Avvenire

Recentemente il Ministro della Sanità ha presentato al Parlamento i risultati relativi allo stato di applicazione della legge 194/78.

I dati testimoniano una significativa diminuzione degli aborti in genere e soprattutto di quelli chirurgici a favore di un sensibile incremento nell’uso delle pillole destinate alla contraccezione d’emergenza: la pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo. Non risultano dati ancora sulle fasce d’età interessate a questo tipo di contraccezione.

Nei commenti si insiste naturalmente sull’importanza di una sistematica attività di counseling sulla procreazione responsabile da attuare nei consultori all’interno del percorso nascita e dell’attività di prevenzione dei tumori femminili, oltre a quella destinata agli adolescenti accanto all’informazione e educazione sessuale effettuata nelle scuole.

Colpisce infatti l’impressionante numero di confezioni di pillole abortive d’emergenza vendute che inevitabilmente fa pensare a quanto l’informazione non sia ancora sufficiente e forse anche a quanto seduttivo appaia il messaggio che presenta la pillola extrema ratio come una semplificazione del problema, una scappatoia sempre disponibile e, per la facilità della sua assunzione, capace di proteggere da disagi e ripensamenti. A volte, nella mia pratica clinica, mi colpisce come giovani donne indisponibili ai metodi contraccettivi classici considerati intrusivi, scomodi, pericolosamente minacciosi della naturalità del ciclo riproduttivo, assumano con disinvoltura la contraccezione d’emergenza come se fosse meno impattante sul loro benessere e la loro integrità psicofisica.

Recentemente Papa Francesco, al ritorno da Panama, ha accennato coi giornalisti al tema dell’aborto per chiedere misericordia per chi vi ricorre e per insistere saggiamente sull’importanza di una estesa educazione affettiva. Di questo episodio mi colpiscono due cose: che a riportare la sessualità al suo significato emotivo prezioso in termini relazionali sia una autorità religiosa e che tale autorità, nel parlare di misericordia, veda l’aborto come un errore possibile all’interno dello sviluppo dell’emotività che va affrontato con l’educazione, la consapevolezza e la responsabilità. È implicito il messaggio che le cose si possono fare meglio, si possono evitare sofferenze e disagi, quanto più si è informati, consapevoli e padroni nell’espressione della propria emotività e corporeità.

Certamente è fondamentale diffondere la conoscenza dei metodi contraccettivi e del loro uso. Ma io credo che nelle parole del Papa ci si riferisca alla conoscenza di noi stessi, della nostra affettività e del suo sviluppo. Ma sono stanca di constatare che a richiamare l’importanza degli affetti sia ancora una volta il pensiero religioso – che ha tutti i diritti di occuparsene naturalmente – a perpetuare quella separazione storica nella nostra cultura fra materia e sentimento, fra mondo inanimato e soggettività, sconfitta scientificamente nel secolo scorso dalla svolta della fisica di Einstein e Heisenberg, ma che continua a permanere nel pensiero comune e soprattutto nelle pratiche economiche e sociali della vita odierna.

L’esigenza del rispetto della vita affettiva nella sua evoluzione e nella sua essenza relazionale non può essere un optional appiccicato lì di cui ci si ricorda nelle feste comandate: deve essere un sapere condiviso, non coltivato solo nelle aule universitarie o nei ghetti aristocratici degli addetti ai lavori, ma deve diventare coscienza allargata che possa rivoluzionare il nostro modo di vivere.

Cito sempre la scoperta fatta negli anni quaranta nella cura degli orfani di guerra ospitati in appositi istituti: per quanto nutriti e scaldati, in molti non riuscivano a scampare a epidemie letali che li decimavano. Fu solo il coinvolgimento emotivo di una nurse nella cura di un piccolo che riportò il sistema immunitario di quella creatura a funzionare per poter sopravvivere: si scopriva così che la condizione necessaria per la sopravvivenza della specie è il coinvolgimento affettivo, fondamento delle successive cure materiali.

John Bowlby estese questa scoperta, che pose alla base della sua Teoria dell’attaccamento, con la considerazione che dato il ruolo vitale nella conservazione della specie degli atteggiamenti affettivi di cura, la natura non poteva averli affidati alle bizze della cultura ma li aveva iscritti nella nostra stessa corporeità attraverso il sistema limbico, neuroendocrino, ormonale.

Lo sviluppo della psicoanalisi inglese del dopoguerra tratteggia non soltanto l’importanza della relazione di cura ma l’evoluzione di tale relazione dalla simbiosi della vita intrauterina alla lenta e graduale conquista della maturità e dell’autonomia che si fonda sul passaggio dalla dipendenza infantile, legata al bisogno, alla conquista della capacità di scambio reciproco sorretta dal desiderio che caratterizza la vita relazionale adulta sia nell’intreccio delle competenze creative che nella complementarità degli affetti: cruciali i passaggi del parto, i primi tre anni di vita del bambino che portano a compimento lo sviluppo del cervello attraverso le relazioni di cura, l’infanzia e la trasformazione adolescenziale. Questo percorso è molto lento nel mammifero umano proprio a causa della sua complessità. L’OMS parla di 24 anni, che non bastano più.

Il percorso della maturazione affettiva è dunque un continuum che si dipana dalla gravidanza e dalla nascita e che influenza significativamente la maturazione degli individui. Nella sua fisiologia questo lento cammino sottolinea l’esigenza di una forte sicurezza emozionale come elemento di benessere e di fiducia sia nell’eredità non scelta del luogo della nascita che nelle relazioni scelte della vita adulta; la sicurezza affettiva sta alla base anche della capacità di esprimere la propria creatività e i propri talenti nella certezza di uno scambio utile e riconosciuto nella vita sociale.

L’incrocio dei codici affettivi, come li chiamava Franco Fornari, fondati su diversi substrati ormonali, garantiscono la crescita a partire dall’attaccamento all’origine materna verso la scoperta del mondo e della vita attraverso la complementarità del ruolo guida paterno. Le varie fasi della crescita si innestano e completano l’un l’altra come i componenti di quei cannocchiali estensibili che necessitano di tutti gli elementi che li costituiscono per dare una visione corretta. L’intreccio dei codici affettivi è responsabile di relazioni sane fondate sulla conoscenza e il rispetto delle esigenze affettive di base.

In questo senso l’educazione sentimentale è qualcosa che dovrebbe essere patrimonio dell’intera popolazione e non riguardare soltanto i giovani: dovrebbe coinvolgere i genitori in primis, gli insegnanti che essendo inseriti nel percorso di crescita dei nostri figli dagli 0 ai 24 anni inevitabilmente hanno una responsabilità educativa di cui devono essere consapevoli e devono saper gestire; e poi gli operatori della sanità, quelli dell’assistenza, senza contare che la capacità di trattare gli altri con cura e attenzione dovrebbe riguardare tutti in quanto tutti siamo parte attiva in un mondo di relazioni.

La non conoscenza del mondo affettivo, l’averlo espulso come ha fatto la nostra cultura, dall’ambito della scienza per tollerarlo solo di straforo nella spiritualità religiosa, ha sdoganato un sapere razionalistico che, nella celebrazione dei successi ottenuti, ha completamente dimenticato, trascurato o represso la complessità e la ricchezza della nostra natura: come dice efficacemente I. Suttie la nostra è una civiltà cresciuta nel tabù della tenerezza.

Difficile fare vera educazione sentimentale senza entrare in rotta di collisione con le abitudini della nostra società: bisognerebbe demedicalizzare la gravidanza non per espellere la medicina quando è necessaria, ma per ritrovare e imparare a leggere le indicazioni naturali affettive in essa contenute; bisognerebbe proteggere i bambini sotto i tre anni dalla violenza di separazioni inadatte alla loro immaturità proteggendo il lavoro della donna e rendendolo flessibile (questa sì sarebbe una flessibilità intelligente) senza penalizzare la sua sana richiesta di essere parte integrante della vita lavorativa e sociale; bisognerebbe difendere la paternità non solo come sostegno economico ma come responsabilità e apporto fondamentale per la costruzione della sicurezza del figlio nel lento distacco dall’orbita materna; bisognerebbe che le scuole smettessero di selezionare i più adatti ai ruoli dirigenziali prestabiliti e coltivassero la genialità spontanea e creativa che non sempre si esprime nel successo imposto dalla competitività e dal giudizio scolastico; bisognerebbe che i giovani fossero sostenuti e accolti nella via sociale adulta con più curiosità e tolleranza e con la garanzia che il loro ingegno è visto da chi è più avanti negli anni non come un pericolo, ma come una opportunità che possa esprimersi per il vantaggio di tutti; bisognerebbe che il femminile, per tanto tempo relegato nel mondo domestico e dell’infanzia, uscisse allo scoperto ed esplicitasse pienamente la sua immensa capacità di comprensione e di cura e scalzasse un politico e sociale basato sulla competizione, l’ambizione di potere, l’odio dell’avversario e del diverso. E potrei continuare.

Ma perché questo possa avvenire bisogna che il mondo degli affetti venga riconosciuto e difeso e soprattutto praticato intorno ai giovani anche dagli adulti: solo la cura degli affetti e il rispetto del lungo formarsi attraverso infanzia e adolescenza garantisce all’essere umano una realizzazione serena e felice nella piena espressione della sua potenzialità naturale. Ad amare si impara essendo amati, a rispettare si impara essendo rispettati: abbiamo prove inconfutabili sulla disponibilità innata e precoce dei piccoli bambini all’empatia, alla condivisione, all’altruismo. L’egoismo onnipotente è breve retaggio dell’esperienza intrauterina che per prima dà al bambino l’imprinting della felicità e del benessere che cercherà tutta la vita. Ma con la nascita è la relazione con la mamma che lo educa a una presenza legata a una qualità, a un rispetto, a una condivisione del sentire che garantisce risonanza; sarà la scoperta della presenza paterna che integrerà alla sicurezza dell’origine quella di chi ti accoglie e ti insegna, a chi dà il limite per proteggere. Sarà più facile per chi ha avuto questa esperienza affrontare l’identificazione di genere adolescenziale – che segna definitivamente il passaggio maturativo verso il mondo del limite, del desiderio e della scelta – e l’apertura verso l’incontro amoroso sostenuto dal modello interno di una qualità di relazione già assaporata. Diversamente il passaggio adolescenziale con la sua libertà e la sua solitudine può diventare vana ricerca di colmare un vuoto.

Straordinaria l’esperienza del Baby-Watching nata anni fa a Monaco di Baviera per combattere il bullismo nelle scuole: fu introdotta la presenza cadenzata in classe di una mamma che aveva appena avuto un bambino con l’ausilio di un facilitatore che spiegava lo svolgersi della relazione di cura; e la cosa ha funzionato egregiamente.

Del resto è la natura stessa a indicarci l’importanza della genitorialità intesa come cura nell’aver organizzato la fecondità umana in maniera diversa dal mondo animale: non calori cadenzati ma una disponibilità mensile per tutti gli anni fecondi della donna che moltiplica le occasioni e genera una possibilità di scelta. La sessualità conserva la sua natura di felice e pieno scambio amoroso, forse il più intenso di tutta la vita, che perpetua nell’età adulta il bisogno inebriante del contatto, del piacere nel fidarsi, della compenetrazione che sostiene e nutre l’individualità e l’autonomia e che può, proprio in quanto gode di questa natura, trasformarsi in scelta consapevole per perpetuare un incontro felice nel farsi di una nuova vita, erede di una esperienza ineffabile di risonanza amorosa. Nella consapevolezza, spesso dimenticata nel mondo borioso e superficiale in cui viviamo, dell’umana caducità e della necessità di convogliare in chi verrà l’eredità di una esperienza di vita piena e appagata.

Se vogliamo educare ai sentimenti dobbiamo essere capaci di viverli e rispettarli nelle loro esigenze, sdoganare il femminile che ne è il grande custode, comprendere e rispettare il mondo dei bambini a partire dalla nascita, fare spazio alla bellezza, all’arte, recuperare il senso di una giusta distribuzione dei beni, rispettare il pianeta per quelli che verranno, aprirsi alla ricchezza delle varie e diverse culture senza sospetto. Marxianamente potremmo dire che dovremmo tornare al valore d’uso superando l’egemonia del valore di scambio, dove ciò che vale è solo la quantità e l’accumulo. Se facciamo crescere bambini e giovani in un mondo dove non c’è più la qualità delle relazioni ma dove tutto è consumo e fretta, è molto difficile che la sessualità possa tornare al suo vero significato umano di incontro, di sicurezza, di tenerezza, di responsabilità perché queste qualità dell’esistere devono essere sperimentate prima per poter essere agite e godute come potrebbero.

Giuliana Mieli

 

 

 Articolo originariamente pubblicato su www.mauriziopallante.it  

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