a tutta la questione dei cosiddetti “diritti”, espressione con la quale ci si riferisce in genere a quelli della comunità Lgbtq+, che sembrano oggi essere diventati il primo dei nostri problemi. Anche per chi di tale comunità non ha mai fatto parte: è una questione di principio, anzi, di bandiera.

È innegabile che ad essa infatti venga assegnata una centralità sproporzionata di fronte all’attenzione pubblica, tale che un pochino dovrebbe insospettire: qual’è la posta in gioco dietro e dentro questo tema, ed è qualcosa che dovrebbe interessare o no una visione politica seriamente ecologista?

Come dicevo, è difficile credere che qualcuno sia davvero “né di destra né di sinistra” quando non ha mai nessuna posizione veramente incompatibile con una delle due parti. E quella dei diritti Lgbt è una questione che fa subito rientrare nei ranghi, in genere, chi proviene da uno dei due schieramenti, anche qualora tenderebbe per altri versi a non più identificarvisi.

Come dimostra, ad esempio, il dibattito che si è sviluppato sull’articolo riguardante le definizioni (art.1, lett. d) nel DDL Zan – sul quale dissentono perfino figure da sempre a favore dei diritti degli omosessuali, come i Radicali e giuristi ad essi vicini – il passaggio culturale in ballo va ben oltre la tutela degli individui che vogliono vivere la propria sessualità in modo non (o non solo) eterosessuale: si tratta di riconoscere per legge l’“identità di genere” come qualcosa che dipende dall’autopercezione (che può anche cambiare nel tempo) di ogni individuo e come tale va accettata e rispettata dagli altri, per legge.

C’è chiaramente un importante passaggio ulteriore rispetto al rispetto delle scelte/orientamenti personali: la questione (almeno quanto a questo articolo del ddl) è tutta ideologica, come dicono giustamente, tra gli altri, Salvini e la Meloni (per i quali, ci tengo a dire per chiarezza, non ho alcuna simpatia politica in termini generali). Ma la legge Zan è solo un esempio tra i molti possibili. Si tratta in realtà di una tendenza che si sta facendo strada in vari ambiti.

Così capita sempre più spesso, tra l’altro, che nelle conferenze online, anche accademiche, ogni partecipante indichi, oltre al proprio nome e cognome, anche il pronome, maschile o femminile, con cui vuole che gli altri partecipanti si rivolgano/riferiscano a lui/lei, a prescindere dal proprio sesso biologico.

Qual’è veramente la questione, dunque, e perché riguarda un coerente pensiero ecologista?

Quando ero giovane, negli anni 70-80, c’era tra i miei conoscenti anche qualche omosessuale e ricordo che ciò che trovavano ingiusto era essere trattati a volte male e non venir riconosciuti come persone che potevano essere buone o cattive, capaci o meno, come le altre. Ma volevano esser riconosciuti anche nella loro specificità, come diversa da quella delle persone etero. Non c’era, che io ricordi, questa pressione né questa esigenza per essere considerati “normali”, di esserlo perfino a norma di legge e di imporre ciò a tutti come una verità che non può essere messa in dubbio e con tanto di giornata nazionale dedicata da celebrare nelle scuole. Semmai, al contrario, c’era la rivendicazione di essere diversi (da ciò deriva, credo, il concetto di “Pride” che dà il nome alla famosa parata gay), non quella di essere “normali”.

C’erano e ci sono tuttora episodi di discriminazione ed anche di violenza verso gli omosessuali e può essere utile una legge che consideri questa motivazione come un’aggravante specifica: su questo sono d’accordo anche sia i partiti di destra che la Chiesa cattolica, ormai. Però il tema evidentemente non è veramente questo, altrimenti non si sarebbe arrivati a mettere a rischio del tutto l’approvazione di una tale legge di tutela dei diritti se non fosse passato anche il punto che definisce una volta per tutte che la cosiddetta identità di genere è una cosa del tutto lasciata alla libera “autopercezione” individuale.

La questione in gioco – già da tempo ormai esplicita, del resto, nel dibattito pubblico – è sancire come verità indiscutibile che non esiste un ordine naturale: che non esiste qualcosa come “la Natura” (scusate, ma insisto a scriverla con la maiuscola), che tutto, ma proprio tutto, è soggetto alle opinioni, le mode culturali, le voglie personali… e non solo nel senso che ognuno, finché non fa male a nessuno, è libero di far ciò che preferisce (il che credo sia un principio in sé sempre difendibile), ma proprio ontologicamente: non si sta sancendo il principio che ciò che qualcuno potrebbe considerare l’“ordine naturale” non può essere imposto alle persone. No: l’obiettivo è esplicitamente quello di affermare che un ordine naturale e perfino qualcosa come “la Natura” non esistono tout-court.

Non è affatto automatico che se si riconosce l’esistenza di un ordine naturale allora comportamenti in linea con esso vadano imposti ai singoli individui reprimendo gli altri. Questa, semmai, potrebbe essere la conseguenza che tipicamente ne trarrebbe una cultura universalista come quella occidentale che, stabilito un principio, si sente in dovere di applicarlo e renderlo egemone ovunque, non contemplando lo specifico ed il particolare. La cultura occidentale è sempre passata, lungo la sua storia, soprattutto quella moderna, da un estremo ideologico all’altro, facendo ogni volta grandi disastri e senza mai comprendere che il giusto e lo sbagliato sono soprattutto una questione di misura all’interno di un dato contesto e non la corrispondenza a modelli ideali astrattamente slegati da tutto. Abbiamo evidentemente così paura di noi stessi da dover sancire per legge principi artificiosi pensando di prevenire in questo modo gli errori del passato. In entrambi i casi non si fa che andare fuori misura, con le inevitabili conseguenze e reazioni successive.

Ma, nel passaggio culturale che in questo periodo stiamo attraversando, la portata del sancire che non esiste un ordine naturale indipendente dalle nostre opinioni – e che qualsiasi idea che ne riconosca uno è pericolosa e potenzialmente totalitaria – va molto al di là della questione Lgbt: è veramente il passaggio con cui gli umani (nei fatti, quelli che possono permetterselo avendo i necessari mezzi finanziari e tecnologici) si arrogano definitivamente il diritto di manipolare il pianeta e la vita secondo i propri desideri ed interessi. Se l’industrializzazione ed il capitalismo come li abbiamo finora conosciuti ci hanno portato fin qui – pur dovendo convivere con ciò che ancora resiste delle credenze religiose del passato – cosa potranno fare una volta liberi da qualsiasi idea di un fondamento per la vita su questa Terra che – comunque lo vogliamo chiamare o immaginare – esiste prima e a prescindere da noi umani ed esisterà anche dopo; del quale noi stessi siamo parte e che non è soggetto per principio alle nostre mode culturali e preferenze?

Attenzione, perché qui sta il passaggio chiave per il futuro che ci attende: una cosa è come intendiamo una realtà fondamentale che ci precede, ci oltrepassa, ci comprende, della quale siamo parte e dalla quale dipendiamo, per cui (oltre un certo limite) non possiamo che cercare di conoscerla e rispettarla; una cosa è quali sono le conseguenze pratiche, politiche, normative che da tale riconoscimento vogliamo trarre… e su questo c’è tutto lo spazio di discussione che si vuole. Ma altro è se affermiamo come principio fondante di una cultura che non esiste alcun fondamento. Alcun fondamento che sia legato intrinsecamente alla Natura o con una dimensione che va al di là di noi individui umani. Se non c’è alcun fondamento che non sia meramente culturale, in definitiva, non c’è altro metro che l’opinione e il desiderio del momento (personale o storico) che presto entrano necessariamente in conflitto con quelli degli altri e con il mondo che ci circonda. Il risultato di una tale visione lo vediamo: siamo diventati una specie incompatibile con la salute ecosistemica del pianeta.

Non credo ci sia da aspettarsi nulla di buono dal proseguire accentuando ancor di più questa direzione.

Da un punto di vista ecologista non bisognerebbe farsi incantare dallo spauracchio del totalitarismo sempre dietro l’angolo, perché per contrastare una tale eventualità non c’è bisogno di far passare ideologismi che nulla hanno a che fare con ciò: il fascismo è stato adeguatamente combattuto anche da persone con forti convinzioni religiose, quindi l’equazione che si fa oggi tra chi ancora distingue tra secondo-Natura e contro-Natura ed i totalitarismi è del tutto pretestuosa. Altro è difendere una visione delle cose, anche con fermezza ed intransigenza, ed altro volerla imporre agli altri.

Ma punto che si pone qui è diverso e ci riporta alla necessità di un’accezione in primo luogo “spirituale” dell’ecologismo: come che la vogliamo concepire l’ecologismo ha bisogno di una realtà fondamentale a cui riferirsi; deve riconoscere un ordine sottostante e superiore a noi (quantomeno nel senso che non potremmo vivere senza di esso e della realtà più vasta cui dà forma) e rispetto al quale la nostra presenza su questo pianeta deve essere compatibile; limiti sistemici entro i quali necessariamente dobbiamo rimanere; ed il rispetto delle forme ed i ritmi che la Vita si è data nel corso di milioni di anni, che rendono possibile la coesistenza di tutti gli esseri e che, se sono nel modo in cui sono e non in un altro qualsiasi, questo è il risultato di un lungo percorso i cui frutti non possono essere immaginati come casuali, nel senso di indifferentemente sostituibili con degli altri, anche senza bisogno di credere a precostituiti “disegni intelligenti” di sorta.

Ripeto: altro è riconoscere una realtà ed un ordine di fondo ed altro definire cosa questo sia, quale la sua origine (la sua “sostanza”?) e cosa ancor più diversa è trarre da questo riconoscimento un ordine politico-legislativo da imporre alla società ed alle relazioni umane. Tra una cosa, l’altra e l’altra ancora ci sono salti importanti da un piano di realtà ad un altro e sarebbe pericoloso, questo sì, pensare di poterli ignorare.

Fermiamoci per ora al riconoscimento che un ordine naturale esiste… vedremo poi quali conseguenze trarne sul piano pratico. Ma il punto credo sia ora capire che un ecologismo autentico non esiste senza un tale riconoscimento di fondo. E questo cambia parecchie cose: in primo luogo colloca l’Ecologismo intrinsecamente fuori dall’ambito della Sinistra ed anche del Progressismo. Oggi è il momento in cui questa scelta di campo deve essere chiara, perché l’esito naturale del pensiero progressista – che è antropocentrico per essenza – è precisamente la società che vediamo ed ancor più quella (forse anche peggiore) che sta prendendo forma sotto i nostri occhi. Il Progressismo sta alla cultura ed al vivere umano e sociale precisamente come la Crescita infinita sta all’economia: entrambi non prevedono limiti, anzi li negano per principio, ed entrambi non riconoscono altro che il soggetto che li attua (ed attenzione che, contrariamente alla loro narrazione pubblica, questo non è l’essere umano non meglio specificato, ma, a conti fatti, solo quella minoranza privilegiata di esseri umani che se lo possono permettere – mentre saranno spesso altri a pagare per primi le conseguenze delle loro scelte).

Sulla strada della negazione di un ordine naturale – aperta strumentalmente, in questa fase preliminare, dal cavallo di Troia dei diritti Lgbt ecc… (la cui tutela, ripeto, nessuno vuol negare) – si spalanca la via per molte altre cose che, apparentemente, sembrano riguardare tutt’altri temi: gli ogm (vecchi e nuovi); lo sviluppo e le applicazioni dell’intelligenza artificiale in ogni ambito; possibili sviluppi nel senso del transumanesimo con ibridi umano-animale ed umano-macchina; clonazione di esseri umani; programmazione/progettazione di esseri umani e neonati; colture di organi da trapianto; forme di contrasto al cambiamento climatico ancor più impattanti sugli equilibri ecosistemici dei fattori che l’hanno provocato; diffusione di microorganismi invasivi ingegnerizzati per rimediare a disastri ecologici…

Se accettiamo che non c’è limite, se non poniamo la questione che un limite va posto e riconosciuto prima di averlo superato e di aver dimostrato con evidenze scientifiche oggettive che non andava superato, quindi che va posto a prescindere, non c’è senso a che si pongano delle istanze politiche ecologiste: sarà solo questione di tempo (ed anche poco). Su questa strada, come già detto, non si farebbe che rincorrere l’avversario sul suo terreno e con le sue regole, accompagnandolo fino a quando sarà troppo tardi.

E dev’esser chiara una cosa: a prescindere significa che il limite va posto non su basi scientifiche, ma di principio, un principio intuitivo, che non ha bisogno di dimostrazione: con quello spirito – pur aggiornato ai tempi ed al contesto – con cui le tribù tradizionali riconoscevano i tabù. Uno spirito di rispetto verso qualcosa di più grande di noi, anche prima e senza di averlo completamente capito (e con la consapevolezza di non poterlo controllare).

Credo di aver detto più che abbastanza per argomentare il fatto che, come la vedo io, l’Ecologismo è una cosa molto diversa e lontana dal Progressismo. Ma c’è un punto su cui vale la pena aggiungere qualcosa: è una cosa altrettanto lontana dallo Scientismo. Ed anche su questo andrebbe fatta una discussione, specialmente in questo periodo caratterizzato, sì dal Covid ma, anche dal modo in cui la pandemia è stata affrontata (e utilizzata). Anche qui direi che si possa riscontrare il meccanismo del “cavallo di Troia”: si usa una cosa reale per far passare come un dogma indiscutibile qualcosa che non va affatto da sé come conseguenza di essa, mentre al contempo si fa passare come potenzialmente pericoloso e tendenzialmente totalitario chiunque avanzi dei dubbi o indichi possibilità alternative di risposta alla situazione. Non è questo un atteggiamento genuinamente scientifico, eppure è in nome di una Scienza strumentalmente intesa che si sta azzittendo ogni voce dissenziente. Ciò si estende in numerosi ambiti, dalla medicina all’agricoltura ed oltre. Ed è facile intravedere, dietro ai vari casi in cui questa tendenza è riscontrabile, ragioni di cospicui interessi economici, speculazioni finanziarie, manovre di potere.

Ma ciò che in prospettiva più è pericoloso – e che da un punto di vista ecologista andrebbe in primo luogo contrastato e denunciato – è il fatto che questo Scientismo si sta prendendo di fatto un ruolo analogo a quello che una volta era proprio delle religioni istituzionalizzate: dispensatrici di verità e di promesse di sicurezza, con la loro casta di sacerdoti, quelli che oggi sono gli “esperti” e gli “scienziati” (nascondendo sotto il tappeto le molteplici differenze e disaccordi che ci sono normalmente tra essi su moltissime questioni).

In assenza del riconoscimento di ciò che non è misurabile, la pretesa di descrivere e comprendere la realtà solo attraverso ciò che lo è non può che essere imposta. Perché è falsa.

Lo Scientismo si pone come sostituto della religione istituzionale quando la scienza viene assunta dai media come fonte di conoscenze certe ed assolute o che come tali sono destinate ad essere recepite a livello popolare, ma ha soprattutto la funzione di screditare le alternative (di ogni genere) a ciò che corrisponde alle direttive del potere presentandole sia come non credibili che come pericolose ed oscurantiste, mentre invece è proprio lo Scientismo ad impedire il dibattito ed il confronto di idee e saperi diversi (come sarebbe invece se si agisse coerentemente con l’autentico atteggiamento scientifico).

Anche qui, quindi, non si tratta certamente di misconoscere gli enormi vantaggi del metodo scientifico di ricerca e di conoscenza ed i suoi risultati, bensì di tenere gli occhi aperti e denunciare il fatto che lo Scientismo, che si prende ogni giorno più spazio nella vulgata mediatica, è contrario al vero spirito scientifico. Ed anche, d’altra parte, che non possiamo accettare il principio secondo cui solo ciò che è misurabile esiste e può essere vero. Altrimenti, ancora una volta, non faremo che rincorrere il nemico sul suo terreno e con le sue regole: se voglio preservare il mondo come lo conosco, con la sua bellezza, i suoi paesaggi, la coesistenza (sì, individualmente anche cruenta, ma complessivamente) armonica delle varie specie viventi, perché mi sento bene nella Natura o davanti ad una montagna o ad un tramonto su un mare pulito (e non mi serve nemmeno di saperne il perché), non mi interessa che qualcuno mi dica che avrei lo stesso apporto di vitamine, proteine, gli stessi valori rilevabili delle funzioni vitali ecc… ed è dimostrato neurologicamente che gli svaghi tecnologicamente supportati che potrei avere sarebbero altrettanto appaganti se vivessi su una base spaziale. È un esempio banale, ma è per dire che le motivazioni che ci muovono e ci fanno fare le nostre scelte, anche le più importanti, in fondo, spesso non sono basate su argomenti dimostrabili, anche perché non per tutto abbiamo bisogno di dimostrazioni. E non ci occorre avere dati alla mano per sapere che viviamo meglio quando viviamo meglio. Ciò che ci serve è capire che è una cosa possibile e trovare il modo per realizzarla. Punto.

Altrimenti, ripeto, siamo già caduti nel labirinto dell’avversario.

Dobbiamo avere pure una certa fermezza nel fidarci di ciò che già sappiamo.

Altra cosa – che è complementare e non contraddittoria con questa fermezza – è l’atteggiamento da tenere sul piano pratico del far politica, sul quale credo sia necessario evitare il più possibile le contrapposizioni ideologiche, ma saper trovare convergenze con chiunque lealmente disponibile, di singolo tema in singolo tema, perché la politica (in democrazia) è questo, salvo, ovviamente, dissociarsi in modo chiaro e coerente da ciò che effettivamente non è accettabile.

Bisogna saper viaggiare fondamentalmente da soli, però, e col coraggio delle proprie idee.

Possiamo sperare che ci siano molte persone che non voterebbero mai a destra (questo sì a prescindere), che sarebbero favorevoli a politiche di sostenibilità e misure economiche molto più egualitarie e solidaristiche di quelle che hanno visto finora, ma che culturalmente non accettano il progressismo intellettualista della Sinistra, ed al contempo non hanno mai visto l’Ecologismo come una proposta alternativa a tutto tondo perché questo finora, prigioniero o psicologicamente suddito di una storia “di sinistra”, non gli si è mai presentato in questi termini, ovvero con una tale coraggiosa ed autonoma dignità politica.

Bisogna discutere, confrontarsi, ma saper prendere una posizione chiara e coraggiosa anche sulle questioni veramente di fondo.

Si vedrà allora se, sulle varie altre sponde, c’è chi è pronto a raccogliere il messaggio nella bottiglia.

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