Una riflessione sulla CoP29, conferenza annuale mondiale sul clima dell’Onu, che si è tenuta a Baku in Azerbaigian dall’11 al 24 novembre.

Gravità

La gravità della crisi climatica, provocata dall’instostenibile modello di sviluppo e consumo è sotto gli occhi di tutti. Sempre più nefaste sono le conseguenze che si ripercuotono sull’intero pianeta, in peso e misura diseguale in termini di violenze su tutti esseri viventi. Rimane incomprensibile come alle catastrofi climatiche, alle carestie, alle conseguenti migrazioni, alle guerre per il controllo e l’accaparramento delle risorse, di fronte allo sfracelo dell’intera umanità, l’unica risposta che si prova a dare nei consessi mondiali, da trentanni ad oggi nella sostanza è quella di metterci una pezza, un tampone provvisorio ed illusorio che serve tuttalpiù ad allungare l’agonia di una estinsione certa annunciata.
Se la realtà non fosse così tragica tutto si potrebbe riassumere come una delle solite barzellette che vedevano come soggetti i furbastri di turno in competizione ” cera una volta un italiano un americano e un indiano” la solita barzelletta che non fa ridere più.
La stoltezza e la cecità umana da trentanni trova spazio e voce nelle conferenze per il clima organizzate dall’ONU. Proviamo ad argomentare questa tragica affermazione analizzando
con rigore logico scientifico i risultati dell’ultima conferenza annuale mondiale sul clima dell’Onu, la Cop29, che si è tenuta a Baku in Azerbaigian dall’11 al 24 novembre, se i minimi presunti progressi rispetto alle aspettative siano comunque da ritenere positivi o se si è trattato di un plateale fallimento come noi e molti sostengono.

196 i paesi rappresentati alla Cop29

Le nazioni rappresentate alla Cop29, riunitesi per tredici intense giornate di negoziati caratterizzate da conferenze,dibattiti serrati, con numerosi momenti di tensione, hanno concluso un accordo con l’ennesimo compromesso al ribasso e cosi come negli anni passati e nelle altre 28 Cop, mai veramente efficaci. I risultati ottenuti a Baku altresi dimostrano e confermano, ancora una volta,la fallimentare politica dei paesi più ricchi dopo anni di lotta al cambiamento climatico.

Le lobbyes

I lobbysti delle imprese fossili di carbone, petrolio e gas presenti a Baku alla Cop29 sono stati 1.773 Un numero altissimo, considerando che i rappresentanti delle 10 nazioni più vulnerabili alla crisi climatica sono stai appena 1.033. La loro massiccia presenza è stata un vero e proprio scandalo a cui bisognerebbe porre fine, liberando ogni consesso internazionale dalla presenza dei negozionisti della crisi climatica, degli sfruttatori inquinatori e accaparratori bulimici delle risorse, cosi come da anni chiedono invano le ong e i veri ecologisti . Il peso dell’oil&gas ha prevalso più di qualunque Stato. In alcuni casi i lobbysti fanno parte delle delegazioni nazionali o rappresentano direttamente le imprese o le associazioni di categoria del fossile.Certo, ci sono anche i rapresentanti di altri settori che in ogni caso hanno impatti significativi sulla crisi climatica come l’agroalimentare e i trasporti. Presenze che, secondo le ong, hanno già inciso troppo e negativamente nei precedenti accordi sul clima delle Cop passate.
Presenti anche lobbysti italiani, in prima fila le multinazionali Eni, Italgas, Edison Snam e ovviamente la Confindustria. I loro obbiettivi sono essenzialmente approfittare delle Cop come un’occasione per fare affari e per promuovere le proprie false soluzioni alla crisi climatica.

Il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Alcuni analisti hanno affermato che la Cop29 di Baku non è stata un fallimento. E’ riuscita a triplicare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo per il cambiamento climatico, da 100 a 300 miliardi di dollari all’anno, anche se in modo molto graduale fino al 2035. A fronte di una richiesta dei paesi emergenti e in via di sviluppo del G77+Cina che, chiedevano 1300 miliardi di dollari all’anno di aiuti già dal 2025, soprattutto in contributi statali a fondo perduto, tuttavia i sudetti paesi a Baku non hanno votato contro, a loro avviso se pur insufficiente, il nuovo obiettivo di finanza climatica aumenta comunque gli aiuti. E’ opportuno ricordare che la conferenza di Copenaghen nel lontano 2009 aveva stabilito di finanziare la lotta al cambiamento climatico dei paesi in via di sviluppo con 100 miliardi di dollari all’anno, e soltato il 2022, l’obiettivo è stato raggiunto, ci son voluti ben 13 anni. Non osiamo immagginare quanti anni passeranno per rispettare il nuovo impegno, e se mai verrà rispettato.

Il mercato del carbonio

La risoluzione finale approvata ha istituito un mercato internazionale delle emissioni di carbonio fra gli stati, che permetterà grandi investimenti in riforestazione nei paesi più poveri. La Cop29 ha istituito il “mercato internazionale del carbonio” previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi e mai realizzato dal 2015. In pratica, grazie a un meccanismo gestito dalla Convenzione dell’Onu per il cambiamento climatico, la Unfccc United Nations Framework Convention on Climate Change, i paesi potranno investire in grandi progetti di riforestazione all’estero. La Co2 che verrà assorbita da queste nuove foreste in un altro paese, sarà considerata come un taglio delle proprie emissioni nazionali. Con questo sistema, i paesi in via di sviluppo riceveranno cospicui investimenti in riforestazione, e quelli sviluppati potranno raggiungere più facilmente i loro impegni di decarbonizzazione.
In altre parole, noi continuiamo a depredare dilapidare le vostre risorse, ad esportare le scorie inquinanti nei vostri territori ma ci impegniamo a darvi l’elemosina e quattro alberelli da piantare.
Sempre gli ottimisti affermano che, se è pur vero che la Cop29 non ha fatto progressi sul taglio delle emissioni di gas serra, la cosiddetta “mitigazione” del cambiamento climatico, non sono stati fatti passi indietro rispetto agli obiettivi fissati l’anno scorso alla Cop28 di Dubai: triplicare le fonti rinnovabili al 2030, raddoppiare l’efficienza energetica per la stessa data, uscire gradualmente dalle fonti fossili (anche se senza scadenze precise). Su questi impegni non è stata fatta nessuna marcia indietro.
Magra e squallida consolazione.
L’Arabia Saudita e gli altri paesi petroliferi hanno bloccato ogni tentativo di imporre qualsiasi taglio alle fonti fossili. con il risultato di rallentare o bloccare la decarbonizzazione. Allo stesso modo, dai documenti finali sono spariti impegni più stringenti sui diritti umani e sui diritti delle donne. Per chiudere l’accordo sulla finanza climatica a una cifra accettabile, Ue e Stati Uniti hanno dovuto accantonare anche questi temi.

Cosa potra accadere?

E’ bene ricordare che il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiarato negazionista, da sempre è stato contrario alla transizione ecologica ed è pronto a disimpegnare gli Usa dall’accordo di Parigi. il cosidetto occidente o meglio l’Europa è concentrata a produrre o ad acquistare più armi in risposta alle guerre alle minacce rappresentate dalla crisi in medio oriente
(Palestina, Libano, Israele Siria e Iran) e quella in Ucraina iniziata quasi tre anni fa con l’invasione della Russia. la sensibilità e l’attenzione alle problematiche ambientali ed ecologiche sembrano non essere prioritarie. I paesi poveri e quelli emergenti oltre a sacrosanti diritti, rivendicano sviluppo che, se preso a modello quello finora subito ed imperante nel mondo non potranno che aggravare inesorabilmente le sorti già pessime a dir poco dell’intero pianeta.
L’Africa produce appena il 3,2 per cento delle emissioni di gas serra globali ed è colpita in modo sproporzionato dalla crisi climatica, in media, i paesi africani perdono tra il 2 e il 5 per cento del pil a causa dei cambiamenti climatici e molti devono usare il 9 per cento del loro budget per contrastarli. Nel continente, ma cosi anche in Europa, le temperature salgono più rapidamente che altrove e le siccità pluriennali sono sempre più frequenti, così come le alluvioni devastanti.
I dati sconfortanti su le emissioni nel 2024 dei gas climalteranti in costante aumento, a distanza di 9 anni dagli accordi di Parigi, se ce ne fosse ancora bisogno, dimostrano il tradimento dei popoli del pianeta, compiuto dagli stati ricchi che sottraggono alle loro responsabilità. Oggi l’azione climatica è inquadrata in una logica di mercato più che di solidarietà globale. Ancora una volta, gli interessi di singoli paesi hanno prevalso su quello generale di conservare un pianeta ancora vivibile per tutti i suoi abitanti.
Su tutto domina il sistema produttivo industriale che si collega al PIL, non importa cio che si produce e come si produce, tutto viene ridotto a merce, e se il PIL cresce è inevitabile che le emissioni crescono. Questa è la legge che regna a livello globale e questo ci dicono i dati di oltre un secolo.
La Maledizione è stata e continua ad essere quella di aver scambiato il benessere con il possesso dei beni. Non si intravedono segnali forti e contrastanti del cambiamento necessario e non più procastinabile. Conoscere a fondo la realtà, l’intreccio indissolubile che lega l’economia, la tecnologia, la politica, può servire al cambio dei paradigmi necessari affinche si inverta il processo involutivo disumano in atto. Non bastano comunque le parole, o ritualità vuote, ben che mai consessi mondiali dimostratisi inefficaci ed anzi controproducenti.
Ancora lontano appare il momento del superamento dell’ordine globale fondato sugli stati per costruire un modello di governance diverso, su scala “planetaria”, alla cui base non ci sia solo l’essere umano, ma tutte le relazioni dei viventi (e non) che abitano la Terra. Con più vigore e impegno occorre abbandonare ogni forma di antropocentrismo, essere visionari oltre il limite della fragile ragione umana, tendere ad una spiritualità cosmica, ad un sentire comune dell’eco-appartenenza, coltivare con rinnovata speransa e sapiensa l’equità, la solidarietà, la sostenibilità intesa come riequilibrio della capacità rigenerativa della natura.
L’analisi severa e la critica leggittima sono poca cosa se non si tramutano in idee, azioni e proposte politiche condivise, praticabili e alternative . Questo è il senso e il valore del percorso politico che con grande umiltà è stato intrapreso dal movimento politico culturale “Sostenibilità Equità solidarietà ” Spetta a tutti il dovere dell’impegno, se abbiamo veramente a cuore il bene comune.

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