Una sola radice per molti fiori. La vita della terra e la cura dell’uomo al tempo del coronavirus.

di Giacomo Lampredi 

Non pochi studi sostengono che l’attuale epidemia di coronavirus sia collegata al disastro ambientale. Epidemia che a seguito del lockdown e della sospensione delle attività produttive, sta mettendo a dura prova la flessibilità della sussistenza economica e sociale. Con il covid-19 nel 2020 ci avviamo ufficialmente in una nuova stagione per i cittadini del mondo: una sempre più sfocata distinzione tra rischi ambientali e rischi sociali.

La continua distruzione degli habitat naturali a fini produttivi costringe gli animali selvatici ad avvicinarsi all’uomo e a vivere in stretto contatto con lui in modalità ingovernabili, cosi come ingovernabili sono le ripercussioni sui sistemi sociali e sanitari. Si sostiene anche l’intermediazione dei wet market asiatici, mercati informali dove la carne viene consumata direttamente sul posto, unica fonte di sussistenza per milioni di poveri. Inoltre molti studi sostengono che il virus è più letale e si diffonde più rapidamente quanto più le aree sono inquinate[1]. Processi produttivi non governati producono ingovernabili processi di controllo di quella che sembra essere solo una delle numerose crisi dovute al cambiamento climatico.

Le ristrettezze dovute al covid-19 hanno causato “per 3,7 milioni di lavoratori il venir meno dell’unica fonte di reddito familiare”[2] secondo la Fondazione studi dei consulenti del lavoro. A pagare il prezzo più caro sono coppie con figli e genitori single di cui il 24 % si trovava prima del lockdown al di sotto dei 1.000 euro. Un’ ulteriore conferma che le crisi non sono uguali per tutti.

Mai come adesso la distinzione tra emergenza ambientale e emergenza sociosanitaria è arbitraria e fondata su una mancata saggezza sistemica sulle ripercussioni del cambiamento climatico. L’attuale pandemia è un ramo cresciuto dalla stessa radice che nutre tutti i fiori della nostra cultura, compresa quella della crescita economica non governata. L’unica possibilità è allora avvicinarci a questa radice e operare direttamente su essa, se vogliamo ottenere fiori migliori.

 

La colpa e la ricerca del “punto zero”: strumenti per non cambiare

Le brutte intenzioni e la maleducazione…” questo era il tormentone più discusso in Italia all’arrivo del coronavirus, a seguito del litigio dei cantanti Morgan e Bugo sul palco del festival di Sanremo, a cui segue una serie di botta e risposta a mezzo stampa di accuse reciproche su chi ha “cominciato prima” le scorrettezze reciproche che hanno causato la brutta figura e la squalificazione comune dal festival. Paradossalmente e con la stessa frivolezza tipica della cultura della competizione, l’iniziale gestione della pandemia da parte di molti governi, segue le stesse sequenze interattive.

Con l’arrivo del Covid-19 abbiamo assistito sin da subito allo scambio di accuse reciproche tra Stati Uniti d’America e Cina sull’utilizzo del virus a scopo di indebolimento commerciale. Non sono state poche le accuse e le teorie sulla fuori uscita del virus da alcuni laboratori di Wuhan, accusa sostenuta da Donald Trump e da giornalisti occidentali. Oppure di premeditazioni da parte degli stati uniti di introdurre il virus in Cina con il fine di un indebolimento commerciale, accusa sostenuta dalla Cina.

I governi della terra stanno cercando di far risalire le cause del virus alla “volontà” di attori “terzi”, a esterni che si concretizzano come minaccia reale per gli stati nazionali. Il 15 aprile 2020 il presidente Donald Trump decide di cambiare bersaglio incolpando l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) di aver sottovalutato il virus e di essere stata eccessivamente “filo cinese”, cui segue la sospensione dei fondi statunitensi all’OMS, suo principale finanziatore.[3]

La continua ricerca di “punti zero” che ottengono come risultato la “malvagità” delle azioni altrui è lo strumento per continuare a non apprendere dai propri errori. L’origine delle crisi socio-ambientali è una crisi che riguarda il rapporto tra uomo e ambiente, non l’inimicizia tra stati che litigano per spartirsi le mercificazioni della natura e degli altri esseri viventi. Non esiste nessun “punto zero” a breve termine, nessuna razionalità e nessun peccato originale. Le crisi di oggi sono i fiori avvelenati di un lunghissimo processo, di culture economiche ormai condivise da tutti i governi più potenti, di idee che hanno vinto e soprattutto convinto. Il sempre maggiore sfruttamento di suolo, la sempre più totale mercificazione degli animali a scopi produttivi, la distruzione della biodiversità e la deforestazione sono il sole che sta bruciando le ali di cera di Icaro. Ci possiamo allontanare dal sole solamente se lo facciamo tutti insieme.

Era il 2012 quando David Quammen scrisse “spillover” dove, con aiuto di esperti, ipotizza che il passaggio di un coronavirus da un pipistrello all’uomo sarebbe avvenuto in un wet market cinese. Nello stesso anno arriva alle stesse conclusioni l’istituto Robert Koch commissionato dal governo tedesco, sbagliando solo di pochi mesi l’arrivo del coronavirus nella nostra vita quotidiana. L’attuale pandemia è una crisi annunciata dalla progressiva e inarrestabile distruzione dell’ambiente e la mercificazione delle vite non umane. Nessuna decisione o razionalità cospiratrice, ma il frutto ormai esausto dell’antropocentrismo.

 

L’empatia della terra

L’uomo dipende dai suoi simili cosi come dall’ambiente materiale che lo ospita. Mentre per l’uomo è relativamente facile riconoscere le sofferenze dei suoi simili (ma non sempre si attiva per alleviarle) è molto difficile per la nostra cultura riconoscere le sofferenze dell’ambiente, vegetale e animale che sia. Ancora più difficile è riconoscere che la sofferenza ambientale corrisponde necessariamente e in modi sempre più rapidi e inaspettati alla sofferenza umana. Forse dovremmo cominciare a intendere la sofferenza non come appartenente a una categoria della vita, ma come sofferenza del mondo, della terra.

Tutto questo è possibile solo dando uno statuto di diritti alle forme di vita non umane, vegetali e animali che siano. Gli alberi che ci circondano e gli animali con cui condividiamo la vita sulla terra sono legati al nostro benessere molto più di quanto pensiamo e molto di più di quanto la nostra cultura antropocentrica è disposta ad ammettere.

Le filosofe femministe Benerice Fischer e Joan Tronto definiscono il concetto di “cura” come   quelle “Attività che includano tutto quello che si fa per mantenere, continuare, riparare, il nostro mondo. Corpi, noi stessi e l’ambiente”[4]. Le attività di cura ambientale in questo senso sono anche attività di protezione e prevenzione dei rischi sociali e sanitari. Inoltre ci avviamo verso una stagione in cui il cambiamento climatico diventerà sempre più il motore principale di disuguaglianze sociale e povertà, attraverso l’impoverimento delle risorse come cibo, energia e infrastrutture che metterà a dura prova i sistemi occupazionali su cui si basano i sistemi di welfare occidentali e in generale i regimi di sussistenza.

Se l’umanità vuole sopravvivere a questa sfida la protezione e la prevenzione dai rischi sociali non basta, ma serve una urgente prevenzione dei rischi ambientali che metta in moto ricorsività virtuose di protezione della vita nel suo complesso. La cura del mondo comincia dalla cura della vita nel suo complesso e che ogni presunta superiorità di una specie sull’altra è arbitraria e sta mostrando i suoi effetti distruttivi da troppo tempo per non accorgercene.

Mentre i governanti del mondo cercano di capire di chi è la colpa all’origine del coronavirus incolpandosi a vicenda, a chi ha coscienza dell’indistinguibile separazione tra cura dell’ambiente e cura dell’umanità non resta che una rivoluzione morale e affettiva: Ama la terra come il tuo prossimo, ama il tuo prossimo come la terra, ama la terra come te stesso.

La giornata mondiale della terra in questo 22 Aprile 2020 arriva in un clima ambientale, politico ed emotivo incandescente, che ancora una volta ci trova completamente impreparati per le sfide che verranno.

 

[1]Si veda ad esempio questo studio: https://www.pnas.org/content/115/38/9592

[2]“La Repubblica” del 17/04/2020 “Coronavirus, 30 mila imprese in meno nel primo trimestre. Rischio povertà per 3,7 milioni di famiglie”

[3]Senza considerare che il governo statunitense è tra i governi che insieme a quello inglese hanno sottovalutato per primi la pericolosità del virus non prendendo misure di restringimento degli spostamenti

[4]Si veda il Libro di Joan Tronto “Caring democracy” del 2013

 

Photo by Guillaume de Germain on Unsplash

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