Migrazioni

Le migrazioni che hanno contrassegnato la storia del modo di produzione industriale sin dai suoi primordi, nella seconda metà del settecento in Inghilterra, non sono state e non sono soltanto trasferimenti da un luogo all’altro della terra, ma passaggi da un’economia di sussistenza a un’economia mercificata – per utilizzare una categoria marxiana: da un’economia finalizzata alla produzione di valori d’uso a un’economia finalizzata alla produzione di valori di scambio – e da una società agricola e artigianale a una società urbana e industriale. Sono state e sono attraversamenti da un’epoca storica a un’altra.

Senza le migrazioni il modo di produzione industriale non avrebbe potuto svilupparsi perché gli sarebbero mancate sia la manodopera necessaria ad accrescere la produzione di merci, sia un numero sempre crescente di consumatori che non potessero fare a meno di comprare sotto forma di merci tutti i beni necessari alla vita perché non avevano la possibilità di autoprodurli nemmeno in parte, come accade nelle economie di sussistenza, né di scambiarli sotto forma di dono reciproco del tempo, come accade nei rapporti comunitari. 
Per accrescere il numero dei proletari costretti a lavorare nelle fabbriche in cambio di un salario che li mettesse in condizione di comprare il necessario per sopravvivere, sono stati utilizzati diversi metodi basati sulla violenza e sulla sopraffazione: sono state promulgate leggi che rendevano impossibile continuare a vivere di agricoltura di sussistenza – la recinzione delle terre comuni -; sono stati sottomessi popoli col colonialismo; sono state imposte tasse che costringevano ad avere un reddito monetario per pagarle; sono state ostacolate le forme di solidarietà comunitaria; sono stati sterminati i ribelli; sono stati privatizzati territori enormi cacciandone con la forza le popolazioni che li abitavano, o acquistandoli con la complicità di governi corrotti per un tozzo di pane in mancanza di catasti che certificassero i diritti di proprietà; sono state costruite dighe che hanno trasformato in laghi milioni di ettari di terreni agricoli; sono state effettuate deportazioni di massa; sono state suscitate guerre fratricide. 

Accanto a queste forme di sopraffazione e di violenza legalizzate, che hanno creato e stanno creando sofferenze enormi, sono state utilizzate forme di condizionamento di massa sempre più potenti tecnologicamente e raffinate psicologicamente per convincere strati sempre più ampi della popolazione mondiale ad abbandonare volontariamente l’economia di sussistenza, i loro Paesi e la loro cultura, per trasferirsi nel sistema economico industriale.

Con la globalizzazione, ovvero con l’estensione del modo di produzione industriale a tutto il mondo, questo processo ha raggiunto il suo culmine e si sta svolgendo in due modi. Da una parte le società multinazionali dei Paesi industrializzati trasferiscono i loro impianti – soprattutto i più nocivi – nei Paesi in via d’industrializzazione dove il costo del lavoro è più basso, innescando con la complicità dei governi i flussi migratori interni necessari a fornire alle loro aziende la manodopera di cui hanno bisogno. Dall’altra i governi dei Paesi industrializzati destabilizzano politicamente, economicamente e culturalmente i Paesi non industrializzati per consentire alle loro aziende nazionali d’impadronirsi delle risorse insistenti in quei territori. Fomentano guerre civili e interetniche per indebolirli.

Non si fanno scrupolo d’intervenire militarmente in prima persona per abbattere governi autonomi e sostituirli con governi corrotti proni ai loro interessi. Non potendo più vivere nei luoghi in cui sono nati e non avendo nemmeno la possibilità di trovare nei loro Paesi un’occupazione in cambio di un salario, l’unica alternativa che resta a quei popoli è l’emigrazione verso i Paesi industrializzati. Questa opportunità viene inevitabilmente utilizzata soprattutto dai giovani, per cui, oltre a essere costellata da sofferenze atroci che sempre più spesso si concludono con la morte anziché con l’arrivo nella terra agognata, comporta l’abbandono dei vecchi nella fase della vita in cui avrebbero più bisogno del sostegno dei figli.

Se si ritiene che la crescita della produzione di merci sia un bene, non si possono non ritenere un bene le migrazioni. Senza migrazioni non ci sarebbe crescita. Se si ritiene che le migrazioni siano un diritto da tutelare, si tutela, consapevolmente o meno, la finalizzazione dell’economia alla crescita. Tuttavia, questa corrispondenza è percepita solo dalla borghesia progressista sostenuta dalla destra moderata che pretende di egemonizzare politicamente e di rappresentare la sinistra, a esclusione delle frange estreme. I suoi esponenti non mancano di ricordare a ogni piè sospinto che i Paesi ricchi hanno bisogno dei migranti provenienti dai Paesi poveri, perché fanno lavori che i lavoratori di Paesi ricchi non vogliono più fare, contribuiscono a pagare i redditi dei loro pensionati, assistono i loro vecchi, vengono pagati meno degli autoctoni e inoltre, con le retribuzioni che ricevono, per misere che siano, forniscono un sostegno alla domanda di alcune merci. Se non ci fossero i migranti, sostengono i loro maîtres à penser, l’economia dei Paesi industrializzati crollerebbe. Ne consegue che i sostenitori dell’accoglienza interessata minimizzano i problemi che le migrazioni creano nei Paesi d’arrivo e si sforzano di dimostrare che sono inferiori ai vantaggi che apportano.

Su posizioni opposte si colloca una fascia di popolazione maggioritaria nei Paesi industrializzati, composta da due categorie:

1. gli strati sociali intermedi, che in conseguenza della globalizzazione hanno perso le precedenti sicurezze sulla stabilità del posto di lavoro e hanno subito riduzioni del loro benessere materiale;

2. gli operai meno qualificati, i disoccupati, i lavoratori precari che subiscono la concorrenza della forza lavoro sottopagata nei Paesi in via di industrializzazione.

Queste categorie sociali sono contrarie all’accoglienza dei migranti, perché quelli in regola assorbono quote crescenti delle risorse destinate all’assistenza sociale, quelli non in regola senza un lavoro aumentano l’insicurezza sociale e il degrado dei quartieri popolari in cui si sistemano precariamente.

I partiti che li rappresentano enfatizzano i problemi creati dalle migrazioni e fanno leva sulla paura che suscitano per rafforzare il loro consenso sociale e politico. Poiché il rifiuto dell’accoglienza, oltre a manifestare un’insensibilità moralmente inaccettabile nei confronti delle sofferenze di altri esseri umani, non riesce ad arrestare i flussi migratori, che tendono anzi ad aumentare, per ridurne le cause è stata proposta la formula «Aiutiamoli a casa loro». Una formula razzista, dettata dalla presunzione della superiorità degli europei sugli africani e sui popoli del medio-oriente, che in realtà non hanno bisogno di essere aiutati dagli europei, ma di essere lasciati in pace dopo secoli di violenze e sopraffazioni esercitate nei loro confronti: dalla riduzione in schiavitù, agli orrori del colonialismo e del neo-colonialismo, all’ipocrisia degli aiuti allo sviluppo, che non avevano l’obbiettivo di aiutarli a rendersi autonomi, ma d’indebitarli e privarli della sovranità alimentare garantita dall’agricoltura di sussistenza, per inserirli nel mercato mondiale che li avrebbe sopraffatti.

Oltre ai sostenitori dell’accoglienza interessata, ci sono i sostenitori di un’accoglienza disinteressata, basata su valori umanitari. Sono i volontari delle associazioni che aiutano i migranti a raggiungere i Paesi dove sperano di trovare condizioni di vita migliori, s’impegnano a salvarli quando gli scafisti li abbandonano in mare aperto su imbarcazioni precarie, li aiutano a trovare un’abitazione e un lavoro nei Paesi d’arrivo. Tuttavia, nella loro generosità non prendono in considerazione il fatto che per ridurre le sofferenze generate dalle migrazioni occorre ridurre le cause che costringono percentuali crescenti della popolazione mondiale a emigrare, mentre invece i flussi migratori le rafforzano e aggravano le sofferenze che ne derivano.

Contribuendo col loro lavoro a far crescere la produzione di merci nei Paesi ricchi, i migranti li aiutano a diventare più ricchi e fanno diventare più poveri i Paesi poveri da cui provengono. Le migrazioni rafforzano le cause che le fanno crescere. Inoltre, se col lavoro dei migranti cresce la produzione di merci nei Paesi ricchi, crescono i consumi di materie prime e le emissioni di sostanze di scarto che hanno già superato i limiti della sostenibilità ambientale. Pertanto si aggrava la crisi climatica, che sta già rendendo inabitabili superfici territoriali sempre più vaste dei Paesi più poveri, impedendo a percentuali sempre maggiori di persone di continuare a viverci.

Se non viene inserita in un forte impegno politico finalizzato a ridurre i flussi migratori riducendone le cause, l’accoglienza disinteressata e solidale può diventare il cavallo di Troia dell’accoglienza interessata e rafforzare il consenso politico degli avversari dell’accoglienza.

Le sofferenze dei migranti e i problemi causati dalle migrazioni sia nei Paesi poveri di partenza, sia nei Paesi ricchi d’arrivo, si possono attenuare soltanto se si supera la logica emergenziale che accomuna e contrappone chi si limita a considerare i flussi migratori come un fenomeno inevitabile e incontrollabile, di cui non si possono rimuovere le cause ma solo modificare parzialmente le conseguenze: o sfruttando le opportunità che offre alla crescita economica dei Paesi d’arrivo – l’accoglienza interessata – o contrastandolo per paura che intacchi il benessere materiale degli autoctoni – il rifiuto dell’accoglienza – o agevolandolo per ragioni umanitarie – l’accoglienza disinteressata.

In realtà, come tutti i fenomeni sociali le migrazioni sono causate da scelte umane modificabili. Difficilmente modificabili in questo caso, perché richiedono il cambiamento della finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci. Cioè l’abbandono di uno dei capisaldi su cui si fondano le società industriali. Un soggetto politico che si proponga come orizzonte culturale la sostenibilità, l’equità e la solidarietà, non può non essere solidale con chi è costretto a emigrare e, quindi, non impegnarsi a favorirne l’inserimento lavorativo e sociale nei Paesi d’arrivo. Ma non può nemmeno pensare che la solidarietà possa limitarsi a favorire l’accoglienza senza proporsi di ridurre le iniquità che costringono i popoli poveri a emigrare. Né che le iniquità si possano ridurre inserendo un numero sempre maggiore di migranti nell’economia della crescita, perché ciò accrescerebbe i consumi delle risorse e le emissioni, aggravando i cambiamenti climatici e peggiorando ulteriormente le condizioni di vita nei Paesi poveri.

La solidarietà nei confronti dei migranti richiede che la loro accoglienza nei Paesi d’arrivo sia inserita all’interno di progetti finalizzati a ridurre le cause che li costringono a emigrare e a favorire, dovunque sia possibile, un loro reinserimento nei Paesi di partenza. I Paesi ricchi possono sostenere questo processo con una serie di scelte da cui trarrebbero benefici essi stessi.

Spostando la finalità delle innovazioni tecnologiche dalla crescita della produttività all’aumento dell’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse in beni, i Paesi industrializzati possono ridurre i consumi di materie prime, le emissioni e le quantità di rifiuti per unità di prodotto senza deprimere il loro benessere. Questa scelta consentirebbe di ridurre le cause dei cambiamenti climatici e di aumentare le risorse disponibili per i Paesi poveri, riducendo drasticamente le due cause principali delle migrazioni.

Fornendo ai Paesi di partenza delle migrazioni i capitali e l’assistenza tecnica necessari a ripristinare condizioni ambientali e sociali che consentano di viverci dignitosamente, i Paesi industrializzati possono favorire il rientro dei migranti sulle loro terre. Questa scelta dovrebbe essere fatta innanzitutto con la motivazione etica di un risarcimento per le sofferenze che hanno causato a quei popoli col colonialismo e il neo-colonialismo, anche se, in realtà, costituirebbe solo una parziale restituzione delle risorse di cui li hanno deprivati con la forza e con inique forme di scambio. Tornando a lavorare nei loro Paesi d’origine, i migranti contribuirebbero ad accrescerne il benessere e non il benessere dei Paesi d’arrivo. Nei Paesi d’arrivo delle migrazioni i costi di queste restituzioni sarebbero almeno in parte compensati dalla riduzione delle spese necessarie a sostenere la gestione legale dei flussi migratori, i costi delle illegalità che si sono sviluppate nelle sue zone d’ombra, dei problemi sociali che ne derivano, dei maggiori controlli del territorio necessari a garantire la sicurezza sociale.

La solidarietà e l’equità impongono anche di estendere lo status di profughi, riconosciuto ai civili che fuggono dai Paesi devastati dalle guerre, anche ai migranti costretti ad abbandonare luoghi resi inabitabili dai mutamenti climatici in corso, o terreni agricoli sottratti alla loro disponibilità dal land grabbing di Paesi stranieri. Per le stesse ragioni etiche il diritto di accoglienza dei rifugiati dovrebbe essere sostenuto dall’organizzazione dei loro trasferimenti con mezzi rispettosi della dignità umana verso destinazioni in cui possano realizzare concretamente un nuovo progetto di vita.

Queste proposte possono essere considerate utopiche, ma non sono state formulate ignorando le difficoltà che si frappongono alla loro realizzazione. I problemi posti dalle migrazioni possono essere affrontati soltanto a livello internazionale, sulla base di progetti complessivi basati su studi finalizzati a prevederne gli sviluppi in conseguenza dei cambiamenti climatici in corso, dell’incremento dei consumi e delle emissioni di sostanze di scarto non metabolizzabili dai cicli biochimici causato dalla crescita economica prevista a livello mondiale, della globalizzazione, delle tensioni che saranno generate dalla riduzione della disponibilità di risorse. Se non si farà questa scelta ai limiti dell’impossibile e i Paesi ricchi rimarranno chiusi nella difesa dei propri interessi nazionali, i problemi posti dalle migrazioni li travolgeranno.

L’alternativa a scelte politiche guidate dai valori della sostenibilità, dell’equità e della solidarietà sarà l’affermazione dei partiti sovranisti che si propongono velleitariamente di bloccare i flussi migratori chiudendo le frontiere nazionali, e un’accentuazione delle tensioni internazionali di cui è facilmente prevedibile l’esito.

 

Articolo originariamente pubblicato su www.mauriziopallante.it

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