Una rivoluzionaria forestazione urbana

E’ triste constatare la “mattanza di alberi maturi” che sta avvenendo in tutti i nostri centri urbani. Un “albericidio” senza freni la cui dimensione, in numero di piante abbattute e di servizi ecosistemici perduti, sta assumendo proporzioni fuori controllo: una follia ecologica, figlia di un antropocentrismo ignorante. Si assiste impotenti ad una sorta di accanimento terapeutico sui vecchi alberi, diventati parte della comunità urbanizzata e della sua storia. Lo scempio che si sta compiendo avviene mentre sono mutate in peggio le condizioni della vivibilità nelle nostre città e avremmo maggior bisogno dell’aiuto degli alberi e del suolo naturale. Alberi e suolo naturale, un binomio inscindibile, sia per il nostro benessere fisico e spirituale, sia per il bisogno di paesaggio, sia per la necessità di declinare scientificamente ed in modo ecologicamente integrato e non schizofrenico, il bisogno di sicurezza per il rischio di alluvioni e allagamenti e di salute per la qualità dell’aria e per la protezione dalle ondate di calore. Per salvare dalla capitolazione il patrimonio arboreo maturo, che nei nostri centri urbani si sta velocemente riducendo, è necessario adottare una “strategia di lotta ambientalista” organizzata politicamente sugli obiettivi comuni presenti nelle singole e frammentate battaglie a difesa degli alberi e del suolo naturale. È necessario dare voce politica e visibilità mediatica agli obiettivi comuni dando forma alla rappresentatività politica della rete ecologista che si sta formando in tutto il paese a difesa degli alberi e dello spazio necessario per una “rivoluzionaria forestazione urbana”. Sono tre i filoni che possono saldare l’associazionismo ecologista di base ad un auspicabile livello di rappresentanza e di sintesi politica degli obiettivi comuni e validi in ogni angolo del bel paese.

Il primo filone: battersi per uno “stop immediato di nuovo consumo di suolo naturale”. Da un lato, proponendo e facendo approvare urgentemente una “legge nazionale che vieta nuovo consumo di suolo naturale” e che obblighi la politica e l’economia ad utilizzare e razionalizzare infrastrutture di asfalto esistenti e i manufatti civili e industriali che insistono sulle superfici già cementificate. Dall’altro, promuovendo una raccolta di firme per abrogare leggi regionali ossimoro sul contenimento del consumo di suolo, come quella, ad esempio, della regione Veneto che dal 2017 sta facendo consumare più suolo del periodo precedente alla sua entrata in vigore. 

Il secondo filone: capovolgere la narrazione sui rischi della caduta degli alberi lungo le strade, nelle piazze, lungo i marciapiedi dei nostri centri urbani. 

Bisogna investire nella divulgazione scientifica e naturalistica per aumentare il livello di consenso popolare sulla necessità di una tutela integrale degli alberi nell’arco della loro intera vita vegetativa. C’è bisogno di una potente “contro-narrazione comunicativa”, accompagnata da un linguaggio che favorisca la corretta percezione del rischio di una loro caduta e basata sull’oggettività dei cambiamenti climatici e dei “necessari servizi ecosistemici” del “suolo naturale” e degli “alberi”.

Il terrorismo psicologico che accompagna la narrazione ufficiale sulla necessità del loro abbattimento va contrastato con un lavoro politico e culturale fondato sulle conoscenze più recenti (agronomiche, botaniche, geologiche, urbanistiche, della climatologia e dell’arboricoltura), documentando scientificamente le condizioni meccaniche e antropiche che possono provocare patologie e indebolimento delle piante.

Ed infine, il terzo filone: cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi. La normativa in vigore è inefficace su più fronti: sulla cogenza delle norme, sulle responsabilità civili e penali di chi danneggia, fa ammalare, abbatte e fa abbattere gli alberi, sulla trasparenza delle operazioni di taglio (mettendo online gli atti che sentenziano l’ineluttabilità dell’intervento delle motoseghe e accogliendo perizie indipendenti dal comune committente), sulle tecniche di accertamento della loro salute (affiancando la tomografia tri-dimensionale alla Visual Tree Assessment) e, soprattutto, sui controlli del Corpo Forestale (da ripristinare al più presto) durante l’intera vita degli alberi.

Il mondo ecologista dovrebbe assumere una “strategia di “lotta ambientalista” secondo una visione olistica imperniata sui tre filoni proposti. I tre filoni proposti meritano di essere sviluppati, integrati e approfonditi con valutazioni scientifiche e politiche dettate dal precipitare delle condizioni climatiche e meteorologiche. Il rapporto positivo costi/benefici dell’arresto immediato del consumo di suolo e della conseguente rivoluzionaria forestazione urbana deve essere fatto proprio dai movimenti politici che si richiamano all’ambiente, dagli amministratori, dal mondo dell’economia e dai cittadini stessi, spesso vittime di una narrazione criminalizzante sulla presenza degli alberi vicino ai luoghi dove vivono le persone.

Abbiamo bisogno di posare uno “sguardo sovversivo” sul “tran tran amministrativo” che ignora i costi ambientali, sociali, identitari, economici e paesaggistici determinati della diminuzione del patrimonio arboreo. L’attuale normativa a protezione degli alberi e il livello di consapevolezza di tanta parte dell’opinione pubblica non stanno impedendo la continua mattanza degli alberi maturi che sta avvenendo sotto i nostri occhi.

2. Agire sul fronte della tutela legislativa degli alberi maturi

Ricapitoliamo i tre campi di intervento politico ed ecologista da portare avanti “congiuntamente fra loro” per realizzare efficacemente una “rivoluzionaria forestazione urbana”. :

  • Il primo filone: fermare con urgenza il consumo di suolo naturale.
  • Il secondo filone: dare vita ad una efficace “contro-narrazione comunicativa” rispetto ad una narrazione ufficiale dove gli alberi vengono percepiti solo come un rischio per la sicurezza e non come preziosi esseri viventi “salva-vita”, necessari come l’aria che respiriamo.
  • E il terzo filone: cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi.

In questa seconda parte del mio racconto mi soffermo sul terzo filone, ossia sulla necessità di agire sul fronte della tutela legislativa degli alberi maturi che sono le maggiori vittime delle mattanze in corso in tutti i centri urbani. Evidenziando le “affinità” e la “complementarietà di funzioni ecosistemiche” tra la “tutela della biodiversità” da un lato e la “tutela del suolo e degli alberi” dall’altro propongo un’auspicabile “analogia normativa”. L’obbligo di ripristinare la natura anche nei contesti urbani, previsto dalla Legge sul Ripristino della Natura NRL (Natural Restoration Law), si può realizzare attraverso lo stop al consumo di suolo naturale e lo stop alla compulsiva deforestazione urbana in atto. Il punto 19 della premessa alla Legge sul Ripristino della Natura (NRL) pone l’accento sulla necessità di “proteggere e potenziare gli assorbimenti di carbonio basati sulla natura, di migliorare la resilienza anche degli ecosistemi urbani ai cambiamenti climatici (allagamenti, alluvioni, innalzamento della temperatura e peggioramento della qualità dell’aria, ecc.) e di ripristinare i terreni degradati”. E cosa c’è di più degradato della massiccia cementificazione dei nostri centri abitati. Il punto 47 della premessa alla Legge sul Ripristino della Natura (NRL) compie un ulteriore importante passaggio: “gli ecosistemi urbani come gli altri ecosistemi oggetto del presente regolamento possono fornire servizi ecosistemici essenziali visto che gli ecosistemi urbani rappresentano circa il 22% della superficie terrestre dell’Unione ed è qui che vive la maggioranza dei cittadini europei”. Poi fa un’ulteriore e netta precisazione: “gli spazi verdi urbani comprendono strade alberate, prati e siepi urbane”. È a questo punto del ragionamento che pongo la questione della “auspicabile analogia normativa” tra la tutela della biodiversità da un lato e la tutela del suolo e degli alberi dall’altro. Infatti, se l’articolo 1 della legge n.157/1992 di recepimento della Direttiva 2009/147/CE stabilisce che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata (giustamente) nell’interesse della collettività nazionale e internazionale e il disturbo/danneggiamento/uccisione delle specie avifaunistiche in periodo di nidificazione può integrare eventuali estremi di reato, in particolare, ai sensi degli articoli 635 e 544 ter del codice penale, perché la mattanza degli alberi maturi che sta avvenendo nei centri urbani, spesso immotivata, senza trasparenza e senza la partecipazione delle comunità, non si configura come un danneggiamento (articolo 635 del Codice Penale) del patrimonio indisponibile dello Stato e non viene tutelata nell’interesse della collettività nazionale? Questa “visione” per una più severa tutela legislativa del suolo naturale e degli alberi deve far parte in modo organico e statutario dei programmi politici ed elettorali dei partiti o movimenti politici che si richiamano all’ambiente. Questa visione è corroborata dall’articolo 8 della NRL che anticipa al 31 dicembre 2030 (e non il 2050 il termine entro cui si deve fermare, rispetto al 2024, la contrazione della naturalità nei nostri centri urbani e prescrive in modo chiaro l’impegno degli Stati membri affinché “non si registri alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani, né di copertura della volta arborea” (le chiome degli alberi). A cui fa seguito l’impegno degli Stati membri contenuto nell’articolo 13 della NRL a “piantare almeno 3 miliardi di nuovi alberi entro il 2030 a livello dell’Unione”. Inutile ribadire che i nuovi alberi non sono da intendersi in sostituzione degli alberi maturi sani esistenti. I Piani Nazionali di Ripristino della Natura che di conseguenza ogni nazione deve presentare alla Commissione Europea entro il 1 settembre 2026 (articolo 16) devono prevedere il ripristino della naturalità negli ecosistemi urbani: più natura, più suolo naturale, più alberi. Non si può ridurre la transizione ecologica alla sola transizione energetica, come sostengono inopinatamente i vertici di certe associazioni ambientaliste, perché così facendo si elude la necessità di fare i conti con i 9 limiti biofisici del pianeta che stiamo già superando.

Abbiamo necessità di posare uno “sguardo sovversivo” sulle carenze e i limiti della tutela legislativa del suolo e degli alberi. Dobbiamo “sostanziare politicamente” la lotta ecologista a difesa degli alberi e del suolo naturale rimasto, unitamente alla necessità dello stop al consumo di suolo e di una efficace contronarrazione sulla presunta e criminalizzante pericolosità degli alberi.

Dobbiamo far diventare le rivendicazioni delle singole battaglie locali a difesa del suolo e degli alberi parte essenziale di un unificante programma politico nazionale in senso ecologista.

3. Una “efficace contro-narrazione”

In questa terza parte della mia ricerca di quali siano le condizioni per poter realizzare una rivoluzionaria forestazione urbana mi soffermo sulla necessità di una “efficace contro-narrazione” rispetto a spregiudicate operazioni mediatiche in modalità greenwashing. Mi riferisco a una vicenda urbanistica che mostra ancora una volta come siano necessari tre campi di intervento politico ed ecologista da portare avanti “congiuntamente fra loro” per realizzare efficacemente una “rivoluzionaria forestazione urbana”: lo stop a nuovo consumo di suolo, la ricerca di una efficace contro-narrazione sul ruolo essenziale degli alberi e del suolo naturale, la tutela legislativa rigorosa nella gestione degli alberi. I due meccanismi del greenwashing sono la decontestualizzazione spazio-temporale e l’omissione di alcune fasi del processo che stanno dietro l’accattivante annuncio green a reti mediatiche locali unificate. L’annuncio è del Comune di Treviso che comunica l’acquisizione da privati di un’area di 17000 mq (poco più di un ettaro e mezzo) per farne un Parco Urbano all’interno di una vasta area umida a nord del territorio comunale, un’area semi-urbanizzata ma che potrebbe diventare, se non ulteriormente frammentata, il Parco delle Risorgive del Botteniga. Nel caso in esame l’annuncio dell’acquisizione di quei 17000 mq non contiene gli estremi (dove e come) della “compensazione tramite crediti edilizi” che il privato può riscuotere (tradotto: da edificare) in altre aree del comune. Trascuratezza che lascia spazio a dubbi e perplessità sulla bontà dell’operazione, tanto che la lista “Coalizione civica per Treviso” fa giustamente osservare come incombano tre piani di lottizzazione nell’area a nord di Treviso, la stessa, per intenderci, del Bacino del Botteniga e la possibile “perdita di naturalità” di un tratto delle rive del Botteniga per la creazione di un parcheggio a seguito dell’apertura dell’ennesimo supermercato. A ciò si aggiunge la favola mediatica del “parco urbano”. Ma cosa cavolo significa “parco urbano”? Quell’area verde è già un’area naturale che bisogno c’è di nominarla “parco urbano” antropizzando anche la semantica? Si scopre poi che l’area di quei 17000 mq. servirà anche per la realizzazione di nuovi collegamenti di mobilità dolce che finiranno per ridurre ulteriormente lo spazio per il suolo naturale e per gli alberi. Tempo sprecato parlare di “area pre-parco”, nel caso si pensasse ad un possibile Parco delle Risorgive, o della necessità di una (VAS) Valutazione Ambientale Strategica della “vasta area umida” a nord di Treviso per tutelarne le funzioni ecosistemiche e gli elementi di biodiversità del dell’habitat nel suo insieme. Da notare poi che se quelle aree da lottizzare o già lottizzate rientrassero all’interno degli “ambiti di urbanizzazione consolidata” (un artificio semantico-urbanistico per designare porzioni di territorio comunale già edificate) potrebbero essere considerate dalla legge ossimoro sul suolo della Regione Veneto “aree libere intercluse o di completamento destinate alla trasformazione insediativa” (cito testualmente la legge ossimoro) e si materializzerebbe una delle sedici deroghe e la relativa cementificazione non verrebbe nemmeno considerata consumo di suolo. Quindi, si, a Treviso si continuerebbe a cementificare nonostante il suo territorio sia già cementificato per il 39,52% e nonostante l’annuncio di quello scampolo di 17000 mq. La vicenda urbanistica mostra diverse incongruenze. Mostra come attraverso un annuncio in modalità greenwashing sia facile ottenere consensi e alimentare l’indifferenza e l’inconsapevolezza verso la scomparsa di una risorsa non rinnovabile come il suolo. Mostra come ci sia bisogno di una efficace contro-narrazione rispetto alla presentazione ufficiale di progetti colorati da una sottile patina verde che mostreranno il loro grigiore olistico quando il meccanismo social e mediatico della decontestualizzazione evaporerà. 

Mostra ancora una volta come siano necessari tre campi di intervento politico ed ecologista da portare avanti “congiuntamente fra loro” per realizzare efficacemente una “rivoluzionaria forestazione urbana”: lo stop a nuovo consumo di suolo, la ricerca di una efficace contro-narrazione sul ruolo essenziale degli alberi e del suolo naturale, la tutela legislativa rigorosa nella gestione degli alberi e nello stop al consumo di suolo. 

4. Intanto il PNRR è diventato un Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza (quarta parte)

Il PNRR, Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, è il più chiaro esempio della nostra incapacità di uscire dalla gabbia lussuosa e insostenibile del nostro antropocentrismo. Ciò accade per un enorme equivoco di fondo che ruota attorno alle parole “Ripresa” e “Resilienza”. La prima, ostinatamente legata all’aumento incondizionato del Pil senza se e senza ma. La seconda, che imporrebbe una “riconversione ecologica dell’economia” visto il superamento di ben sette dei nove limiti planetari indicati dalla scienza come limiti da non superare per garantire un futuro al pianeta: l’innalzamento della temperatura è uno di questi.

Il cambiamento climatico sta peggiorando le condizioni di “vivibilità nei nostri centri urbani” e in molti casi, attraverso un uso artificioso e strumentale della parola “riqualificazione” e sotto l’ombrello finanziario dei fondi del PNRR, viene riproposto da parte della politica locale e nazionale un “interventismo sulla natura” che indebolisce ulteriormente il ruolo escosistenico del suolo naturale e della vegetazione: gli unici possibili alleati nel contrasto alle cause e agli effetti dei cambiamenti climatici. Una politica cieca e ignorante cementifica gli ultimi spazi verdi e abbatte o capitozza gli alberi maturi sani. Suolo naturale e alberi, un’accoppiata che ci regala gratuitamente: una salutare qualità dell’aria, l’assorbimento delle precipitazioni meteoriche, l’assorbimento della CO2, delle polveri sottili Pm2,5 e Pm10, un raffrescamento naturale grazie all’evotraspirazione di suolo e piante, la mitigazione delle ondate di calore, momenti di spiritualità e di benessere psico-fisico. Una serie di “servizi-benefici ecosistemici” che vengono sottratti alla collettività dalle motoseghe e dalle ruspe: il PNRR è diventato così, in nome della “riqualificazione”, il Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza. Infatti, il rifacimento di piazze, la costruzione di piste ciclabili, la valorizzazione di ambienti naturali sono diventate, in moltissimi casi, delle operazioni che hanno comportato nuovo consumo di suolo e la scomparsa di alberi. Gli attori degli scempi, che in nome della “riqualificazione” perpetuano nuovo consumo di suolo e una mattanza di alberi maturi sani, molto spesso sono gli stessi che sono responsabili del degrado urbanistico e della perdita irreversibile di spazi verdi. Albert Einstein sosteneva che “i problemi non possono essere risolti dallo stesso livello di consapevolezza che li ha creati” e purtroppo è vero: lo stiamo constatando.

Abbiamo bisogno di un “Piano Nazionale della Resilienza” senza abbattere gli alberi maturi sani e senza cementificare il suolo naturale su cui piantarli. Cos’è il “Piano Nazionale di Ripristino della Natura”, che anche l’Italia dovrà presentare a settembre alla Commissione Europea, se non un Piano per la Resilienza degli ecosistemi urbani? Abbiamo bisogno di fare economia e creare occupazione senza privarci e anzi aumentando la potenza ecosistemica della natura: con il rammendo ecologico del territorio, la depavimentazione, dove possibile, delle superfici cementificate o asfaltate che non fanno respirare la terra, il restauro conservativo del già costruito, il riciclo, la ristrutturazione dell’esistente. Invece il PNRR ha prodotto, in moltissimi casi, un peggioramento dei dati ambientali e climatici proprio negli ecosistemi urbani che rappresentano circa il 22% della superficie terrestre dell’Unione Europea e dove è concentrata la maggior parte della popolazione europea. Tutto questo sta accadendo nell’indifferenza generale perché nel racconto mediatico la voce narrante del “potere economico e politico” (che è anche mediatico) distrae dalla gravità del “dramma climatico epocale”.

Il propositivo e documentato patrimonio di dati e informazioni sulla realtà geomorfologica degli ecosistemi urbani (suolo, spazi verdi e copertura arborea) prodotto da cittadini e comitati spontanei non si sta traducendo in una normativa legislativa di tutela vincolante e in una “pianificazione urbanistica multidisciplinare” con la presenza fondamentale di agronomi, botanici, geologi, cittadini e non solo di archistars e dei portatori di interessi privati. 

Sul ruolo ecosistemico degli alberi e del suolo naturale i verdi, i movimenti o partiti che si dichiarano ambientalisti devono far proprio il patrimonio partecipativo ed elaborativo dei comitati, farlo diventare un punto centrale delle loro campagne elettorali e subordinare la loro partecipazione a coalizioni politiche elettorali locali o nazionali alla condivisione di un programma serio, vincolante, articolato e verificabile di rinaturalizzazione degli ecosistemi urbani. Ribadisco ancora una volta come per una efficace lotta ecologista che persegua una “rivoluzionaria forestazione urbana” bisogna agire con urgenza su tre fronti: battersi per uno stop immediato di nuovo consumo di suolo, capovolgere la narrazione sui rischi e i costi di una infrastruttura verde, cambiare radicalmente la tutela legislativa degli alberi e del verde urbano.

5. Regolamento del Parlamento Europeo sul “Ripristino della Natura”

Il “suolo” che ospita un quarto della biodiversità terrestre e le “piante” che crescono su di esso costituiscono l’archetipo dell’ecologia. Per la contrazione della sua superficie o per l’alterazione delle funzioni ecosistemiche dovuta al suo consumo e impermeabilizzazione il suolo può perdere la capacità di essere il principale motore dei “cicli biogeochimici” del pianeta. Le piante, invece, sono “esseri viventi” che creano il nutrimento e l’ossigeno indispensabili per la sopravvivenza di quasi tutte le altre forme di vita.

È da questa premessa ontologica ed ecologica che nasce il Regolamento del Parlamento Europeo sul “Ripristino della Natura”. A seguito del peggioramento della vivibilità nei nostri centri urbani e dell’incombenza degli effetti dei cambiamenti climatici il “ripristino della natura” nelle nostre città è ancor più necessario. Per questa ragione il Piano Nazionale di Ripristino della Natura che il governo deve presentare entro il 1 settembre 2026 alla Commissione Europea, dopo aver coinvolto i comuni, le regioni e le comunità che quei territori li abitano, può diventare un “Piano Nazionale per la Resilienza” degli “ecosistemi urbani”. Qualsiasi forma di “risanamento ecologico” dei centri urbani non può prescindere dalla natura, dalla terra, dalle chiome degli alberi.

Per il destino futuro dei centri urbani la legge sul Ripristino della Natura si fa “premessa metodologica” che deve ispirare i movimenti ambientalisti, le amministrazioni locali, il parlamento, il governo.

Tale premessa metodologica sul valore risanatore della natura deve essere la bussola politica soprattutto del pensiero ambientalista in tutti i contesti urbani ed extraurbani. Tale premessa metodologica deve caratterizzare il pensiero ambientalista che non può ridurre l’urgenza e la necessità di un processo virtuoso come la “transizione ecologica” ad una semplificazione produttivistica e consumistica, confondendola e riducendola ad una semplicistica “transizione energetica”. 

Purtroppo nella società manca una reale consapevolezza sul valore del suolo e della vegetazione quali patrimonio da difendere e su cui costruire attività economiche compatibili. Tale mancanza di consapevolezza sul valore del suolo e della vegetazione si è manifestata nel disimpegno pluridecennale di tutta la politica, di destra e di sinistra, per una legge che arresti e non semplicemente contenga il “consumo di suolo” e per leggi più stringenti e vincolanti sulla “tutela degli alberi” e delle loro funzioni ecosistemiche. Il disimpegno pluridecennale di tutta la politica per una legge che arresti il consumo di suolo ha toccato l’apice nel 1962 quando i tentativi dell’Onorevole Fiorentino Sullo per contrastare la speculazione sui terreni edificabili furono sconfessati dal suo stesso partito (la Democrazia Cristiana). Fiorentino Sullo proponeva la separazione, mutuata dal mondo anglosassone, tra la proprietà dei dei suoli che rimaneva in mano pubblica e il diritto ad edificare. L’indifferenza della politica, di destra e di sinistra, ha fatto fallire nel 2008 anche il tentativo dell’Onorevole Mario Catania di dotare il nostro paese di una legge che preservasse dalla sparizione una risorsa non rinnovabile come il suolo agricolo. Ora, sulla colpevole apatia politica nostrana soffia una ventata politica positiva, per certi versi rivoluzionaria, grazie alla Legge Europea sul Ripristino della Natura. Tale ventata politica si inserisce perfettamente, fin dalla prima parte del mio racconto, sui tre filoni (stop consumo di suolo, tutela legislativa degli alberi, contro-narrazione) che sto proponendo per una “rivoluzionaria forestazione urbana”. Sulla necessità e urgenza di fermare il consumo di suolo e sulla necessità e urgenza di cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi aleggia, da agosto 2024, l’articolo 8 della Legge sul Ripristino della Natura che recita: “Entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri provvedono affinché non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani, né di copertura della volta arborea urbana nelle zone di ecosistemi urbani”. 

Sulla necessità e urgenza di una “contro-narrazione” rispetto alla “deformata percezione dell’opinione pubblica” sul valore degli alberi fatti passare come un rischio per la sicurezza e non come “esseri viventi salva” vita aleggia ora il punto 47 della premessa alla Legge Europea sul Ripristino della Natura: “gli ecosistemi urbani rappresentano circa il 22% dell’Unione ed è qui che vive la maggioranza dei cittadini dell’Unione e gli spazi verdi urbani comprendono parchi e giardini urbani, strade alberate, prati e siepi urbane”. E’ da questa sottolineatura che nasce la necessità e l’urgenza di una contro-narrazione, basata sull’oggettività dei cambiamenti climatici, accompagnata da un linguaggio divulgativo, scientifico, naturalistico, che favorisca la corretta percezione popolare sul rischio opposto della deforestazione urbana.

Ai verdi può non bastare più solidarizzare sui social con i comitati e i cittadini preoccupati per quello che sta accadendo nei loro quartieri e gestire un’agenda politica che parla di tutt’altro, spesso infarcita di elementi ideologici e priva di quei contenuti che richiamano una visione olistica, solidale, sociale e realmente sostenibile dell’ambiente urbano del futuro. Non ci si può più accontentare dei piccoli aggiustamenti proposti dalla partitocrazia, senza mettere in discussione il modello economico consumistico di risorse naturali quali sono gli alberi e il suolo naturale su cui farli crescere.

Non ci sono più margini per interpretazioni accomodanti e scorciatoie greenwashing.

6. La tutela del verde urbano ed extraurbano è frammentata, inefficace, contraddittoria

Siamo in piena estate e il sole, con il suo calore, arriva con violenza sulle nostre vite, sui nostri corpi, sulla nostra salute, sulle nostre abitudini, sulle nostre città. Le “ondate di calore” possono provocare disidratazione e malori gravi di natura respiratoria e cardiovascolare (calo della pressione, aumento del rischio di infarti, ecc.). Se vogliamo uscire all’aria aperta, senza rinchiuderci in casa o nei centri commerciali alla ricerca di un refrigerio artificiale la cui produzione aumenta i consumi energetici e crea “l’isola di calore all’esterno”, come possiamo difenderci? Nei nostri centri urbani, grandi e piccoli, è necessario abbassare la temperatura dell’aria. Un aiuto lo possiamo ricevere dal suolo naturale e dalle chiome degli alberi che devono essere presenti nei luoghi dove viviamo quotidianamente. Per cercare di realizzare questo obiettivo è necessaria una “rivoluzionaria forestazione urbana” e per attuarla sto proponendo di agire su più fronti: fermare senza se e senza ma il consumo di suolo naturale, contro-narrare ai cittadini l’utilità controllata e gestita degli alberi, realizzabile, se vengono fatti crescere senza traumi meccanici e uno spazio superficiale e del sottosuolo adeguati ed infine cambiare radicalmente l’attuale struttura legislativa di tutela degli alberi. Mi soffermo su quest’ultimo fronte, politico ed ecologico, determinante per l’efficacia della lotta ecologista. 

Oggi, dal punto di vista normativo la tutela del verde urbano ed extraurbano è frammentata, inefficace, contraddittoria. Faccio alcuni esempi. 

Il Decreto del 10 marzo 2020 del Ministero dell’Ambiente, recante i Criteri Ambientali Minimi (CAM) per il servizio di gestione del verde pubblico è più una derivazione del Codice degli Appalti, nato più per velocizzare e semplificare le procedure di affidamento dei lavori della pubblica amministrazione che per normare in modo strutturale, organico e cogente la tutela di tutto il verde, pubblico e privato. È un decreto che regola i criteri formali degli affidamenti dei lavori pubblici, ma restano fuori gli affidamenti fino a 150.000 euro e la procedura negoziata (senza bando) per lavori tra 150.000 euro e 1 milione di euro. In secondo luogo i CAM, a mio modo di vedere, sono una declaratoria di raccomandazioni condivisibili (vedi quelle sulla capitozzatura, sul censimento del verde e sul catasto urbano), ma non stabiliscono obblighi sanzionabili (in particolare sulla verifica della sussistenza dei requisiti di competenza e professionalità delle aziende appaltatrici).

Per non parlare della norma che regola le alberature lungo le strade extraurbane. La si trova all’articolo 26 del DPR 495-1992 (Codice della strada) che stabilisce una fascia di rispetto di sei metri per impiantare alberi lateralmente alla carreggiata. Come se tutti gli alberi, a prescindere dalla loro funzione ecosistemica, dalla loro stabilità e dalla loro bellezza naturalistica e paesaggistica, fossero un pericolo a prescindere. Come se l’abbattimento o la capitozzatura degli alberi fosse una liberazione e soddisfacesse il nostro avariato bisogno di sicurezza, dimenticando che la loro crescita nei decenni ha permesso il dispiegarsi delle loro funzioni ecosistemiche e alimentato la bellezza paesaggistiche durante i viaggi in macchina di intere generazioni. C’è poi la legge Nr. 10 del 14 gennaio 2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” dove, se si eccettua la sanzione amministrativa (non penale) per l’abbattimento o il danneggiamento degli alberi monumentali, il resto è una somma di propositi sfumati e generici che lasciano il tempo che trovano. Fa sorridere il comma dell’articolo 3 che afferma, a proposito dell’attuazione delle attività in capo al Comitato per lo sviluppo del verde urbano, come si debba “provvedere nell’ambito delle risorse umane e strumentali vigenti e senza nuovi maggiori oneri per la finanza pubblica”.

Sono degli esempi che mostrano come siamo in presenza di una normativa spizzichi e bocconi, paradossale e anacronistica rispetto all’articolo 8 della Legge sul Ripristino della Natura che stabilisce obblighi e scadenze: “Entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri provvedono affinché non si registri, rispetto al 2024, alcuna perdita netta degli spazi verdi urbani e della volta arborea”.

Gli obiettivi della Legge sul Ripristino della Natura mostrano come sia necessaria nel nostro paese la redazione di un “Testo Unico per il Verde negli Ecosistemi Urbani” con un cronoprogramma che accorpi e riveda radicalmente tutte le norme in essere. Gli alberi hanno bisogno di noi e noi abbiamo bisogno degli alberi.

Alberi capitozzati in un viale cittadino

7. Finora le leggi non stanno proteggendo gli alberi.

La quasi totalità dell’opinione pubblica riceve un’informazione deformata sul rischio che un albero possa cadere: dobbiamo togliere questo macigno narrativo. Non si può essere a favore della natura e nello stesso tempo considerare, in modo aprioristico, gli alberi una fonte di pericolo. Gli alberi sono il respiro della natura e dobbiamo farli vivere sani, farli respirare per poter respirare noi assieme a loro: gli alberi non sono un rischio ma un dono della natura per purificare l’aria e mitigare le ondate di calore dei luoghi urbani che rappresentano il 22% della superficie terrestre dell’Unione Europea e dove vive la maggioranza della popolazione. Gianluca Stefani di Onda (Organismo Nazionale Difesa Alberi) ci ricorda che in Italia per le ondate di calore muoiono all’anno più di 8000 persone e per patologie legate all’inquinamento circa 80.000 persone. 

Gli alberi devono diventare i pezzi di una “infrastruttura vegetale” che porta considerevoli benefici per una reale ed estesa “operazione di prevenzione” delle patologie conseguenti al nostro modello di sviluppo che produce inquinamento e l’innalzamento della temperatura. 

Nel 2024 è entrata in vigore la “Legge per il Ripristino della Natura” e tale anno deve essere considerato l’anno zero per una nuova e “rivoluzionaria gestione del verde pubblico e privato”. E’ dal bisogno di “rinaturalizzare gli spazi urbani” che nasce l’esigenza di una gestione radicalmente diversa degli alberi. Per proteggere quella che deve diventare una vera e propria “infrastruttura verde” bisogna colmare l’enorme “deficit normativo” sulle dinamiche politiche ed economiche che presiedono la decisione di abbattere gli alberi maturi, quelli dei cui servizi ecosistemici abbiano più bisogno. 

I comitati fanno quello che possono e nelle zone urbane dove sono presenti, ma abbiamo bisogno di un “impianto legislativo rigoroso” che valga per tutto il territorio nazionale e che preveda “vincoli e “obblighi” la cui violazione possa essere sanzionata anche penalmente. Abbozzo alcuni punti che devono far parte di “una legge quadro a tutela delle piante”:

  • il censimento a partire dal 2024 (anno di entrata in vigore della Legge per il Ripristino della Natura) di tutti gli alberi di medio e alto fusto presenti in “tutti i comuni, grandi e piccoli”;
  • la manutenzione, adeguatamente finanziata, degli alberi maturi censiti secondo la previsione del punto precedente e delle nuove piantumazioni: manutenzione e piantumazione ad opera di personale esperto;
  • forme di controllo e vigilanza capillari sul patrimonio arboreo. Per i “centri urbani”, ad opera di “nuclei forestali” del Corpo dei Vigili Urbani appositamente formati. Per le “strade extra-urbane”, ad opera del Corpo Forestale dello Stato (da ripristinare ed emanazione del Ministero dell’ Ambiente e non del Ministero della Difesa);
  • l’accesso semplificato e agevole per i cittadini che vogliono informazioni, trasparenza, coinvolgimento sui programmi di taglio delle piante di medio e alto fusto attraverso un recapito telefonico dell’ufficio verde pubblico obbligatoriamente presente in tutti i comuni;
  • il ricorso a esperti indipendenti dal committente pubblico o privato che vuole tagliare gli alberi con l’obbligo di verifiche strumentali sulla stabilità e salute degli alberi maturi che si vogliono abbattere. 

Sono solo alcune misure, ma non va dimenticato che l’opinione pubblica riceve spesso un’informazione deformata sul rischio della remota ed eventuale caduta di un albero. E’ necessario raccontare una storia diversa che ricostruisca la vita di quell’essere vivente vegetale e del come ad un certo punto della sua vita venga considerato un rischio per la nostra incolumità o un intralcio a interessate operazioni di riqualificazione urbanistica.

Nella narrazione finale dei media e degli amministratori locali che sentenzia sull’ineluttabilità del taglio degli alberi vengono censurati una serie di maldestri interventi antropici che magari hanno finito per alterare l’assetto vegetativo delle piante nel corso della loro vita. Nella narrazione finale scompaiono un insieme di azioni umane scoordinate tra loro, caratterizzate da incompetenza forestale, da atti urbanistici e meccanici deleteri per la vita delle piante e che creano, nel tempo, le condizioni per il loro indebolimento; 

Per queste ragioni una “legge quadro a tutela della vita degli alberi” e della loro crescita è assolutamente necessaria e urgente proprio per cercare di prevenire condizioni di instabilità e di fragilità che rendono necessario l’abbattimento.

Solo una “rigorosa tutela legislativa degli alberi”, a partire dal momento della loro messa a dimora, rende possibile una nuova narrazione all’opinione pubblica, a partire dall’anno zero della Legge sul Ripristino della Natura..

A livello politico-parlamentare verdi e ambientalisti devono battersi per arrestare il consumo di suolo e introdurre una rigorosa tutela normativa degli alberi. Senza questo passaggio politico, nonostante gli sforzi coraggiosi e ammirevoli dei comitati spontanei, che non possono formarsi e arrivare dovunque ci sia un immotivato albericidio in atto, la deforestazione di alberi maturi sani nei nostri centri urbani e la sua narrazione deformata proseguirà senza fine.

Prendiamoci cura degli alberi

8. Le case ci sono, mancano gli spazi verdi e gli alberi.

E’ incredibile: siamo il paese in Europa con il maggior consumo di suolo e continuiamo a saturare di cemento e asfalto le città, come se il suolo fosse una risorsa infinita e declinando il PNRR in Piano Nazionale per il Raggiro della Resilienza. Il suolo non è un concetto astratto. Il suolo è la terra dove camminiamo, dove possono crescere le piante: è la pelle del pianeta.

Nel 2006 la “Strategia europea per la protezione del suolo” definiva il suolo come “lo strato superiore della crosta terrestre costituito da componenti minerali, organici, acqua, aria e organismi viventi e rappresenta l’interfaccia tra terra, aria e acqua e ospita gran parte della biosfera”. È una definizione corretta che spiega le innumerevoli “reazioni bio-geo-chimiche” che vi si svolgono. Eppure, se chiedete che funzione potrebbe avere nei nostri centri urbani un terreno fertile rimasto incolto, nove persone su dieci vi risponderanno che è uno spazio vuoto, inutile, da sfruttare, su cui costruirci qualcosa. Ma nel 2026 chi fa politica deve sapere che anche un terreno incolto dà il suo contributo nel contrastare gli effetti termici dei cambiamenti climatici. Attraverso la fotosintesi delle piante, che trasferiscono l’anidride carbonica al terreno, il suolo diventa il più grande serbatoio terrestre di carbonio in grado di immagazzinare circa il triplo della CO2 presente nell’atmosfera. Vorrei fare un semplice ragionamento sul valore ecologico del suolo sopravvissuto nei nostri centri urbani alla cementificazione.

Dal secondo dopoguerra ad oggi si è costruito troppo e male. Le lottizzazioni residenziali, senza la logica pianificatoria che ha caratterizzato lo sviluppo urbanistico di paesi come la Francia e lo stesso Regno Unito, sono diventate una delle cause principali di un consumo di suolo dissennato. L’Italia detiene il record di consumo di suolo e il record dello “sprawl urbano” che Paolo Pileri definisce come una sorta di “metastatica, disordinata e frammentata proliferazione urbana”. Sentire parlare oggi di “emergenza abitativa” e di “piano casa” è inaccettabile, quasi una prova di cinismo da parte degli stessi che hanno cementificato il paese. Un amministratore pubblico avrebbe l’obbligo morale di leggere e capire, se non per intero, almeno la sintesi dei rapporti dell’Ispra sul consumo di suolo degli ultimi dieci anni. In una elaborazione Openpolis su dati ISTAT 2021 le abitazioni in Italia sono 35,3 milioni e di queste 9,6 milioni (il 27,2%) non risultano occupate. Cosa emerge dall’elaborazione dei dati Istat? Emerge che il “governo del territorio”, ad opera di governi e amministrazioni locali, di destra e di sinistra, non è stato frutto di una visione olistica e di una cultura della pianificazione urbanistica integrata con le scienze dell’ambiente. Si è costruito troppo e male e si continua a farlo ancora oggi. Prendo ad esempio alcuni dati Istat relativi alla provincia di Treviso. I centri urbani maggiori della provincia hanno un tasso di case non utilizzate inferiore (il comune di Treviso 13,18%) rispetto a quello delle zone periferiche del ricco Nord Est (ne cito alcune: Tarzo 35%, Miane 36%, Revine Lago 43%). Emerge in modo netto una dicotomia nel flusso anagrafico e abitativo. Da un lato, borghi e paesi periferici che stanno vivendo un lento processo di spopolamento e hanno una quantità esorbitante di edifici degradati o in stato di abbandono. Dall’altro, i centri urbani maggiori, dotati di servizi che vedono aumentare, camuffata dal greenwashing della riqualificazione, la cementificazione di tutti gli scampoli di verde e che innesca pesanti problemi di congestione urbanistica, di salute e benessere per i cittadini e dí gentrificazione (case nuove e con nuovo design per ricchi). Questo processo “urbanisticamente regressivo”, ripeto, è tuttora in corso ed è codificato e legalizzato da una legge regionale sul suolo incostituzionale perché, in nome del “governo del territorio”, altera lo “stato dell’ambiente” (articolo 117 lett.s).

Nel linguaggio tecnocratico di quella legge nefasta spicca una delle “17 deroghe consuma suolo”: quella che definisce “aree di completamento” gli spazi non edificati all’interno degli “ambiti di urbanizzazione consolidata”. Nei centri urbani maggiori scompaiono o si riducono gli spazi verdi e lo spazio per fare una intelligente opera di forestazione urbana, mentre nei centri urbani minori e periferici restano inutilizzate enormi volumetrie abitative da recuperare. In provincia di Treviso per fermare il consumo di suolo per ragioni abitative è necessario avere una visione olistica e pianificatoria e dare forma e strumenti a un processo di ripopolamento dei centri minori.

Bisogna investire ingenti risorse per creare nei e fra i centri minori una infrastruttura sociale e comunitaria (di trasporto, sociali, sanitari, culturali, ecc), incentivando l’aggregazione dei piccoli comuni e le ristrutturazioni della quantità enorme di immobili inutilizzati. Una tale misura di rammendo ecologico e sociale può fermare da subito il consumo di suolo e garantire negli ecosistemi urbani dei centri maggiori più spazio al verde e agli alberi. In provincia di Treviso e nel Veneto è gia troppo tardi. 

La forestazione urbana dovrà essere rivoluzionaria

9. Il processo per la sua attuazione

Il 2024, anno di entrata in vigore del Regolamento europeo per il Ripristino della Natura può essere l’inizio, l’anno zero, di un processo che deve raggiungere, entro il 2030, obiettivi concreti di mitigazione degli effetti estremi dell’aumento di temperatura del pianeta.

Tale processo deve essere accompagnato da un “linguaggio” che sappia proporre alle masse, ingannate e schiavizzate dalla mole consumistica di bisogni indotti, un nuovo concetto di “utilità sociale”, un concetto che nell’oggi contemporaneo significa creare le condizioni per la sopravvivenza ecologica e sanitaria del pianeta e della vita umana. 

Portare dentro il palazzo del potere i contenuti di una nuova visione, dove la “natura viene ripristinata”, può essere il “collante politico-istituzionale” per rappresentare e dare voce a quella vasta rete di comitati locali che combattono a mani nude contro la potenza di fuoco del potere politico-partitico, economico e mediatico che attraverso leggi ossimoro (greenwashing) o il vuoto legislativo non bloccano lo “sterminio dei prati” e la “mattanza degli alberi urbani”. Per lo schieramento ambientalista l’attuazione di una “rivoluzionaria forestazione urbana”, vista l’urgenza climatica in cui siamo precipitati, deve essere “conditio sine qua non” anche per aderire ad eventuali aggregazioni elettorali.

Una nuova e radicale “tutela legislativa degli alberi” e “l’azzeramento del consumo di suolo” possono diventare l’inizio di un nuovo racconto: il primo capitolo di un processo per una vera “rivoluzionaria forestazione urbana”. A partire dal “censimento” degli alberi maturi su tutto il territorio nazionale, dallo stanziamento di risorse per la “cura”, il “controllo” e la “vigilanza” sul patrimonio arboreo esistente. Perché si realizzi tale processo è necessario colmare due gravissime lacune istituzionali e democratiche. Da un lato, la mancanza di un “efficace apparato sanzionatorio” per chi riduce i tasselli di una indispensabile “infrastruttura verde”. 

Dall’altro, la mancanza di trasparenza e di efficaci forme di partecipazione nella gestione del verde pubblico dei diretti interessati: i cittadini che vivono nei centri urbani. 

In nome di un moderno concetto di “utilità sociale” le fonti ispiratrici che alimentano un nuovo racconto e danno forma al “processo attuativo” di una rivoluzionaria forestazione urbana sono molteplici. Mi limiterò ad un breve, incompleto e sintetico elenco, sperando che un vero “movimento ecologista” voglia farne materia di approfondimento e di “lotta politica ecologista”.

Stefano Mancuso, neuroscienziato, ci ricorda che viviamo una fase in cui le condizioni climatiche peggiorano in un modo mai verificatosi in 20 milioni di anni e le città occupano solo l’1,7% delle superfici abitabili del pianeta, ma producono ben l’80% dell’anidride carbonica. Le città italiane, rispetto al 1960, sono 3,5/4,5 gradi più calde. Su Nature, una delle più importanti riviste scientifiche esistenti, si scopre un dato impressionante: solo nel mese di luglio 2022 sono morte per il caldo in Europa 65700 persone, in Italia 16500. Quello che possiamo fare è cercare di raffreddare i centri urbani e per questo la Legge per il Ripristino della Natura indica la necessità di proteggere e potenziare gli assorbimenti di carbonio basati sulla natura.

Con la “lotta ecologista” si tratta di allargare le maglie giuridiche della “Direttiva Uccelli” 2009/147/CE recepita dall’Italia con la Legge n.157/92 e della “Direttiva Habitat” 92/43/CE recepita dall’Italia con il D.P.R. n. 357 del 8 settembre 1997. Come la fauna selvatica è patrimonio indisponibile ed è tutelata nell’interesse della collettività (art. 635 e 544 ter del codice penale), parimenti, anche il danneggiamento e l’abbattimento immotivato degli alberi deve essere considerato un “reato penale”.

Il disposto dell’articolo 8 della Legge sul Ripristino della Natura è netto: non si registri alcuna perdita netta della superficie degli spazi verdi e della copertura della volta arborea rispetto al 2024.

Altrettanto netto è il disposto dell’articolo 13: piantare nell’Unione almeno 3 miliardi di alberi.

Fonte ispiratrice e rivoluzionaria è anche la nuova formulazione dell’articolo 9 della Costituzione: “tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. E’ rivoluzionaria anche la formulazione dell’articolo 41 “la libera iniziativa economica deve svolgersi in modo da non arrecare danni alla salute e all’ambiente e indirizzata a fini sociali e ambientali”. Lo “schieramento ambientalista” deve cercare, attraverso la “lotta ecologista”, di tradurre i principi ecologici della normativa europea e della nostra Costituzione in leggi ambientali opposte a quelle in vigore.

La nostra Costituzione, la letteratura scientifica internazionale e la letteratura giuridica dell’Unione Europea sul ruolo della natura, del suolo e degli alberi negli “ecosistemi urbani” ci consentono di capovolgere il concetto di “utilità sociale”, sempre utilizzato, paradossalmente, per giustificare un “progresso malato e insicuro” o le grandi opere che spesso nascono a discapito di suolo, natura e alberi.

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