Dott.ssa Giuliana Mieli.

Molte voci identificano la crisi creata dalla pandemia Covid 19 – crisi sanitaria e economica – come l’apice di un percorso di sviluppo culturale malato che esige una trasformazione della società neoliberista verso valori e abitudini di vita diversi: soprattutto valori perché le abitudini non ne sono che la conseguenza.

Se analizziamo l’accaduto nei primi mesi del 2020 alla luce delle emozioni da esso suscitate, la società é stata attraversata da una grande paura e da un profondo senso di insicurezza: vediamo i comportamenti che le hanno promosse.

  • È avvenuto un evento improvviso che, se anche era stato previsto come rischio possibile, è stato sottovalutato nelle sue conseguenze. A livello dei governi nazionali e delle agenzie internazionali, non c’è stata un’informazione adeguata né alcuna preparazione per affrontare l’emergenza; non si è assistito a una risposta concertata e collettiva animata da una preoccupazione solidale fra le diverse nazioni o continenti del pianeta, piuttosto sono prevalsi squallidi atteggiamenti di caccia all’untore come se ciò che stava capitando non riguardasse tutti, nella vana illusione di poter non venire contaminati. Si è avuta la sensazione di un fiume in piena che uscisse dai bordi, uno tsunami da cui non ci si poteva difendere se non rintanandosi in casa spaventati.
  • Non c’è chiarezza sull’origine del disastro: alla teoria della fatalità si è contrapposta la sensazione – molto diffusa – di una specifica responsabilità umana nell’origine del virus. Infatti, che si tratti di una manipolazione di laboratorio sfuggita al controllo, o che la responsabilità sia del mercato di Wuhan con le sue modalità truculente di uccisione e vendita delle specie più disparate, che si tratti della conseguenza di un’industria alimentare basata su allevamenti intensivi dove non vige alcun rispetto per gli animali, ma ove a giustificazione di spazi e modi indegni si porta il mero principio della massimizzazione dell’utile – comunque in tutte queste ipotesi ritroviamo il sospetto che all’origine di un virus tanto spaventoso e del tutto ignoto siano da collocare comportamenti umani privi di qualsiasi etica e percepiti come pericolosi da chiunque si ispiri invece a un’idea di sana e armoniosa convivenza con la natura per la nostra sopravvivenza – un’idea, peraltro, più comune di quanto si pensi. La percezione condivisa è infatti quella di un’attività umana smodata, incapace di limiti, che si sente autorizzata a fare quello che vuole di quanto la circonda in ragione di un saldo antropocentrismo. Questo assunto, infatti, considerando l’essere umano “superiore” , lo ritiene pertanto, in quanto tale, implicitamente autorizzato a sfruttare senza alcuna prudente considerazione tutto ciò che gli appare vantaggioso a un primo sguardo. Questo atteggiamento di sacralizzazione dell’utile immediato al disopra di ogni altra considerazione ha giustificato e continua a giustificare l’invasione delle terre e il loro totale sfruttamento, lo spostamento – a partire dalla rivoluzione industriale – delle popolazioni dalle campagne alle città, la costruzione di megalopoli con agglomerati umani immersi nel cemento e lontani da qualsiasi contatto con la natura e con i suoi ritmi, l’aumento incontrollato della crescita demografica e molti degli altri fenomeni contemporanei che da più voci sono segnalati come costituenti una sempre più prossima minaccia alla sopravvivenza della nostra specie sulla terra. Nella recente pandemia gli abitanti delle campagne hanno sofferto meno il lockdown, mentre affollamento e inquinamento hanno avuto un loro ruolo nella diffusione del virus.
  • L’Organizzazione Mondiale della Sanità è apparso un organismo incerto e incapace che, nella sua scarsa chiarezza e nella produzione di disposizioni contrastanti, ha inevitabilmente ispirato, in un caos generale, comportamenti anche totalmente velleitari da parte di molti capi di stato. Anche gli esperti della Scienza con la S maiuscola si sono contraddetti l’un l’altro riservandosi reciprocamente epiteti offensivi in uno spettacolo tutt’altro che rasserenante in chi si aspettava da loro una guida. Inoltre, innamorati dei loro laboratori e delle loro statistiche, hanno lasciato di fatto la responsabilità e il duro compito di interpretare il comportamento del virus agli operatori della salute sul campo. Ed è così che medici e infermieri, travolti da una clinica dapprima incomprensibile, hanno poi saputo pazientemente imparare a gestire la malattia, guidati dagli umili lumi dell’osservazione, dell’invenzione, della creatività, sorretti dal molto umano desiderio di capirci qualcosa per salvare vite. A questo proposito non si può che sottolineare come anche nella medicina come in altri campi, fra cui spicca l’economia, si è operato uno scollamento fra il pensiero astratto e la pratica della vita che ascolta e cura i bisogni. In quest’ottica, anche la ricerca orientata alla preparazione del vaccino, per quanto contraddetta da una parte del sapere medico, appare come ispirata al ritrovamento di una soluzione magica, un toccasana che trascura qualsiasi considerazione delle vere cause ultime di questa epidemia, quali ad esempio le modalità con cui viviamo, l’inquinamento, la fretta, l’iper lavoro, lo stress, ciò di cui ci nutriamo: in una parola i nostri comportamenti che sono alla base di un perenne disequilibrio nella nostra salute fisica e mentale e causa di fondo per l’abbassamento dell’efficienza del nostro sistema immunitario.

La “ Scienza” non appare interessata a riflettere sul perché della malattia e della sofferenza, ma solo avida di trovare espedienti per non mettere mai in discussione il nostro stile di vita e l’economia che lo sorregge.

Da tutto ciò nasce una prima osservazione: la decantata società moderna ipertecnologica – che di solito si fregia di un potere e di una capacità che rasenta l’onnipotenza e sfoggia il completo dominio sulla natura – è apparsa come un genitore sprovveduto, un po’ scemo, incapace di proteggere i membri della sua comunità o, quando ci è riuscito, non ha potuto farlo con la sua osannata scienza e modernità, ma ha dovuto ricorrere a metodi ancestrali di rintanamento protettivo in una riorganizzazione domestica della vita (qualità femminile, ossitocinica come mi piace chiamarla) nell’attesa e speranza che il pericolo passasse.

La paura e il senso di insicurezza pervasivo, la confusione e il disorientamento avvertiti dalla società durante la prima ondata dell’epidemia di COVID-19, nonché il sorgere di atteggiamenti difensivi di negazione (i movimenti antimascherina, le proteste contro l’usurpazione delle libertà personali, le teorie complottistiche) e di ricerca di soluzioni magiche (cure miracolose, vitamine, pratiche presunte capaci di prevenire l’infezione che hanno letteralmente spopolato sui social etc.), possono essere quindi ascritti a meccanismi fisiologici che vengono attivati quando le relazioni che, sulla base della loro asimmetria di potere e conoscenza, dovrebbero contenere, proteggere, guidare, falliscono.

In psicologia si parla di relazioni di genitorialità ovunque vi sia un disequilibrio tra una parte che è ricevente e una parte che elargisce sulla base di una dinamica di bisogno. È innegabile che la relazione tra cittadino e Stato, tra utente e medico, tra Stati e organizzazioni sovranazionali presentino questa asimmetria e pertanto attivino, in chi ha minore potere, il bisogno di poter avere fiducia che coloro da cui si dipende sappiano, sulla base delle loro maggiori conoscenze, fornire messaggi chiari, coerenti e benefici, ovvero tesi ai principi ultimi della cura e del rispetto. Se questo avviene le emozioni che si sprigionano, seppur nel contrastare un’avversità, sono quelle di coesione, collaborazione, partecipazione a un destino comune che libera piuttosto che infiacchire le risorse, individuali e sociali. È quello che è avvenuto, storicamente, in alcuni movimenti di resistenza alle grandi dittature o alle grandi catastrofi.

Da questo punto di vista, invece, di fronte al COVID, la leadership scientifica e politica ha rivelato uno straordinario fallimento di genitorialità, portando a un incremento piuttosto che a un contenimento della paura, dell’incertezza, del senso di essere stati lasciati soli e confusi nel cercare di sopravvivere, aumentando il senso di sfiducia e sospetto con un sentimento più di frattura che di coesione.

Questi gravi deficit nel comportamento di fronte alla pandemia mostrano come la presunzione di efficienza del mondo occidentale sia purtroppo percorsa da molta vanagloria: perché anche la tecnologia e la scienza sono poca cosa – ai fini della sopravvivenza della specie, motore dell’evoluzione – se non guidate da una mente matura. È lo stesso sospetto che percorre i movimenti ecologici quando additano come incosciente un’umanità che, di fronte a un’evidente innalzamento della temperatura terrestre dovuto allo sfruttamento indebito dell’ambiente naturale e a un’attività trasformativa priva di qualsiasi misura, procede imperterrita, nei luoghi del suo potere economico, verso la fine della vita sul pianeta a causa del riscaldamento globale: in una società che non nutre nei suoi membri alcuna empatia ed etica che ricordi la propria finitezza e il senso di responsabilità sugli altri e sulle future generazioni, il pericolo non immediato ma spostato nel tempo lascia le anime più tranquille perché non direttamente minacciate in prima persona.

Non c’è da stupirsi se, in un mondo governato dallo slogan: produci, consuma, crepa, non ci sia preoccupazione se la ricaduta di questo stile di vita sul pianeta, la società, la salute, la sopravvivenza contraddicono il principio movente dell’evoluzione stessa da cui proveniamo: la conservazione della vita1. Il fenomeno della “negazione”, peggio, della “dissociazione” sono noti in campo psichiatrico come appartenenti a profili di sofferenza psichica, di precaria salute mentale: in quanto il principio di realtà dovrebbe muovere l’azione dell’individuo e della società nella direzione della salvaguardia della vita senza la quale non esisteremmo. Non è piacevole pensare – e questo spiega il disagio generalizzato – di essere nelle mani di chi non appare mentalmente in buona salute.

D’altra parte , quando si pensa alla follia intrinseca al credo neoliberista da cui oggi siamo sommersi, non si possono non ricordare le parole con cui Margareth Thatcher stessa – la madre del neoliberismo come unica scelta economica possibile – ha definito questa dottrina: non si tratta di una teoria e di un sistema economico, ma di una modalità con cui cambiare il cuore e la mente (l’anima) delle persone. Dovremmo quindi liberarci di sentimentalismi, insicurezze, paura, del bisogno di relazione stesso in quanto limitanti l’efficienza, il potere di controllo, e dunque la possibilità di incrementare il proprio utile a prezzo di quello degli altri.

Tuttavia, nonostante gli sforzi e il potere di questo immaginario, le reazioni emotive e il disagio diffusi dimostrano che questo tentativo neoliberistico di livellare e atrofizzare la mente e il cuore, liberando in definitiva gli individui del giogo della loro stessa umanità, non sia ancora riuscito. Colpisce che a proporlo sia stata proprio una donna, biologicamente designata in natura a proteggere quegli aspetti relazionali della vita umana cruciali per la sopravvivenza della specie: la riproduzione e la cura. (Utile, per chi è del mestiere, andare a guardare la sua biografia per capire cosa l’abbia portata a lottare così strenuamente contro il proprio stesso fondamento psicobiologico). D’altronde il riduzionismo filosofico che si è sviluppato nel pensiero occidentale con la separazione di materia e spirito che permise alla scienza di sottrarsi al controllo della religione, è responsabile della nostra incapacità di cogliere e interpretare la complessità e tenerla presente nel tentativo di comprendere la vita umana all’interno dell’universo. Meccanicismo e riduzionismo sono talmente incistati nella nostra cultura da produrre un inquinamento mentale che si succhia – nelle nostre latitudini – con il latte materno. Portando alla sistematica esclusione e dissociazione delle considerazioni di qualità, processo e relazione il pensiero è portato a ragionare solo in termini di quantità, accumulo e di vantaggio immediato producendo distorsioni generalizzate nella valutazione dei metodi utili al raggiungimento di un reale benessere per il genere umano: che non è mai frutto di una mera materialità ma è sorretto e legato al soddisfacimento di un imponente mondo emozionale che propone i suoi bisogni in maniera prepotente, più forte di qualsiasi imposizione o qualsiasi semplificazione che tenda a ignorarlo.

Credo che nessuno di noi possa dimenticare – a tale proposito – il discorso che Pepe Mujica, allora presidente dell’Uruguay, tenne alle Nazioni Unite nel 2013: ebbe allora e continua ad avere un fortissimo impatto emotivo, decifrabile anche nelle facce attonite di chi lo stava ascoltando. Non c’è soltanto la critica al modello economico di sviluppo in cui siamo immersi, dedito necessariamente al consumo con danni incalcolabili e irreversibili all’ambiente; non c’è solo l’accenno alla concorrenza spietata, a una globalizzazione che ci domina piuttosto che essere dominata, al lavoro che diventa padrone della nostra vita e del nostro tempo: c’è l’espressione di una ammirazione sincera per un progresso tecnologico e materiale straordinario che tuttavia si mostra incapace di creare una filosofia adatta a guidarlo. Mujica parla di una crisi che non è ecologica ma politica, di sguardo e di volontà: per essere in grado di scegliere e decidere come indirizzare il progresso bisogna che scienza e filosofia ci restituiscano una conoscenza dell’uomo e dei suoi bisogni che vada a integrare la considerazione dell’umano che si è appiattita su un pensiero meccanicistico e lineare più adatto al mondo degli oggetti che alla considerazione dei viventi: si è posto l’accento sulle cose disinteressandosi dei valori. «Questa accentuazione mal posta si è unita alle astrazioni dell’economia politica che sono, in realtà, quelle che reggono la condotta degli affari commerciali. Così ogni pensiero che riguardi l’organizzazione sociale si esprime in termini di cose materiali e di capitale. I valori ultimi sono stati esclusi. Sono stati educatamente salutati e poi consegnati ai preti per essere serviti la domenica», scriveva Whitehead nel lontano 1959. E aggiungeva: «…la rapidità attuale del progresso richiede una forza di direzione più potente, se si vogliono evitare disastri […] ci troviamo privi di un aumento di saggezza proprio adesso che ne abbiamo più bisogno2».

Ciò che tocca il cuore – quello che la Tatcher voleva eliminare – nel discorso di Mujica è l’allusione alla felicità: non siamo al mondo, dice, per svilupparci ma per essere felici: e Mujica osa parlare di amore, di relazioni umane, di cura dei figli, delle amicizie che richiedono tempo, dedizione, intensità, per potersi realizzare. Che antropologia riduttiva si nasconde dietro a un essere umano considerato braccia e consumo? Dove i momenti di piacere sono quelli rubati furtivamente al lavoro e alla lotta competitiva? È questa la natura umana? L’abbiamo veramente compresa? O ha ragione Mujica a citare gli antichi: «Povero non è quello che possiede poco ma quello che desidera troppo»? Dobbiamo tornare alla antica saggezza della Grecia o degli Indios per riscoprire un principio così semplice? Non abbiamo elaborato una conoscenza più moderna dell’animo umano che ci permetta di distinguere bisogno e desiderio e che ci consenta di armonizzarli per la salute dell’anima?

Certo che ce l’abbiamo ma, stranamente – o non tanto stranamente visto il suo potenziale sovversivo verso lo status quo – non entra nel pensiero comune soggiogato dagli ideali di una sapienza imbevuta di un razionalismo votato all’efficienza e disinteressato al mondo di sentimenti e affetti che, degradato, trova sfogo in indegne banalità spesso esibite come spettacolo. Eppure il Novecento insieme a due guerre disastrose e all’ignominia della Shoah e della tragedia di Hiroshima ci ha regalato una conoscenza dell’essere umano nella sua complessità psicofisica che va a riempire secoli di vuoto teorico nella filosofia e nella scienza occidentale. È la psicologia che nasce nel dopoguerra, quella che ci dice che condizione necessaria per la sopravvivenza del piccolo umano è di essere parte di una relazione affettiva coinvolgente e significativa a partire dal concepimento: ha ragione Mujica, il concetto di ambiente necessario per la sopravvivenza si complica a livello umano della necessità di buone relazioni. L’importanza di tale relazioni è tale che l’evoluzione non ha lasciato all’arbitrio della cultura la loro organizzazione, ma la natura ha provveduto a dotarci di un imprinting biologico predisponendoci alla relazione di cura (alla genitorialità) in presenza di stimoli che elicitino tenerezza.

La cura stessa non è dunque un comportamento arbitrario, ma, nella complementarità degli ormoni femminili e maschili che sottende l’armonico intreccio di ragione e sentimento, è evoluzionisticamente predisposto a creare un parallelo intreccio di atteggiamenti adeguati a supportare la sopravvivenza e l’educazione del piccolo umano. Ai fini del raggiungimento della maturità affettiva, ovvero delle competenze necessarie per saper orientare la propria azione sulla base del principio di realtà tutelando il benessere (quella stessa maturità di cui i nostri leader politici e scientifici si sono rivelati incapaci), a livello umano la disponibilità di relazioni di genitorialità sana per il tempo necessario alla crescita è centrale. L’OMS stima infatti che solo intorno ai 24 anni si verifichi un autentico raggiungimento della maturità. La psicologia evolutiva parallelamente tratteggia il lungo percorso che si rende necessario per l’emancipazione dalla dipendenza originaria verso la conquista post-adolescenziale della capacità di scambio reciproco nelle competenze sociali e negli affetti. Nel dopoguerra, quindi, la crescita del bambino umano si rivela come uno straordinario e appassionante cammino emotivo che può avvenire solo se sostenuto da significative relazioni famigliari e sociali. L’assicurazione e la protezione del diritto del bambino a relazioni di affetto e guida, che siano capaci di proteggere e preservare i talenti e di educare al rispetto reciproco e alla responsabilità verso l’altro, sono i pilastri senza i quali non si può creare comunità, ovvero una organizzazione solidale tesa a un benessere condiviso. E senza comunità, l’essere umano, da solo, è, come ci ha ricordato anche il COVID, inerme e destinato a fare poca strada, malgrado la sua potenza tecnologica e monetaria.

Un’economia che non bada al cuore e all’anima non bada neanche all’affettività e si pone patologicamente nell’ambito della negazione di un principio fondamentale della sopravvivenza umana. C’è una stretta relazione fra la svalutazione dell’importanza dell’ambiente naturale in cui viviamo e dei bisogni affettivi di base che garantiscono la sopravvivenza della nostra specie: e alla base di questa negazione prima degli interessi economici c’è l’ignoranza in cui versa la nostra cultura rispetto a cos’è un essere umano. La politica non provvede perché non conosce e, in preda a una visione riduzionistica di tipo economicistico, non vede il vuoto di sapere che sembra portarla alla propria stessa fine.

La complessità dell’individuo umano nella sua maturazione si spiega proprio perché, unici fra i viventi, possiamo agire con intelletto e azione sull’ambiente che abitiamo trasformandolo radicalmente. Ma i nostri comportamenti sono evoluzionisticamente orientati a una qualità della vita non solamente materiale: siamo percorsi dalla curiosità ma anche dal rispetto, dalla capacità e dalla forza ma anche dalla fragilità e dal bisogno in modo che la dialettica e l’equilibrio fra gli opposti ci indicano la via di un sano comportamento. Siamo animali sociali e ci sono prove inconfutabili sulla propensione precoce nei piccoli bambini ad atteggiamenti fiduciosi della relazione e solidali, ispirati alla cooperazione, alla condivisione e all’aiuto reciproco. Questa è la potenzialità con cui veniamo al mondo: la psicologia ha dimostrato come il neonato, mistura straordinaria di fragilità totale ma di energia ancora inutilizzata, abbia bisogno della presenza partecipe e accogliente della figura materna e paterna il cui compito è di accompagnarlo alla scoperta lenta e graduale della propria individualità e capacità esplorativa e creativa. Una presenza partecipe e disinteressata permette al piccolo di costruire un senso di sicurezza e fiducia nella vita e, attraverso una guida capace di fornire le basi di comportamenti sociali ispirati alla solidarietà e alla condivisione nel rispetto, può garantire l’espressione armoniosa dei talenti di cui ogni individuo è portatore.

Da un punto di vista emozionale questo percorso accompagnato porta al superamento del sentire illusoriamente onnipotente con cui si nasce – alimentato dall’appagante saturazione simbiotica che giustifica e spiega l’inevitabile aspirazione alla felicità che ci accompagna nell’esistere: il cammino sano è verso l’individuazione con la scoperta dell’altro da sé, del limite sia nel senso fisico del pericolo o del dolore, sia nel senso affettivo di uno scambio relazionale non più automatico e passivamente garante di benessere, ma legato a modalità di comportamento orientate a una sana espressione di sé e a evitare ciò che produce malessere a sé o agli altri. Lo sviluppo non avviene per mera eredità genetica, ma richiede una continua interazione con le figure deputate a educare, a sostenere nel coinvolgimento e nella partecipazione condivisa gli orientamenti ancora incerti di chi non sa, attraverso processi di identificazione e interiorizzazione che permettono la formazione di quella sicurezza di base necessaria per comprendere e affrontare l’esistenza, saperne godere i valori e il piacere. Se non bastasse la psicologia, oggi l’epigenetica e le neuroscienze lo dicono chiaro. Sempre di più la psichiatria – ricca nella classificazioni dei disturbi più che nell’approfondimento delle cause – e la clinica psicoterapica tendono a considerare l’espressione della sofferenza psichica come “disturbo post-traumatico da stress” dove – al di là della definizione ridondante – lo stress traumatico è rappresentato da un deficit di quella presenza affettiva durante l’infanzia che invece la natura richiede, portando a un blocco dello sviluppo emotivo, a una non adeguata maturazione affettiva a causa di una carenza nella genitorialità. Sempre di più la clinica riconosce come traumatiche e causa di disturbi significativi le storie di abbandoni, violenze, indifferenza, trascuratezza, abusi nei confronti di chi nella sua fragilità richiede invece la presenza di qualcuno che sappia accoglierlo e accompagnarlo. Come osserva Fornari3, la natura ha provveduto a fornirci codici affettivi che opportunamente declinati garantiscono la crescita sana dell’individuo: si tratta di un paradigma biologico legato agli ormoni e al loro intreccio che sottende qualsiasi relazione di cura e che si esprime attraverso una presenza partecipata che non si sostituisce ma accompagna l’emancipazione dalla dipendenza favorendo i talenti e le capacità di ciascuno.

Recentemente , in un Webinar londinese post -Covid, sono stati analizzati i comportamenti contraddittori, confusi, poco “adulti” di alcuni leader politici di fronte all’emergenza sanitaria riconducendoli a un’immaturità emotiva ascrivibile a una storia personale non sorretta da presenze educative adeguate. Oggi infatti sappiamo che i traumi legati a una cura genitoriale carente influenzano tutta la crescita e la vita dell’individuo e ne compromettono la salute fisica e mentale e con essa la disamina di realtà e la capacità di farvi fronte. La relazione di cura diventa, con gli studi del Novecento il fattore fondamentale nel determinare il destino dell’individuo, la sua realizzazione, la sua felicità e il suo benessere: spicca in tutta la sua importanza la figura femminile, origine e attore fondamentale nella sicurezza del bambino durante la gravidanza e nel lungo periodo che segue il parto. Si è scoperto come la relazione madre-bambino sia il fondamento del funzionamento autonomo e funzionale di quest’ultimo, ponendo le basi della regolazione psico-neuro-endocrina attraverso la corrispondenza empatica fra cervello destro materno e cervello destro del bambino grazie a una presenza fisica pressoché continuativa e a un’attenzione partecipe quasi esclusiva; epigenetica e psiconeuroimmunologia confermano la connessione fra psiche, sistema nervoso, sistema endocrino e immunitario nella costruzione “psicofisica “ dell’individuo sano.

Del resto, negli studi più recenti sull’evoluzione della specie, il fattore femminile con la sua capacità di identificazione col piccolo, ascolto e cura, emerge come elemento determinante per la sopravvivenza della specie che va a sostituire il meccanismo della riproduzione più arcaica – attento alla quantità e non alla qualità e alla lotta quasi esclusiva per il cibo – per innescare come fattore vincente per la sopravvivenza la qualità della cura e delle relazioni affidata agli ormoni femminili4 capaci di impregnare lentamente della loro saggezza lo scambio relazionale nell’intera società umana interessata a garantire il perpetuarsi della propria eredità fisica ed emotiva. Quindi quel femminile, inteso come disposizione dell’animo e della mente, che appartiene precipuamente alla donna ma che impregna di sé tutta la società quando si avverte, come avvertiamo ora, sete di giustizia, solidarietà, cooperazione, che è valutazione dei talenti ma anche rispetto delle fragilità, deve essere finalmente adeguatamente celebrato. Riappropriarci del femminile come valore e base biologica capace di orientare le nostre scelte e il nostro comportamento diviene fondamentale perché, a differenza di quanto è successo nello sviluppo della società occidentale e nel suo miope trionfo, razionalità, tecnologia, denaro diventano elementi distruttivi se non intrecciati con il loro antidoto naturale che è la capacità innata di riconoscere e celebrare l’importanza della vita di relazione a partire dalla cura e dal rispetto di piccoli e anziani, di quei fragili a cui però siamo legati e teniamo più di ogni altra cosa nella sacralità di quegli scambi affettivi che tratteggiano e accompagnano la nostra vita e la rendono così piena e affascinante. Comprendere questo significa tornare a dare alla vita il senso di un passaggio, di un’esperienza ricca ma limitata, impregnata di una solidarietà umana che garantisca a tutti la possibilità di lasciare un’eredità utile per il cammino di tutti: non ci dovrebbe essere un contrasto fra il benessere personale e quello del pianeta. La fine della vita sul pianeta infatti comporta inevitabilmente la fine della vita umana così come l’assenza di una cooperazione solidale comporta necessariamente uno scenario di instabilità se non di violenza che ugualmente contrasta con la possibilità di una sopravvivenza pacifica. Tutti gli studi dimostrano che gli esseri umani non nascono naturalmente violenti o cattivi: lo diventano reattivamente se privati di quelle cure emotive/materiali che devono accompagnare il lento incedere dalla vita simbiotica dell’utero verso la propria realizzazione matura. Questo è il più grande antidoto alla sovrappopolazione: se cura e dedizione è ciò che garantisce una crescita sana sia dal punto di vista fisico che emotivo, è inevitabile che solo un numero limitato di piccoli possa goderne e la riproduzione diventa una scelta e un impegno, non una necessità o una casualità. Se femminismo deve essere, che non sia lotta per partecipare o condividere una comune alienazione, ma per preservare uno sguardo diverso sulla vita sostenuto da una differente scala di valori che impregni di sé il principio di realtà riportandolo all’intreccio naturale fra il piacere della realizzazione creativa umana e il rispetto dei bisogni del cuore e dell’anima come saggiamente suggerisce Mujica. Soltanto scalzando la naturale intelligenza emotiva dei bambini e delle donne abbiamo potuto illuderci che il possesso e il potere fossero in grado di dare più sicurezza delle buone relazioni.

1 ) cfr. Bruna Tadolini “L’evoluzione al femminile” Pendragon 2017
2 ) A.N.Whitehead “La scienza e il mondo moderno” Bompiani 1959
3 ) cfr. Franco Fornari “Il codice vivente” Boringhieri 1981
4 ) cfr. Sue Carter et al. “Attachment and Bonding” The Mit Press 2003 – Sue Carter et al. “The Integrative Neurobiology of Affiliation” The Mit Press 1999 – Bruna Tadolini “ L’evoluzione al femminile” Pendragon 2017

Bibliografia:
A.N.Whitehead “La scienza e il mondo moderno” Bompiani, Milano 1959
B. Tadolini “L’evoluzione al femminile” Pendragon , Bologna 2017
F. Fornari “ Il codice vivente” Boringhieri, Torino 1981
S.Carter “Attachment and Bonding” The Mit Press , Cambridge Massachusets 2005
“The Integrative Neurobiology of Affiliation”The Mit Press,Cambridge Massachusets1999

Pin It on Pinterest

Share This